Giovedí 4 febbraio prossimo, alle 9,30 di mattina, si terrà a Coreno Ausonio la cerimonia di Premiazione del Premio Nazionale di Poesia “L’Olocausto”. In tale occasione sarà disponibile l’Antologia (Ed. Eva, Venafro 2010, pp. 64, € 10,00).
Riporto dalla quarta di copertina:
«Milioni di ebrei furono assassinati nei lager nazisti. Aberrazione delle aberrazioni, qualcuno ha sostenuto che i milioni di uomini donne e bambini sterminati non furono sei, ma cinque, quattro, tre, due, forse “solo uno”. E addirittura le camere a gas potrebbero essere “solo un dettaglio nella storia della seconda guerra mondiale”. Ad Auschwitz-Birkenau, a Belzec, a Buchenwald, a Chelmno, a Dachau, a Jasenovac, a Majdanek (KZ Lublin), a Maly Trostenets, a Mauthausen-Gusen, a Sobibór, a Treblinka, a Varsavia, dunque, sarebbero state gassate “solo le pulci”. I pochi sopravvissuti, tatuati come bestie (molti di essi, negli anni si sono suicidati) hanno trovato la forza di raccontare ad ogni occasione, alcuni anche solo con la loro presenza, altri scrivendo; pochi registrando – come Primo Levi – anche in versi (“La poesia è nata certamente prima della prosa” ebbe a scrivere) il secolo piú sanguinario della nostra storia. Questo premio vuole contribuire a testimoniare l’Olocausto. Nella prima edizione lo fa con parole semplici e piane, con versi anche di poeti veri, e con la voce di un bambino di dodici anni».
Premio di poesia “L’Olocausto”
31 01pmSun, 31 Jan 2010 18:50:21 +0000302010 2008 di amerigoiannacone“Il Foglio volante” di febbraio
31 01pmSun, 31 Jan 2010 18:34:52 +0000302010 2008 di amerigoiannacone
È uscito, piú ricco del solito, il numero di febbraio “Foglio volante”. Oltre alle solite rubriche (“Lettere”, “premi”, ecc.), vi compaiono scritti di Rosa Antonucci, Antonella Anziano, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Anna Maria Cardillo, Dante Cerilli, Enrico Marco Cipollini, Max Condreas, Mariano Coreno, Roberto Di Sario, Lino Di Stefano, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Tiberio La Rocca, Tommaso Lisi, Franco Orlandini, Christina Ramalho, Anna Ruotolo, Piero Simoni, Domenico Tirino, Gerardo Vacana, Paola Verolino.
Chi desideri ricevere copia saggio, chiederla, come al solito, a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui, di seguito, il pezzo di apertura si Franco Orlandini su Giorgio Caproni.
A vent’anni dalla morte del poeta
GIORGIO CAPRONI E SUA MADRE
Giorgio Caproni, nato a Livorno nel 1912, visse a Genova dall’età di dieci anni. Egli stesso ha raccontato: «Pensavo di fare il violinista, la musica era il mio “ideale”, ciò che avrei voluto “fare da grande”. Invece, dopo aver strimpellato un po’ dovetti impiegarmi, e i versi furono pur me il surrogato della musica tradita…»[1]
Trasferitosi a Roma nel 1939, fu chiamato alle armi. Partecipò alla Resistenza in Val Trebbia. Ritornato nella capitale nel 1945, fu insegnante nelle scuole elementari; collaborava intanto a giornali e a riviste letterarie. E a Roma si spense nel 1990.
Dopo di essere uscito dalle drammatiche vicende della guerra, Caproni andò sviluppando una tematica affettiva, autobiografica, còlta sia nei fatti della quotidianità familiare, umile in sé, ma ricca di autentici valori umani, sia negli ambienti popolari di Livorno e di Genova, dipinti in determinate ore, in specie di primo mattino. Successivamente, le ore in cui risaltavano le forme dell’esistenza piú schiette ed innocenti, sono diventate solitarie, “spopolate”, piene di nebbia e del “grigio del vento sull’asfalto”. Con spirito inquieto e complesso, il poeta ha rappresentato la maniera allegorica, l’uomo contemporaneo, che è ormai privo di punti fermi, che sfiora la realtà, senza poterla decifrare, senza pervenire all’identità di sé stesso.
