“Il Foglio volante” di aprile

31 04pmFri, 27 Apr 2012 20:43:36 +00001172012 2008

Nel “Foglio volante” di aprile 2012 compaiono testi di Lucia Barbagallo, Loretta Bonucci, Aldo Cervo, Carmine Cirillo, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Adriana Mondo, Giorgio Pagano, Silvana Poccioni, Fryda Rota, Patrick Sammut, Gerardo Vacana. Ricordo, come al solito, che chi desideri abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
Dal “Foglio volante”, riporto, qui di seguito, il testo di apertura, una mia nota dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Adriana Mondo.

Solitudine

Guardò per l’ennesima volta l’orologio a muro sulla parete di fronte al letto, nella speranza che la lancetta delle ore avesse già percorso l’ultimo tratto di quadrante che mancava alle sei del mattino. Alle sei ci si poteva ben alzare, nessuno gli avrebbe rimproverato di essere troppo mattiniero! Gli altri ospiti non se ne sarebbero neppure accorti, se lui avesse evitato di far cigolare la rete, se si fosse infilato le pantofole di panno e, soprattutto, se non si fosse messo a passeggiare nervosamente per la stanza, picchiettando sul pavimento col quel maledetto bastone.
Avrebbe avuto un po’ di tempo tutto per sé, prima di scendere a colazione nella sala comune. Che tortura! Tutti quei “Buongiorno!” da scambiare senza averne alcuna voglia; tutti quei “Dormito bene?” ipocriti, perché né a lui né agli altri interessava se l’ospite della camera accanto avesse dormito bene o male.
Le notti erano interminabili, un vero calvario, con tutti quei dolori alle ossa che nessuna posizione poteva alleviare: e lí a girarsi e rigirarsi senza posa, inutilmente. Quando credeva di averne trovata una adatta, quando il fianco sembrava avere smesso di dolere, ecco di nuovo quelle fitte lancinanti, quel formicolio snervante e quel montare irrefrenabile di una rabbia sorda e impotente contro il mondo intero, contro la vecchiaia, contro il destino, contro Dio, se pure esisteva un Dio.
Si svegliava alle sei per affacciarsi alla piccola finestra che dava sul fiume. A quell’ora, generalmente, un pescatore andava ad appostarsi con la sua canna di bambú sull’ansa sotto il pioppo e rimaneva lí per ore, nell’attesa che qualche trota abboccasse all’amo. C’era un silenzio assoluto a quell’ora, rotto solo dal frusciare delle foglie e dal cinguettio dei passeri. Nessuna voce umana a spezzare la pace.
A lui la pesca non era mai piaciuta: troppa pazienza, troppo tempo inutilmente sprecato per un risultato spesse volte deludente.
A lui era sempre piaciuto tutto ciò che comportava rischio, mente sveglia e prontezza di riflessi, creatività e immediatezza nel trovare una soluzione a qualunque problema.
Aveva praticato l’aeromodellismo per molti anni, costruendosi da solo modellini di aerei anche abbastanza complessi e si sentiva veramente un dio quando li faceva decollare dai campi appena rasati, con quell’erbetta verde che profumava di fresco. E poi li faceva volteggiare in cielo come piccole schegge argentee, tra looping e voli rovesci, picchiate e risalite che sembrava volessero perdersi tra le nuvole; e infine l’atterraggio, sempre perfetto, sempre straordinariamente preciso nel punto in cui aveva deciso che dovesse avvenire…
Poi quel maledetto ictus, l’emiplegia che gli aveva ridotto l’uso della mano destra, quella mano da “chirurgo e da orologiaio”, come la definiva lui… Ed era stata la fine, l’inizio della depressione, la solitudine, la perdita di ogni entusiasmo.
Si era aggrappato a quell’hobby per dare un senso alla sua vita dopo la morte di sua moglie, compagna fedele e premurosa, per rassicurare i figli che vivevano lontano, per sopportare l’invadente presenza della sua badante polacca (una bravissima donna, per carità, ma un’estranea per lui), per sentirsi ancora vivo e capace all’età di settantotto anni.
– Posso stare anche da solo, – aveva detto ripetutamente ai figli in ansia per lui – posso cavarmela bene, sono autonomo, c’è Magda con me, riesco a sopportarla, purché non sia troppo invadente, non vi preoccupate, pensate alla vostra vita, ai miei nipoti, io so cavarmela.
Ed era stato davvero cosí per oltre sei anni, ma infine aveva dovuto cedere all’evidenza: non poteva piú cavarsela da solo dopo quell’ictus, e nemmeno l’aiuto di Magda era ormai sufficiente.
I figli avevano protestato, pianto, implorato: non avrebbero mai permesso che il loro padre, che aveva fatto tanti sacrifici, che li aveva sempre aiutati, che mai si era tirato indietro per risolvere ogni piccolo problema, dovesse finire i suoi giorni in una casa di riposo, mai.
E invece lui aveva deciso di sí; solo in quel modo avrebbe conservato intatta ai loro occhi la propria dignità, lo faceva anche per il loro bene: dopo la sua morte dovevano ricordarlo con lo stesso amore di sempre, come un aiuto, un conforto, un punto di riferimento, non come un peso, fastidioso e insopportabile.
Sentí picchiare alla porta e la voce di Stefano, l’assistente sociale del mattino, che lo invitava a scendere per la colazione, gli trafisse le orecchie. Era ancora alla finestra, e anche il pescatore era ancora sul fiume, con la sua canna in mano, in attesa che la trota abboccasse.
La pesca non gli era mai piaciuta, ma in quel momento lo invidiò, con quella mano destra che girava veloce il mulinello. E forse per soffrire un po’ di piú, come se ce ne fosse bisogno, si svegliava ogni mattina alle sei, per spiare dalla finestra quello sconosciuto, che non aveva bisogno di bastoni, che teneva stretta nelle mani la canna per ore e faceva girare cosí velocemente il mulinello con la destra.
– Signor Luciano, vuole scendere per favore? Sono le sette passate, troverà il latte freddo. I suoi amici sono già tutti a tavola.
Si vestí alla meglio, dopo essersi sciacquato il viso con l’acqua tiepida ed essersi ravviato i capelli bianchi come neve.
Stefano lo aspettava sul pianerottolo, con la porta del piccolo ascensore aperta chissà da quanto. Sorrise, ma a lui sembrò che lo facesse solo perché era pagato per sorridergli.
Nella sala da pranzo il solito brusio, i tavoli già tutti occupati, solo il suo posto ancora vuoto. Andò a sedersi tra Michele e Gianni, che lo accolsero come sempre con il loro viso malinconico e buono.
– Buongiorno a tutti! – disse, con tutto l’entusiasmo possibile – Dormito bene?

Silvana Poccioni
Agnone (Isernia)

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone
Problematiche sinergiche

Non ci sono piú problemi in Italia, ma solo problematiche. “Problematica” è una parola che piace, che se uno non la usa almeno tre o quattro volte al giorno si sente male. Chissà, forse perché fa rima con informatica e con telematica, nonostante faccia rima anche con “matematica”.
È una parola di moda: il significato non importa. Se qualcuno conosce la differenza di significato tra “problema” e “problematica” me lo dica. Sí, è di moda, come è di moda “sinergia” (meglio se scritta con la “y”, “synergia”) e i suoi derivati (sinergismo, sinergico, sinergicamente). Una volta ci si accontentava di usare “collaborazione” e simili e c’è addirittura qualche demodé che “collaborazione” la usa ancora e che usa perfino la parola “problema”.

Città di neve

Arabeschi grigliati
imbrigliano i tetti
tu bella ed elegante
ti rivesti di luce
come una sposa.
Attendi l’ora piú bella.
Le tue guglie svettano
preziosi gioielli ricamati
di cristalli.
Sei nel cuore o città di neve.

Adriana Mondo
Reano (Torino)

“Il Foglio volante” di marzo 2012

31 03pmMon, 12 Mar 2012 14:54:34 +0000712012 2008

In prima pagina nel “Foglio volante” di marzo 2012 un racconto di Delfina Ducci che riporto qui di seguito. Vi compaiono inoltre testi di Rosa Amato, Loretta Bonucci, Aldo Cervo, Georges Dumoutiers, Pietro La Genga, Giovanna Li Volti Guzzardi, Amerigo Iannacone, Francesca Lo Bue, Giacomo Pontillo, Fryda Rota, Patrick Sammut, Adolf P. Shvedchikov.
Ricordo che chi desideri abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
Riporto, di seguito, anche un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti”.



Il male di vivere

Non è mia invenzione. La gamba destra è piú grossa della sinistra. Almeno due centimetri in piú, al di sopra del ginocchio. Lo ha confermato la donna delle pulizie. Guai, sempre guai. La mattina appena sveglia so già che qualcosa di spiacevole è accaduto durante la notte. In queste ore si compiono trasformazioni abnormi sul mio corpo. Spiriti, spiritelli si prendono gioco di me, scherzano. Senza cuore! Non sanno quanta angoscia mi procurano. Invidiosi della bellezza del mio fisico, hanno deciso di infliggermi torture.
Ieri mentre facevo il bagno, l’ombelico, quel piccolo bocciolo profumato, è diventato un anemone malaticcio. Ho pianto implorandoli di risparmiarmi l’orrenda afflizione. L’ombelico non è meno piacevole del seno e dei glutei. Anch’esso accoglie baci. Non esiste rimedio a un caso cosí serio. I medici non curano queste patologie improvvise. Un ombelico cosí ridotto può essere veicolo di infezione. È un binario morto rassicura il dottore, attraverso quello non entra nulla nel corpo. Lo dice per tenere sotto controllo la mia ansia. So bene con chi ho a che fare. Non sono visionaria, né ipocondriaca. La gente tende a sottovalutare i miei mali, forse non hanno dignità . Non sapere il motivo di questa deformazione continua, mi fa temere il peggio. Chi vivrebbe contando i minuti, gli attimi, in attesa della propria fine? Morire di quale malattia? Di gamba, di ombelico, di bocca storta, di piede piatto, di rigonfiamento di ginocchio, di puzza di naso, di male alla pancia. Cosa farà cessare il mio tormento.
Anche oggi lo specchio rende ragione dei miei mali. Sono tutti presenti all’appello. Come l’ingranaggio di un orologio si muovono all’unisono: saltellano, schizzano, corrono a nascondersi sotto la pelle del viso, delle braccia, delle gambe, delle mani. Una lacrima riga il volto, esce senza mia autorizzazione ma lenisce il male di vivere perché nulla dà piú serenità della certezza di vivere anche se malamente.
Delfina Ducci