Ma, ritornando a quella che De Robertis ha definito “epopea casalinga”, alla vita di ambienti familiari, che, pur consueti, rimangono nella memoria come circondati da un delicato alone fantastico, è in essa che Caproni ha collocato la figura di sua madre: Anna Pichi.
Annina, come il poeta la chiama, era nativa di Livorno e lí faceva la ricamatrice: «Non c’era in tutta Livorno / un’altra di lei piú brava / in bianco, o in orlo a giorno.»
Si recava a lavorare di mattina presto, ed usciva di casa, tutta svelta, mordendo la catenina d’oro che aveva al collo.
Corso Amedeo, che Annina percorreva, risuonava del suo tacchettío; lei dietro di sé lasciava un inconfondibile profumo di cipria, che durava a lungo. La stanza in cui lavorava, s’affacciava sul porto, e vi entravano gli odori e le fresche folate del mare.
Il poeta ha voluto rievocare l’immagine ancora giovane di sua madre, quale “ragazza fina, / d’ingegno e di fantasia”: dai modi gentili ed abile, creativa nel suo lavoro.
Anna Picchi venne a mancare nel 1950.
La raccolta dal titolo “Il seme del piangere” (del 1959) da Caproni è stata dedicata, in buona parte, alla memoria della madre; in essa sono comprese due poesie già scritte per lei nel 1954.
Ritornato nella città natale, il poeta ha rivisto i luoghi in cui aveva trascorso l’infanzia; si è aggirato tra i sedili della piazza e i canali navigabili, i Fossi, con la loro acqua scura («Quanta Livorno d’acqua / nera e di panchina bianca!»).
Ha immaginato di cercare sua madre, cosí come l’avrebbe cercata da bambino, in lacrime, sperduto nell’estesa piazza. Ma la mamma non c’era piú… «Era via» dice il poeta cosí come avrebbe detto il piccolo, incapace di comprendere appieno il significato della morte.
Non si vedeva passare la ragazza, che indossava l’abituale «camicetta / timida e bianca, viva»; non persisteva nell’aria quell’intenso profumo di cipria, a coprire «l’odore vuoto del mare / sui Fossi, e il suo sciacquare.»
Franco Orlandini
[1] Nell’“Antologia popolare di poeti del Novecento” Vallecchi, 1973.
Parole clandestine
31 01pmWed, 13 Jan 2010 20:55:35 +0000122010 2008 di amerigoiannacone
È appena uscita la mia nuova raccolta di poesie dal titolo Parole clandestine (Ed. Eva, Venafro 2010, pp. 56, € 10). Ne riporto, qui di seguito, la prefazione di Aldo Cervo.
Prefazione
Originale e calzante l’idea di identificare il poeta come il clandestino della parola.
D’altronde in un tessuto sociale transnazionale oramai da tempo immemore monopolizzato, nell’attenzione, dalla produttività, dal consumismo, dall’interesse quotidiano per i costi del petrolio in dollari per barile, dal confronto – quotidiano anch’esso – dei valori monetari delle Borse, da Londra a Hong Kong, da Milano a Tokio, e cosí via, cos’altro può apparire la poesia, se non il grido di disperati, ammucchiati a bordo di un malandato gommone rigonfio di utopie, sballottolato fra le onde alla deriva?
Rari nantes – i poeti – in gurgite vasto.