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Niente po’ po’ di meno…

Chi si ricorda l’espressione Niente po’ po’ di meno che…, resa popolare alcuni decenni fa da Mario Riva? A me bambino faceva pensare al Po e non capivo bene il significato. Ovviamente il fiume non c’entra nulla. Po’ sta per poco. Ma qual è la grafia esatta,  o po’? Spessissimo si trova scritta, purtroppo, e non solo in Facebook ma anche in giornali autorevoli e in libri di autori noti, la forma erronea, anziché la giusta po’. Tanto che a qualcuno può venire il dubbio che sia la forma corretta. Ma l’errore anche se diffuso rimane errore. La forma giusta è po’, con l’apostrofo, perché si tratta di forma apocopata (troncata) di poco.
Ci sono anche altre parole, monosillabiche, apocopate allo stesso modo, sia pure meno frequenti: vo’ per voglio, ca’ per casa (si pensi alle veneziane Ca’ d’Oro, Ca’ Foscari, ecc.), e poi gli imperativi di’ per dici, da’ per dai, va’ per vai, fa’ per fai, sta’ per stai, ecc., da non confondere, queste ultime, con gli indicativi (egli) dà, (egli) va, (egli) fa, (egli) sta, ecc.
D’altra parte i monosillabi con accento grafico, sono proprio pochi, una decina, e si possono anche memorizzare. Ecco i principali: (verbo dare), è (verbo essere), (avverbio), (avverbio), (congiunzione), (pronome), (avverbio), (bevanda, sostantivo), ché (congiunzione, rara, con valore di perché).

Poi

31 02pmMon, 06 Feb 2012 14:55:52 +0000362012 2008

È da poco uscito il mio libro “Poi” (Ed. Confronto, Fondi 2011), silloge di poesie vincitrice del Premio “Libero de Libero” 2010. Riporto di seguito una nota di Maria Stella Rossi.

“Poi” ovvero la quintessenza della poetica di Amerigo Iannacone

“Mi dedico soltanto alle parole / con che resa non so, / ma l’anima si espande.”
In questi versi, tratti dalla raccolta Poi, vincitrice del Premio Nazionale Libero De Libero, si potrebbe trovare una chiave di lettura per entrare in punta di piedi nel mondo poetico di Amerigo Iannacone.
La sua storia letteraria, segnata e accompagnata da un costante, minuzioso, quasi implacabile osservare e osservarsi, è un tangibile riflesso dei temi presenti, ripetuti e approfonditi nel corso di oltre trenta anni di dedizione alla parola. Già nella silloge Pensieri della sera del 1980 (pubblicata di nuovo per la collana “I Colibrí” – Edizioni Eva), sono presenti gli scandagli di un’anima che punta l’attenzione ossessiva e lucida sui nodi non sbrogliabili della vita.
L’incapacità/impossibilità di cogliere i momenti giusti, quelli che avrebbero potuto far intravvedere “squarci di sereno / che nemmeno / ci accorgemmo di vivere.” (da Riverberi), il senso di perdita espresso nel sentire la vita che scorre e “ammicca sorniona / ostenta promesse / di sorte buona / fa intravvedere / stralci di felicità. E a te / non appartiene.” (da “Ammiccamenti”) e la costante e quasi irrinunciabile solitudine che prende di volta in volta la sfumatura della malinconia o della tristezza ci accompagnano nella lettura di Poi, che potremmo definire opera in cui si concretizza la quintessenza della poetica di Iannacone.
E allora ci piace scoprire la capacità sottile del poeta che rovescia luoghi comuni e ci comunica la sua giusta osservazione “I colpi piú duri della vita / non è vero che temprano: / intaccano la fibra/ fiaccano le difese / rendono vulnerabili, indifesi, permeabili” (dalla poesia “Fragili”). Altro tema presente nel libro, ma possiamo ben dire in tutta la produzione ultratrentennale dell’autore, è la ricerca di spiegazione e di chiarimenti, quasi un discorso fluido, sempre aperto, sul perché della presenza e della figura del poeta ed ecco allora una nuova definizione “Anche il poeta è un pirata / che vive clandestino / e ogni tanto fa la sua incursione / nella vita.” (da “Il pirata”)
Lo stile è quello riconoscibile e personalissimo di Amerigo Iannacone che non sosta su ricercatezze linguistiche, su aggettivazioni ad effetto anzi toglie, elimina fino ad arrivare all’essenzialità dell’espressione che si fa lenta, dimessa, smilza e proprio per questo maggiormente veicolante emozioni, pensieri e considerazioni.

Maria Stella Rossi

“Il Foglio volante” di febbraio 2012

31 02pmMon, 06 Feb 2012 14:06:30 +0000362012 2008


“Il Foglio volante” di febbraio 2012 si apre con una articolo su Giovanni Pascoli di cui quest’anno ricorre il centenario della morte (1855-1912). Vi compaiono poi testi di Aurelia Vittoria Bogo, Loretta Bonucci, Federica Bonzi, Andrea Cacciavillani, Aldo Cervo, Enrico Marco Cipollini, Assunta Coppola, Carlo Felice Dell’Omo, Goya Gutiérrez, , Antonia Izzi Rufo, Pietro la Genga, Franco Orlandini, Silvana Poccioni, Peter Russell, Claudio Russo, Domenico Tata, Mauro Tomassoni, Antonio Vanni.
Ricordo che chi desideri abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.

Riporto, qui di seguito, il testo di apertura, e una poesia di Goya Gutiérrez, con mia traduzione.

Giovanni Pascoli e le sorelle

Giovanni Pascoli, dopo anni per lui molto duri, era riuscito a laurearsi a Bologna nel 1882. Cominciò subito a insegnare lati-no e greco nel liceo di Matera; nel 1884 ottenne il trasferimento a Massa.
L’uccisione del padre, nel 1867, per mano di ignoti, gli aveva gettato sull’animo un’ombra incancellabile, che s’era accresciu-ta quando, l’anno seguente, erano venute a mancare la madre e la sorella diciottenne; erano poi morti, nel volgere di pochi anni, anche i due fratelli maggiori.
Ora Giovanni voleva ricostituire almeno in parte il primitivo «nido»; perciò a Massa, chiamò presso di sé le sorelle Ida e Maria. Le giovinette, a Sogliano al Rubicone, già educande in convento, vivevano in casa della zia Rita.
Nelle poesie datate dal 1882 al 1895 ritroviamo i componenti della «famigliuola». Come quando Giovanni sta fumando, e, seguendo le volute di fumo, fantastica di «condurre» le sorelle «nella riposata stanza / d’un bel castello», che intanto disegna in aria…
Ida (nata nel 1863) è la maggiore; il poeta ne mette sempre in risalto l’oro dei capelli. Le dona mazzetti di fiori campestri. È di temperamento vivace; ha gli «occhi d’uccello, / d’uccellino che vive alla foresta». E anche «tremar tutta sembra / nelle vir-ginee membra».
Appare triste e pensierosa Maria; se ne sta spesso in disparte, tenendo i teneri occhi come assorti in preghiera. È pallida in vi-so; la sua fronte, anzi, è «cosí bianca, cosí bianca! / come il marmo degli avelli»… Ha un atteggiamento materno verso Giovanni. Quando questi deve partire, gli prepara la valigia, mettendo «in ordine i suoi panni. / i suoi colletti. Le camicie buone».
Nel 1895 il Pascoli prese in affitto un casolare (che in séguito acquisterà) sito a Castelvecchio , presso Barga, nella Garfagna-na. La notizia del matrimonio di Ida, celebrato a Livorno, lo aveva sconvolto; rinsaldò, tuttavia, il “nido” insieme con la fedele Maria (o Mariú). I due cominciarono a trascorrere periodi di vacanza in campagna. Nell’ambiente agreste», il poeta, in mezzo agli alberi, ai fiori, agli uccelli, risentiva «il fanciullino» interiore, che sa scoprire nelle cose «il loro sorriso e la loro lacrima». E l’uomo, cosí bisognoso di riparo, di difesa, si confortava a vedere la «siepe» cingere il suo orto, o la fiamma splendere nel focolare… Come in quella mattina, in cui la casa era rimasta isolata dopo una copiosa nevicata Il poeta dice alla sorella: «Siamo soli al mondo: / facciamo il pane che si fa da soli!» La piada romagnola si prepara, infatti, senza lievito. Mentre il mucchio di sarmenti e di gambi secchi di granturco «arde e già brilla», Maria lavora la pasta, l’allarga, la rende «grande come la luna». Questa vien messa sulla teglia ben calda, e presto «l’odore del pane empie la casa».
Nel 1907 il Nostro, dopo la morte del Carducci, del quale era un «vecchio scolaro», fu chiamato a subentrargli nella cattedra di letteratura italiana. E a Bologna si spense il 6 aprile 1912. Maria fece trasportare la salma a Castelvecchio, là dove il poeta aveva avuto l’amato «cantuccio d’ombra romita». Maria, cui si deve la biografia Lungo la vita di G.P., morirà nel 1953 e sarà sepolta accanto al fratello.
Di lei rimane l’immagine crepuscolare del gracile volto col mesto sorriso e con gli occhi grandi e pii, che sembravano «toccare appena le cose!»

Franco Orlandini

Los ya ausentes

I

Hay noches espectrales bajo la connivencia
de la luz lunar que me muestran un siempreverde
pincelado armónico de la naturaleza:
La quietud de la llama en el árbol del fuego
El temblor sosegado en la pupila de la flor
violeta de la jacaranda
La tersura opalina de las aguas
del pequeño universo del jardín
Latente resplandor que reverbera
a través de otros ojos
Como si ellos estuvieran aquí
observando mi instante

II
Los verdes bermellones violáceos alboazules
que un día se desvanecerán
y de los que también bebieron
bajo una luna viva
los ya ausentes

Goya Gutiérrez

I già assenti

I

Ci sono notti spettrali sotto la connivenza
della luce lunare che mi mostrano un sempreverde
armonico spennellamento della natura:
La quiete della fiamma nell’albero del fuoco
Il tremito pacato nella pupilla del fiore
viola della jacaranda
La lucentezza opalina delle acque
del piccolo universo del giardino
Latente splendore che riverbera
attraverso gli occhi
Come se fossero qui
a osservare il mio momento

II

I verdi vermiglioni violacei biancazzurri
che un giorno si dissolveranno
e dai quali tuttavia bevvero
sotto una luna viva
i già assenti

(Trad. Amerigo Iannacone)

“Il Foglio volante” di gennaio 2012

31 01amMon, 09 Jan 2012 08:28:21 +000082012 2008

“Il Foglio volante” di gennaio 2012 è un numero dedicato quasi per intero al Premio di Poesia “Città di Sant’Elia Fiumerapido”, che è stato vinto quest’anno da Elio Pecora. Nel numero compaiono testi di Pasquale Balestriere, Amerigo Iannacone, Domenico Novaresio, Elio Pecora.
Ricordo che chi desideri abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura, le poesie di Pecora  e un testo dalla rubrica “Appunti e appunti – Annotazioni linguistiche”.