E basterebbe questa sola suggestiva intuizione posta in esordio di volumetto a legittimarne la pubblicazione. Ma le pagine a seguire non sono da meno. Sfogliandole, ci si imbatte in altre liriche (quarantatré in tutto) dense di motivi esistenziali, che si avverte a lungo rimuginati da una mente avvezza all’autoanalisi. Ed è difficile, molto difficile trovarne una che non sollevi un interrogativo, che non insinui una riflessione. Che non susciti, insomma, un interiore turbamento dai contorni – se si vuole – indefiniti ma bastevoli a scalfire opinioni comuni, a riaprire discorsi interrotti, a ridiscutere quelle che si ritenevano inoppugnabili certezze.
La maturità poetica, che sembrava in Iannacone aver già toccato nelle ultime raccolte il punto di massima espansione, vieppiú s’approfondisce con Parole clandestine, dove ogni parola – appunto – ogni concetto, ogni immagine si affina in un distillato linguistico-espressivo, per trasparenza, essenzialità e “sapore” avvicinabile alla purezza sincera delle grappe.
La veste formale della silloge conferma, nell’autore, l’opzione per un impianto metrico svincolato da schemi tradizionali, o comunque rigidamente prefissati. E tuttavia non rompe i ponti con la poesia buona d’altri tempi, della quale sono tenuti in apprezzabile riguardo tanto la scansione degli ictus – unico antidoto alla sciatteria prosaica – quanto il gioco, gradevole, di assonanze, di consonanze, e – quando capita – della stessa rima.
Aldo Cervo
“Il Foglio volante” di gennaio
31 01pmSat, 02 Jan 2010 18:46:48 +000012009 2008 di amerigoiannacone
Con il numero di gennaio 2010, “Il Foglio volante – La Flugfolio” entra nel suo venticinquesimo anno di vita. Vi compaiono scritti di Rosa Amato, Pasquale Balestriere, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Michele Di Bona, Alessandra Ferrari, Amerigo Iannacone, Antonio Masi, Avni Muça, Ivano Mugnaini, Silvana Poccioni, Antonio Spagnuolo, Irene Vallone.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui di seguito, la poesia “Sguardi” di Antonio Spagnuolo classificata al Premio “Sant’Elia Fiumerapido e un mio testo tratto dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.
Sguardi
All’improvviso riprende l’ora,
l’attimo che chiude l’assedio,
l’attimo distratto che tra le crepe dei muri
sussurra ancora una promessa:
io scriverò le quattro cose che farfuglio ogni giorno,
tra il sospetto di morte ed il cicaleggio impertinente
dei residui del sesso, ormai traballante
per le tue pupille variegate
ed il mio cervello impaurito.
Aleggia un soffio
che nel bilico annega, un bilico
tra le circonvoluzioni cerebrali
insinuando qualche verità, a volte incerta nel verso,
e gioca, gioca in abissi che nella ragione
sanno alternare progetti.
Quindi si narra la fine, anche se arde
una vecchia stufa appisolata,
e avvolte in fogli di alluminio
scommettono le palpebre riflessi inaspettati.
Non sappiamo resistere al tranello che propone
qualche ora sottratta nel sorriso,
e che rinnova sguardi vellutati.
Antonio Spagnuolo
Il latinglese
Come si dice, “i film” o “i films”? Come regolarsi con il plurale di vocaboli stranieri usati nella nostra lingua? Premesso che, quando è possibile, è sempre meglio usare il corrispondente termine italiano, io credo sia opportuno regolarsi allo stesso modo di come ci si regola con parole italiane (o comunque acquisite nella lingua) che terminano per consonante: “l’autobus” “gli autobus”, “il quark” “i quark”, “il tram” “i tram”, il “quorum” “i quorum”, ecc.
Con termini inglesi ormai acquisiti come “bar”, “sport” e simili, nessuno ritengo si sognerebbe di dire al plurale “bars” o “sports”. Ma spesso si sente dire “ i computers” e “gli hotels”. Fermo restando che potremmo anche dire, piú opportunamente, “elaboratori” e “alberghi”, credo che anche in questi casi la cosa migliore sia importare la parola al singolare e, assoggettandola alle regole dell’italiano, lasciarla invariata al plurale: “i computer”, “gli hotel”.
Se non altro non rischiamo cosí di prendere quelle cantonate, purtroppo piuttosto frequenti, di far passare per inglesi parole che inglesi non sono, come le latine “album”, “sponsor”, “tutor”, e di farne un improbabile plurale “albums”, “sponsors”, “tutors”, in una sorta di latinglese, come già avevamo avuto l’itanglese.
“Il Foglio volante” di dicembre
31 12pmThu, 03 Dec 2009 16:55:03 +00003362009 2008 di amerigoiannacone
È uscito ed è stato appena spedito agli abbonati “Il Foglio volante – La Flugfolio” di dicembre 2009 in cui compaiono scritti di Ferdinando Banchini, Aurelia Bogo, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Aldo Cervo, Francesco De Napoli, Lino Di Stefano, Alessandra Ferrari, Alfonso Gatto, Stefy Grimieri, Idolo Hoxhvogli, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Antonio Lanza, Pierangelo Marini, Giuseppe Napolitano, Silvana Poccioni, Massimo Spelta.
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Riporto il pezzo di apertura su Alfonso Gatto e una sua poesia.
Alfonso Gatto a un secolo dalla nascita
Cento anni fa, il 7 novembre 1909, nacque a Salerno Alfonso Gatto, uno dei piú significativi rappresentanti dell’ermetismo, tra i piú rappresentativi dei poeti novecenteschi. Recentemente, opportunamente, Mondadori ha pubblicato Tutte le poesie. Del volume si può dire solo bene, trattandosi di una raccolta esaustiva, ordinata e curata col sentimento di un critico attento come Silvio Ramat, puntuale nella presentazione dei testi e nelle note alla comprensione tematica e stilistica. La poesia di Gatto, arduo sperimentatore pur nel solco di una tradizione mai rinnegata, è di quelle che vanno lette e meditate affinché se ne possa gustare il succo intenso, affinché se ne colga la freschezza, l’immediatezza del dettato – pur nella (solo apparente, a volte, o voluta) difficoltà della forma – che è frutto di scelte lessicali sapide e sapienti, di accordi semantici e di cantante tramatura sonora (e almeno vanno ricordate, fra le piú alte espressioni – solo per fare un esempio –, testi brevi e densissimi come “Bambina” e “Cielo” da Morto ai paesi).
«Fu allora che la nostra poesia prese a parlare un linguaggio volutamente e coscientemente europeo senza per questo perdere quei caratteri di autenticità che avrebbero poi consentito ai maggiori un’operazione di saldatura con la parte viva della nostra tradizione». Cosí scrisse Carlo Bo, alludendo certo, in primo luogo, ad Ungaretti, ma anche Gatto riprende in mano il vecchio endecasillabo per dargli vita nuova, espressioni diverse, sostanza piena seppure spesso nascosta, a volte amorevolmente custodita.
La fatica della ricerca, la «parola scavata nella vita come abisso» (per dirla con lo stesso Ungaretti), fa preziosa l’arte, e rende schivo l’artista, teso a scrutare nel fondo dell’anima, a scoprire le parole essenziali della coscienza, ad esprimere le poche capaci di creare (o evocare) l’immagine.
E Gatto sosteneva: «Voglio che la poesia sia la sola a dire chi sono, come sono vissuto e perché, e con la naturalezza che le è propria». Alle parole si affida in umiltà la vita stessa, la propria, ma con l’orgoglio cosciente di chi non ha paura di apparire superbo, perché diventi “altro” da sé e parli, a chiunque abbia la capacità di intendere. Bisogna abituarsi ad «entrare nella poesia per la porta stretta»: faticare un po’ a capire per essere certi infine di avere, insieme al poeta, scoperto o ri-scoperto l’uomo (Fu Montale, nel ’33, a scrivere che Gatto era «destinato a entrare nella poesia passando per la porta stretta»).