A Pecora, Novaresio e Balestriere il Premio “Sant’Elia Fiumerapido” 2011

Va a Elio Pecora eminente poeta romano, il Premio di Poesia “Città di Sant’Elia Fiumerapido” edizione 2011. Nato nel 1936 a Sant’Arsenio (SA), Pecora vive da anni a Roma e occupa una posizione di rilevo nel mondo delle lettere. Ha pubblicato romanzi, saggi critici, una biografia di Sandro Penna, ha curato antologie di poesia contemporanea e ha collaborato a quotidiani, settimanali e riviste. Numerosi sono i suoi libri di poesie, l’ultimo è Simmetrie, uscito nel 2008, nello “Specchio” Mondadoriano. È fondatore della prestigoosa rivista di poesia internazionale Poeti e Poesia.
Al secondo posto si classifica Domenico Novaresio, di Carmagnola (Torino), al terzo Pasquale Balestriere, di Barano d’Ischia (Napoli).
Vengono inoltre segnalati i poeti: Mauro Barbetti – Osimo (Ancona), Carla Baroni – Ferrara, Ermanno Boffi – Milano, Vincenzo Calce – Roma, Anna De Santis – Cassino (Frosinone), Leonardo Facchini – Torino, Giuseppe Garrapa, Franco Fiorini – Veroli (Frosinone), Renzo Piccoli – Bologna, Vittorio Piscopo – Gallinaro (Frosinone), Domenico Ruscetta – Ceprano (Frosinone), Maria Stabile – Vita (Trapani), Giovanni Tumminello – Castelbuono (Palermo), Pasquale Vinciguerra – Giardini Naxos (Messina).
Un Premio, il “Sant’Elia Fiumerapido” – giunto ormai alla XIV edizione e che quindi si può dire notevolmente longevo se si tiene conto di tanti premi che nascono e muoiono – che costituisce un appuntamento importante e atteso negli ambienti letterari.
Una parola di lode va rivolta al Sindaco Fabio Violo, per la sensibilità dimostrata, , all’Assessore alla Cultura Antonio Trelle, che del Premio è l’organizzatore e l’animatore, ad Angela Di Cicco, Presidente della Commissione Cultura del Comune di S. Elia, e poi alla giuria – di cui va riconosciuta la competenza e la serietà – composta da Amerigo Iannacone (Presidente), Carmine Brancaccio, Paolo De Paolis, Ida Di Ianni e Graziuccio Di Traglia.


Due poesie per la madre

1.

Il corpo della madre
è un porto mai raggiunto,
pure è di là che parte,
– ne parte per tornare
e ripartirne il figlio.
Di quel cavo ha sentito
la perdita, il distacco,
quindi un lungo vagare
nei recinti del mondo,
inebriato, deluso,
dentro il sogno confuso
di un’iniziale, persa,
colma felicità.

Nel corpo della madre
– logoro sacco d’ossa,
di liquami –
negli occhi che s’attendono
ancora la salute, l’allegria,
un’uguale promessa,
il primo patto,
l’unica immedicata nostalgia.
E un altro cavo,
un altro ancora
fino al solco, alla mota,
mai piú la madre e il figlio,
non il dopo né il prima,
paradiso/giardino,
irrinunciabile ruota.

2.

Che sa l’uno dell’altra?
Pure andarono insieme
lungo molte stagioni
– anche lontani, ignari,
stretti in diverse pene,
per diversi stupori.
E ciascuno portò la sua fatica,
ciascuno fu portato
là di dove sarebbe partito,
dove sarebbe tornato.
… C’è un punto nelle viscere,
lungo le arterie, pulsa nella fronte,
alita in petto,
incespica nei piedi:
a volte il desiderio lo intravede:
è un lume che vacilla, una domanda
persa dentro il rumore:
in quel punto ciascuno
si dà un nome e un cammino,
vi conserva il bagaglio
pesante, rattoppato
che chiamano destino.

Elio Pecora
Il fascino dell’oggetto misterioso

Capita spesso di leggere negli indirizzi Egregio Signor Tal dei Tali, c/o Tal Altro, ecc. Ma quel “c/o”, che mai sta a significare? Ebbene: si tratta di un’abbreviazione, che abbiamo pappagallescamente mutuato come al solito dall’inglese, che sta per “care of”, cioè “a cura di”.
Se, per esempio, la lettera è indirizzata al Signor Giovanni Rossi, che alloggia presso Antonio Bianchi, si usa scrivere: Egregio Signor / Giovanni Rossi / c/o Antonio Bianchi / Via ecc.
Premesso che a volte è anche improprio, quando per esempio “c/o” è riferito non a una persona ma a un ente, una società, ecc., non sarebbe meglio scrivere, semplicemente, elegantemente, italianamente, “presso”? Ovvero: Egregio Signor Antonio Bianchi, presso Giovanni Rossi, ecc.
Evidentemente in “c/o” c’è il fascino dell’oggetto misterioso.

Amerigo Iannacone

Il 3 dicembre il Premio “Sant’Elia Fiumerapido”

31 11amTue, 29 Nov 2011 09:07:53 +00003322011 2008

Il poeta Elio Pecora

Invito tutti alla cerimonia di premiazione del Premio di Poesia “Città di Sant’Elia Fiumerapido”, che si terrà sabato 3 dicembre alle ore 18,00 a Sant’Elia, Sala Convegni del Comune, Villa Comunale
Il primo premio va quest’anno a Elio Pecora, eminente poeta romano, che tutti conoscono.
Al secondo posto si classifica Domenico Novaresio, di Carmagnola (Torino), al terzo Pasquale Balestriere, di Barano d’Ischia (Napoli).
Vengono inoltre segnalati i poeti: Mauro Barbetti – Osimo (Ancona), Carla Baroni – Ferrara, Ermanno Boffi – Milano, Vincenzo Calce – Roma, Anna De Santis – Cassino (Frosinone), Leonardo Facchini – Torino, Giuseppe Garrapa, Franco Fiorini – Veroli (Frosinone), Renzo Piccoli – Bologna, Vittorio Piscopo – Gallinaro (Frosinone), Domenico Ruscetta – Ceprano (Frosinone), Maria Stabile – Vita (Trapani), Giovanni Tumminello – Castelbuono (Palermo), Pasquale Vinciguerra – Giardini Naxos (Messina).
Un Premio, il “Sant’Elia Fiumerapido” – giunto ormai alla XIV edizione e che quindi si può dire notevolmente longevo se si tiene conto di tanti premi che nascono e muoiono – che costituisce un appuntamento importante e atteso nel mondo delle lettere.
Una parola di lode va rivolta Sindaco Fabio Violo, per la sua disponibilità, all’Assessore alla Cultura Antonio Trelle, che del Premio è l’organizzatore e l’animatore, ad Angela Di Cicco, Presidente della Commissione Cultura del Comune di S. Elia, e poi alla giuria – di cui va riconosciuta la competenza e la serietà – composta da Amerigo Iannacone (Presidente), Carmine Brancaccio, Paolo De Paolis, Ida Di Ianni e Graziuccio Di Traglia.