«Noi – scrive lo stesso Gatto nel ’40 – siamo nella fretta di questo secolo oscuri simboli di un silenzio storico: non sapremo forse mai parlare di noi stessi e la poesia ci illude…». Ma non è proprio questa “illusione” a dare piú forza alla nostra ricerca esistenziale?
Giuseppe Napolitano
Osteria flegrea
Come assidua di nulla al nulla assorta
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l’improvvisa vampa
del soffio è breve.
Fissa il gufo
l’invidia della vita,
l’immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.
Alfonso Gatto
Le “Cronache reali e surreali” a Campobasso
31 11amSun, 15 Nov 2009 10:07:12 +00003182009 2008 di amerigoiannaconeNell’ambito della serie di eventi letterari organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Molise che va sotto il nome “Eventi d’Autore – 20 incontri con gli Autori – Leggere il Molise” giovedí 19 novembre 2009, ore 18,45, sarà presentato a Campobasso, nel Palazzo del Governo (P.zza G. Pepe n. 24) il mio libro “Cronache reali e surreali”. Ne parleranno Aldo Cervo e Giuseppe Napolitano.
Ringrazio in anticipo quanti vorranno intervenire.
“Il Foglio volante” di novembre
31 11pmMon, 02 Nov 2009 18:11:32 +00003052009 2008 di amerigoiannaconeNel “Foglio volante” di novembre 2009 compaiono scritti di Lucia Barbagallo, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Daniela Bruni, Giancarlo Campioli, Mariano Coreno, Antonio De Angelis, Emily Dickinson, Alessandra Ferrari, Sendoo Hadaa, Amerigo Iannacone, Teresinka Pereira, Ivan Pozzoni, Gerardo Vacana.
Come al solito, invito chi desideri riceverne copia saggio a chiederla a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui, di seguito, un mio racconto che parte dalla prima pagina e la poesia inedita “L’evento in cerca di autore, di Gerardo Vacana.
L’ultima intervista
Eugenio Valenti fu colpito dal portone d’ingresso, non sapeva nemmeno lui perché. Sembrava non avere nulla di particolare, eppure lui sentiva come un sentimento di repulsione. Suonò il campanello e venne ad aprire una ragazza, una bella ragazza mora, ben vestita, elegante, ma anche lei gli trasmise un senso di disagio.
– Si accomodi, Dottor Valenti. – Disse la ragazza.
“Dottor Valenti? – pensò Eugenio – Come fa a sapere il mio nome?”
– Ho un appuntamento… – cominciò, ma la ragazza lo interruppe:
– Sí, si accomodi. Il Dottore la farà chiamare appena si sarà liberato.
Il direttore del giornale lo aveva mandato a fare quell’intervista senza dirgli nulla del personaggio e senza dargli la possibilità di procurarsi un minimo di documentazione su di lui. Non aveva fatto in tempo a mettere piede in redazione che il Direttore lo aveva spedito in Via Morgue 33 per quell’intervista.
– Ma di chi si tratta?
– Adelmo Morton. Va’, non ti preoccupare. Per le sei e mezzo voglio il pezzo.
– Ma… – Aveva tentato di dire.
– Vai, vai. Al ritorno ne parliamo.
– Non…
– È un dirigente. Ho detto che ne parliamo al ritorno.
– Vorrei per lo meno…
– Sei un giornalista o no? Saprai fare un’intervista di una colonna e mezzo?
Era giovane, Valenti, lavorava al giornale da una settimana, e non fece altre obiezioni. Si recò in Via Morgue.
Aspettò per dieci minuti. Una sala di attesa anonima: solo un divano e un tavolinetto. Ma sulla parete di fronte uno strano quadro, un olio su tela con una figura astratta, una specie di macchia nera con dei contorni indefiniti su uno sfondo di un rosso cupo. Eugenio non riusciva a staccare gli occhi da quel quadro e a un certo punto gli sembrò quasi che la figura si muovesse. Ma non fece in tempo a pensare, perché la porta interna si aprí e la ragazza di prima gli disse:
– Prego, il Dottore l’attende.