“Il Foglio volante” di dicembre 2011

31 11amTue, 29 Nov 2011 08:56:56 +00003322011 2008

È pronto e sta per essere spedito agli abbonati “Il Foglio volante” di dicembre 2011. Vi si trovano testi di Loretta Bonucci, Aldo Cervo, Carla D’Alessandro, Mara David, Antonio De Angelis, Delfina Ducci, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Carlo Minnaja, Giuseppe Napolitano, Leonardo Selvaggi, Andrea Zanzotto.
Come al solito rivolgo un invito agli amici che mi leggono ad abbonarsi, per poter sostenere un foglio che non ha altre entrate che i contributi degli abbonati. Chi poi desideri ricevere copia saggio, me la può chiedere all’indirizzo edizionieva@libero.it o telefonando al n. 0865.90.99.50.
Intanto riporto, qui di seguito, il testo di apertura, “L’ammiratore sconosciuto”, un racconto di Delfina Ducci, e un mio breve testo dalla rubrica “Appunti e appunti – Annotazioni linguistiche”.

L’ammiratore sconosciuto

Quel fischio di ammirazione la riempí di gioia. Sorrise. Un’emozione improvvisa e inaspettata le fece battere il cuore. Richiuse il portone dietro di sé. Quella mattina non aveva avuto dubbi. Aveva fatto la scelta giusta. Un tailleur blu e una camicia di seta, il primo bottone slacciato maliziosamente. Ogni giorno il bisogno di conferme la spingeva a ricercare consensi ovunque. Le bastava uno sguardo compiacente, un borbottio di apprezzamento. Affrontava il lavoro, le relazioni sociali, le amicizie con sicurezza che svaniva non appena pensava di non suscitare l’interesse. Aveva un disperato bisogno di attenzione. Senza approvazione si sentiva improvvisamente svuotata di ogni qualità: né bella, né intelligente, neppure simpatica. Quel fischio aveva riacceso la sicurezza. Qualcuno dunque l’aveva notata. Un rapido sguardo alle finestre del palazzo di fronte. Da quella socchiusa era uscito il fischio. Ne era sicura. Non troppo signorile a dir la verità ma efficace. Questo sibilo le infondeva coraggio. Il passo diventava leggero, il corpo sinuoso, sensuale. L’immaginazione crea mostri e creature divine. L’ammiratore sconosciuto aveva occhi scuri, labbra carnose, il sorriso di perla. Nell’attesa che si mostrasse, Cosetta ostentava varie versioni di se stessa. Una passerella giornaliera studiata con attenzione per piacere a colui che ormai era entrato nella mente e nel cuore. La pioggia battente non riusciva a rendere la giornata uggiosa. Cosetta aveva indossato un impermeabile rosso, un colore vivace nonostante il grigio del cielo. Provava turbamento al solo pensiero che da un momento all’altro questa presenza si materializzasse. Aprí il portone. Un sussulto e l’attesa del fischio. Silenzio. Assurdo. Glaciale. Guardò verso la finestra. La vide chiusa. Attese un attimo. Le parve un’eternità. Trattenne il respiro. Un’amarezza simile a quella della fine di un amore la gettò nello sconforto. Un gioco, una beffa dunque? Un’illusione una povera, stupida illusione. Rimproverando se stessa per aver ceduto a una simile lusinga camminava sotto lo scroscio dell’acqua. Lí a pochi metri quasi sotto la sua scarpa giaceva con le penne bagnate, il becco giallo aperto, gli occhi vitrei, il povero merlo indiano artefice della sua immensa felicità e della sua drammatica delusione.

Delfina Ducci

Uno, trino e sestuplice

Sarà una mia fisima, ma trovo particolarmente fastidioso quel vezzo un po’ stupidino di scrivere “6” alo posto di “sei”, voce del verbo essere, “x” invece di “per”, “+” invece di “piú”, ecc.
Diciamo che si tratta di un uso e magari anche di un abuso invalso fra i ragazzi, che usano scrivere in tal modo un po’ come usano un certo gergo giovanilese e in genere sono cose che col tempo si superano, un po’ come si superano il morbillo e la scarlattina.
Mi sembra invece disdicevole che ne facciano uso giornalisti, scrittori e insegnanti, come a volte mi capita di vedere, perché che in tal modo avallano e rafforzano, piú o meno consapevolmente, qualcosa che sarebbe invece da evitare e da sconsigliare. I ragazzini si divertono cosí e lasciamolo fare a loro, non ci travestiamo anche noi da ragazzini.
Se andiamo avanti cosí, arriveremo a revisionare anche i classici e scrivere, per es., «X me si va nella città dolente / x me si va ecc.» e, forse, «Padre Nostro che 6 nei cieli…» facendo cosí diventare Nostro Signore non solo uno e trino, ma anche sestuplice

“Il Foglio volante” di novembre 2011

31 10pmSun, 30 Oct 2011 17:30:36 +00003022011 2008

“Nel Foglio volante” di novembre 2011 si possono leggere, tra l’altro, testi di Loretta Bonucci, Aldo Cervo, Mariano Coreno, Carla D’Alessandro, Francesco De Napoli, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Giorgio Pagano, Silvana Poccioni, Maria Stella Rossi, Patrick Sammut, Adolf P. Shvedchikov, Gerardo Vacana, Salvatore Violante.
Chi desideri abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito, l’articolo di Giorgio Pagano “L’Italia perde anche le ali, oltre alla dignità rimasta”, la mia poesia “Dune” e la nota “Auto e
self
” della rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.


L’Italia perde anche le ali, oltre alla dignità rimasta

L’Italia perde anche le ali, oltre alla dignità che è rimasta. L’assurda idea dell’Alitalia di obbligare l’equipaggio a parlare inglese, sia fra loro che nelle comunicazioni di servizio, è figlia del colonialismo mentale più bieco e del disprezzo per il patrimonio linguistico-culturale del nostro paese. Nell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia la compagnia di bandiera lavora per la disgregazione del cemento linguistico del paese, noncurante dei messaggi del capo dello Stato per l’unità contro la secessione. I madrelingua anglofoni avranno più possibilità di lavorare nelle linee aeree italiane dei madrelingua italiani, a dispetto dei diritti umani linguistici dei gio­vani che cercheranno un impiego nella compagnia aerea nazionale, nel grave momento di crisi occupazionale che il paese sta attraversando.
La compagnia aveva già subito sanzioni dall’Antitrust per le condizioni tariffarie e quelle generali di trasporto redatte unicamente in lingua inglese per l’acquisto dei biglietti online. Un simile precedente, che chiama in causa la trasparenza dell’azienda verso i consumatori, deve far riflettere su questo secondo episodio di utilizzo scorretto dell’inglese, che i passeggeri non sono tenuti a conoscere da nessuna normativa e quindi non avranno modo di comprendere i dettagli di situazioni di emergenza senza essere costretti a domandare personalmente assistenza alla hostess o agli steward.
L’Alitalia, cosi facendo, raggiunge il punto più basso della sua lunga svendita senza che nessuno glielo abbia imposto.
Giorgio Pagano
Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto

Dune

Dietro di noi dune desolate
dune davanti
sempre nuove dune
sempre diverse e sempre uguali.
Inutilmente scalate
dune che non restano, non sono,
dune che ha polverizzato
l’escursione termica
che rabbioso il ghibli
spinge e fa viaggiare.
Dune, sempre dune,
incerte
sotto i nostri piedi timorosi.

Isernia, 22-24.9.2010 

Amerigo Iannacone
(Da Poi, Premio “Libero De Libero” 2010, in stampa)

Auto e self

L’autodiagnosi è la diagnosi che ci si fa da soli e l’autobiografia è la biografia di chi scrive, ma l’autosalone non è un salone dove ci si può fare la barba da soli e l’autolavaggio non l’abluzione che ognuno si fa da sé. Il fatto è che qui l’elemento “auto-” ha perso il suo significato originario di “sé stesso” (dal greco autós), per assumere il significato di “automobile” di cui è abbreviazione. Da qui le parole composte “autosalone”, “autolavaggio”, “autorimessa”, “autoaccessorio”, “autocentro” e simili, invece di “salone auto”, “lavaggio auto”, ecc., con un ribaltamento della parte determinante e quella determinata, secondo il sistema anglosassone. E nel valore della componente “auto-” nel suo significato originario viene oggi usato l’inglese self. Tanto per cambiare.

Amerigo Iannacone

“Il Foglio volante” di ottobre 2011

31 10amThu, 13 Oct 2011 09:28:57 +00002852011 2008

Nel “Foglio volante” di ottobre, testi di Loretta Bonucci, Umberto Cerio, Assunta Coppola, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Maria Lenti, Teresinka Pereira, Fryda Rota, Massimo Spelta, Gerardo Vacana.
Chi desideri abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
Riportoo, qui di seguito, il testo di apertura, “Arbasino come Beppe Grillo” a firma Gerardo Vacana, e un breve testo dalla rubrica “Appunti e appunti – Annotazioni linguistiche”.