Eugenio entrò e “Strano, – pensò – non c’è nessuno, nessuno è uscito e non ci sono altre porte. Perché mi ha detto che il Dottore era impegnato?”
– Buongiorno, Dottor Morton. Sono…
– Eugenio Valenti, lo so. Si accomodi. È da una settimana che l’attendo.
“Da una settimana?”
– Veramente…
– Lo so, non gliel’hanno detto. Succede sempre cosí. Ma mi dica, Lei che intenzioni ha?
– Volevo farle l’intervista…
– Lasciamo stare. Mi dica sinceramente: come si sente?
– Ehm… bene. In che se-senso? – Si accorse che cominciava a balbettare.
– Psicologicamente. È preparato?
– Veramente, volevo preparare delle domande, ma non ne ho avuto il tempo. Il direttore…
Morton scoppiò in una sonora risata, che a Eugenio fece venire i brividi.
– Stavolta le domande le faccio io.
– Veramente l’intervista do-dovrei farla io. Per le sei e mezzo de-devo essere in redazione per consegnare il pe-pezzo…
– Non ci sarà alle sei e mezzo. In redazione non ci andrà piú. Mi dica, piuttosto, Lei è contento della Sua vita?
– Beh… non so…
– Lei quanti anni pensava di vivere?
“Pensava”?
– Penso…
– È meglio che Lei non pensi.
Morton si alzò e girò intorno alla scrivania per andare verso Eugenio. L’ultima immagine che Eugenio vide, fu Morton che gli si avvicinava e gli sembrò si trasformasse in una macchia nera come quella che aveva visto nel quadro, mentre tutto intorno diventava rosso, un rosso cupo e sfumato.
Amerigo Iannacone
L’evento in cerca d’autore
L’evento grande o minimo
passa per mille bocche distratte
subisce mille travisamenti
ma reclama vera attenzione
cerca un varco
tra gente tetragona indifferente,
giunge fino a te
attenta inquieta foce
terminale dolente.
Per sforzi che faccia
la tua mente (mente, non mare)
non gli ridarà
l’originaria purezza
l’iniziale intatta verità.
29.8.1993
Gerardo Vacana
“Il Foglio volante” di ottobre
31 10amSun, 18 Oct 2009 08:56:48 +00002902009 2008 di amerigoiannacone
È uscito “Il Foglio volante” di ottobre 2009 in cui compaiono scritti di Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Daniela Bruni, Dante Cerilli, Antonio De Angelis, Pino De Renzi, Alessandra Ferrari, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Michele Marra, Anna Ruotolo, Maria Luisa Russo, Gerardo Vacana, Irene Vallone, Antonio Vanni, Maurizio Vitiello.
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Riporto qui, di seguito, l’articolo di apertura “La Divina commedia” nel mondo.
La Divina Commedia nel mondo
A Ravenna le versioni Svedese, Ceca ed Esperanto
Si è svolta il 25 settembre a Ravenna un’interessantissima serata dedicata alla Divina Commedia in lingua Esperanto, nell’ambito delle annuali celebrazioni del Settembre Dantesco che quella città dedica al nostro sommo poeta. L’avvenimento, ha avuto anche la presenza dell’esperantista e poeta napoletano/sanmarinese Nicolino Rossi, quale esperto di Dante in versione Esperanto.
l Centro Relazioni Culturali della città di Ravenna, sotto la direzione del Dott. Walter Della Monica, già da anni dedica tre venerdí di ogni settembre ad altrettante presentazioni della Divina Commedia nelle svariate lingue nazionali. Lo scopo è quello di ravvivare l’attenzione del mondo culturale italiano ed internazionale sulla validità ed attualità del divino Poeta italiano. Il settembre 2009 è stato dedicato alle versioni della Divina Commedia in lingua svedese, ceca ed Esperanto.
La serata di venerdí 25 settembre è stata dedicata alla nuova e modernissima traduzione della Commedia in lingua Esperanto, ad opera del Dott. Enrico Dondi di Roma, eminente traduttore e studioso di Dante. La manifestazione si è svolta nella suggestiva Basilica di San Francesco accanto alla tomba del nostro Sommo Poeta, con la presenza di un pubblico folto ed attento. La serata di conversazioni sulla nuova traduzione in Esperanto della Divina Commedia è stata brillantemente condotta dal Prof. Alessandro Gentili della James Madison University di Firenze, con la partecipazione degli specialisti esperantisti Prof. Carlo Minnaja dell’ Università di Padova e membro dell’Accademia di Esperanto, del Prof. Mauro Nervi dell’Università di Pisa e presidente della Accademia della Letteratura Esperanto, e del napoletano Nicolino Rossi, direttore della Cattedra di Esperanto di Napoli e poeta esperantofono.
Gli esperti hanno tracciato brevemente la storia della lingua Esperanto, dalla sua nascita nel 1887 a tutt’oggi, sottolineando gli intenti etico-filosofici che hanno animato il suo inventore Dott. Ludovico Lazzaro Zamenhof, spinto alla ricerca di una lingua facile e neutrale, per un mondo pacifico e solidale. Hanno altresí evidenziato la grande mole di produzione letteraria originale in Esperanto, e di traduzione di numerosi capolavori delle letterature nazionali, anche da lingue cosí dette minori. Naturalmente le valutazioni estetico-filologico-interpretative del lavoro di E. Dondi sulla Divina Commedia hanno occupato il centro del dibattito, con cenni brevi, ma circostanziati, sulla storia dei vari tentativi di traduzione della Commedia in Esperanto, fin dall’inizio del 1900. La nuova traduzione di Enrico Dondi ha riscosso, nella valutazione degli esperti, il massimo consenso possibile, sia per la chiarezza filologica di quasi perfetta adesione di ogni verso al suo originale italiano, sia per una resa dell’endecasillabo esperantico di altissima e vibrante poeticità. È stato, infine, declamato il XXXIII Canto del Paradiso in italiano ed in Esperanto.
La serata, di alto interesse culturale in un ambiente si di grande suggestione, si è conclusa con la consegna, ai tre esperti esperantisti, del Lauro Dantesco 2009, una formella di bronzo riproducente la statua di Dante che si trova sul bassorilievo all’interno della tomba del Poeta.
“Il Foglio volante” di settembre 2009
31 09amSun, 13 Sep 2009 07:34:19 +00002552009 2008 di amerigoiannacone 
Nel “Foglio volante” di settembre 2009, un numero piú ampio del solito compaiono scritti di Giorgio Bàrberi Squarotti, Paolo Battista, Roberto Bettero, Aurelia Bogo, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Mariano Coreno, Carla D’Alessandro, Rossana D’Angelo, Lino Di Stefano, Albert Einstein, Vito Faiuolo, Alessandra Ferrari, Amerigo Iannacone, Maria Pina Iannuzzi, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Pierangelo Marini, Avni Muça, Silvana Poccioni, Nicola Rampin, Sara Rodolao, Anna Ruotolo, Daniele Sardone, Nat Scammanca, Carina Spurio, Giuseppe Tadolini, Maria Luisa Toffanin.
Riporto qui, di seguito, un mio breve testo, dalla rubrica “Appunti e spunti” (ma purtroppo non sono tanto bravo con Internet e i corsivi non mi vengono).
Accenti: una storia infinita
Un’antica questione: sí affermazione, dal latino sic est, va scritto sempre con l’accento (che, se vogliamo essere precisi, dovrebbe essere acuto perché il suono è chiuso). Ma otto volte su dieci lo troviamo scritto senza accento. A chi mai è capitato di vedere durante la campagna per i referendum di vedere un sí con l’accento? Nemmeno sulle schede elettorali: molto, infatti, fanno anche le istituzioni per farci restare ignoranti.
I monosillabi con l’accento in realtà sono pochissimi: oltre al sí, troviamo dí nel significato di giorno (ma, attenzione, l’imperativo del verbo dire, è di’ con l’apostrofo e non con l’accento: di’ la tua); là e lí, avverbi di luogo; né negazione, ché (in senso causale o finale, cioè quando sostituisce perché, esempio: non dire nulla, ché non ho voglia di ascoltare); dà, indicativo del verbo dare (ma l’imperativo è da’), esempio: Antonio dà poca importanza a quello che vede); piú, giú, e qualcun altro.
Poi c’è il pronome sé, per il quale vorrei spendere qualche parola in piú. Alcuni grammatici sostengono che quando è seguito da stesso e medesimo, non vuole l’accento, perché, dicono, in questi casi non c’è possibilità di confondere con se congiunzione. Qualcuno poi, di quelli che spaccano il capello, aggiunge che però l’accento va recuperato al plurale sé stessi, perché in questo caso potrebbe confondersi con il congiuntivo del verso stare (se stessi facendo qualcosa di male…).
Ma la verità è che una volta stabilito che una parola ha l’accento, sempre con l’accento va scritta, perché se si dovesse mettere soltanto quando c’è ambiguità, potremmo omettere l’accento nove volte su dieci. Se scrivessimo verita, gioventu, affinche, finiro, anziché le corrette verità, gioventú, affinché, finirò, con che cosa mai si potrebbero confondere? Ma anche se scrivessimo calamità, però, farò senza gli accenti, praticamente mai potremmo confondere con calamita, pero, faro, perché è il contesto che ci fa capire di che stiamo parlando.
Ma quella degli accenti è una storia infinita: torneremo a parlarne.
“Il Foglio volante” di agosto 2009
31 07pmFri, 31 Jul 2009 13:54:17 +00002112009 2008 di amerigoiannaconeÈ stato appena spedito agli abbonati “Il Foglio volante” di agosto 2009. Si tratta di un numero speciale dedicato quasi per intero al Premio Letterario “Una Fiaba per te” di San Pietro Infine. Chi desideri ricevere copia saggio ce la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com
Riporto, di seguito, un mio breve testo, tratto dalla rubrica “Appunti e spunti”.
I pasticcieri si perdono le “i”
Ho provato a controllare su un motore di ricerca (sì, lo confesso, anch’io soffro della sindrome di google): il termine “pasticcere”, senza la “i”, batte “pasticciere”, con la “i”, per 173.000 a 72.200.
Ebbene, nella parola “pasticcio”, la seconda “i” è solo un artificio grafico del nostro alfabeto per non farci leggere “pasticco”, in quanto al grafema “c” in italiano corrispondono due fonemi, cioè due suoni diversi, uno palatale, come in “cena” e uno gutturale, come in “cane”. Lo stesso vale per “pasticciare”, dove, se non ci fosse la “i” leggeremmo “pasticcare”, ma in “pasticcerò”, “pasticcerei”, la “i” non ci vuole perché il suono palatale già c’è.
Diverso è il discorso di “pasticciere”, dove la “i” appartiene al suffisso “-iere”, un suffisso che generalmente indica il mestiere: “panettiere”, “banchiere”, “staffiere”, “alfiere”, “carrettiere”, “carpentiere” , “portiere”, ecc. E allora dovremo scrivere: “pasticciere”, “pasticciera”, “pasticcieri”, “pasticciere”.
Ma, che volete?, l’uso comanda. E anche i vocabolari – che devono fare, poverini? – Si adeguano. Qualche anno fa non riportavano la forma erronea “pasticcere”, ora (ne ho controllato piú di uno) scrivono: “Pasticcere, V. Pasticciere”. Magari fra qualche anno troveremo “Pasticciere, V. Pasticcere” e poi forse troveremo solo la forma “pasticcere”, tranquillamente sdoganata. Avrà vinto l’ignoranza, ma i linguisti sono pochi, gli ignoranti tanti.