Arbasino come Beppe Grillo

La volgarità piú triviale, cui ci hanno abituato i nostri parlamentari nelle pubbliche sedute della Camera e del Senato, soprattutto quelli della Lega, purtroppo, grazie ad Arbasino, ha fatto il suo ingresso alla grande anche in una di quelle manifestazioni di solito improntate a grande decoro, come sono le consegne dei riconoscimenti ai vincitori dei premi letterari. La sera del 10 settembre scorso, a Certaldo, Alberto Arbasino, uno dei tre vincitori della 30ª edizione del prestigioso premio “Boccaccio”, durante la cerimonia della premiazione, improvvisamente ha strappato il microfono dalle mani della presentatrice, colta di sorpresa ed esterrefatta, ed ha esclamato: «Sono qui da due giorni a sentire solo sciocchezze, io questo premio non lo voglio. Tenetevelo, me ne vado». Ma lo scrittore non si è contentato di un’uscita cosí inattesa e clamorosa, che da sola sarebbe stata sufficiente a rovinare la manifestazione. Quando la presentatrice si è ripresa dallo choc e ha osato chiedergli il motivo del suo gesto, l’ha mandata letteralmente a quel paese, con una “vaffa” che ha risuonato alto e forte tra le antiche navate della chiesa (per fortuna) sconsacrata dei Santi Tommaso e Prospero, dove avveniva la cerimonia, a qualche centinaio di metri dalla casa natale del Boccaccio. Lasciandosi alle spalle l’ammonizione dell’anziano presidente del premio Mauro Pampaloni e le proteste del pubblico, l’autore della bravata è uscito all’aperto e si è dileguato tra la folla. Gli altri due premiati, Enrico Mentana (vincitore della sezione intitolata a Indro Montanelli) e la scrittrice pakistana Kamila Shamsie, non hanno voluto commentare l’accaduto, cosí come non hanno rilasciato dichiarazioni Sergio Zavoli, presidente della giuria, e lo stesso presidente del premio. Ciò che appare discutibile è la decisione dei membri della giuria di confermare vincitore Arbasino, col diritto alla riscossione dei 5 mila euro del premio, pur condannando formalmente il suo show indecoroso.
Il comportamento dello scrittore lombardo, che non ha precedenti in occasioni del genere, ci appare di una gravità assoluta. I costumi si imbarbariscono anche tra le persone che, specialmente se anziane, dovrebbero dare esempi di signorilità e buona educazione. Indubbiamente il genovese Beppe Grillo ha fatto scuola anche al vogherese Alberto Arbasino. Del resto, un precedente ugualmente clamoroso e negativo come maleducazione, si era verificato alcuni decenni fa con Cesare Zavattini, che, durante una trasmissione radiofonica, pronunciò una parolaccia altrettanto triviale e irriferibile, inaugurando l’era della volgarità mediatica.
Il fattaccio verificatosi al premio “Boccaccio” mi ha fatto tornare in mente una conversazione tra amici di tanti anni fa. Il compianto scrittore Stefano Jacomuzzi, vincitore del Premio “Val di Comino” e poi sempre invitato alle edizioni che seguirono, un giorno raccontava, un po’ scandalizzato, a me e a pochi altri intimi, un piccolo episodio a cui aveva di recente assistito: un bambino, figlio di immigrati meridionali, nel cortile di una scuola elementare della periferia di Torino da lui frequentata, giocando aveva pronunciato la stessa brutta parola che avrebbe gridata Arbasino a Certaldo decenni dopo, e si domandava sgomento Jacomuzzi quali effetti deleteri quella parolaccia avrebbe potuto avere sui ben educati bambini piemontesi. Quale sarà stato, mi chiedo ora io, l’orrore provato dall’amico Stefano nell’alto dei cieli (che la sua grande anima e le molte virtú gli hanno sicuramente meritato), alla bravata e alla parolaccia di Arbasino, che hanno avuto risonanza fortemente negativa in tutta la stampa italiana?
Anche a Libero De Libero è capitato di fare qualche sfuriata in pubblico, ma sempre per difendere o un piú giovane collega o il nostro Paese dall’arroganza di scrittori stranieri. Mai, comunque, per un fatto personale e men che mai spingendosi fino alla volgarità di Arbasino.
P. S. L’insulto dello scrittore di Voghera e le sue mancate scuse non potevano non provocare, dopo pochi giorni, le dimissioni del presidente del premio, Mauro Pampaloni, cui esprimiamo tutta la nostra solidarietà di organizzatori di uno dei piú antichi premi letterari italiani, il “Val di Comino”, convinti come lui che «l’educazione è un valore indistinguibile dalle doti letterarie».
Continuiamo a non comprendere, invece, la decisione della giuria di confermare il  premio a chi lo ha pubblicamente disprezzato e gravemente danneggiato.

Gerardo Vacana


L’astratto “abstract”

Sempre piú spesso ricevo in visione cosiddetti “abstract” di testi e sempre piú spesso mi capita di vedere  questa strana parola in ambienti universitari, quasi sempre avallata proprio dai docenti.
“Abstract”, leggo in un vocabolario di inglese, significa “astratto”, ma come spesso succede nella lingua di Londra, la parola può avere anche un significato assolutamente diverso, e cioè quello di “estratto, sunto”. Il che evidentemente piace molto agli snob di casa nostra che non vedono l’ora di infilare nella nostra bella lingua, dissonanti zeppe linguistiche inglesi o inglesizzanti, anche quando non ce n’è alcun bisogno (e quasi mai ce n’è bisogno).
Per togliere loro l’alibi (“Sa?, in italiano non c’è una parola corrispondente”), riporto alcuni vocaboli italiani che possono andare al posto dell’astratto “abstract”, con proprietà di linguaggio, senza mortificare la lingua: riassunto, compendio, sinossi, riepilogo, sintesi, sommario, estratto, sunto, riduzione. Ed altri ancora se ne potrebbero aggiungere.

Amerigo Iannacone

“Il Foglio volante” di settembre

31 09pmSun, 04 Sep 2011 17:18:20 +00002462011 2008

È pronto e viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante” di settembre 2011. Vi si trovano testi di Loretta Bonucci, Andrea Cacciavillani, Luciano D’Agostino, Lino Di Stefano, Georges Dumoutiers, Maria Giusti, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Tommaso Lisi, Giuseppe Napolitano, Giorgio Pagano, Silvana Poccioni, Fryda Rota, Patrick Sammut, Carlos Vitale.
Come asl solito, chi desideri ricevere copia saggio, mi contatti.
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura – un racconto di Silvana Poccioni – e un mio breve testo dalla rubrica “Appunti e appunti – Annotazioni linguistiche”.

Il passaggio

Fu quasi inavvertito, come quello che dalla veglia porta al sonno, un attimo di sospensione tra due dimensioni della coscienza, una sorta di vuoto prenatale, in cui lo spirito intorpidito galleggia senza peso.
Guardò in basso e le parve che i suoi piedi nudi poggiassero su una sottile lastra di cristallo, sospesa a mezz’aria, come un immenso pavimento trasparente senza inizio e senza fine, al di sotto del quale si stava rappresentando una scena di vita quotidiana e la storia era già in medias res.
Gli attori erano tutti in azione, completamente presi dalla loro parte, ciascuno perfettamente integrato nella vicenda, che appariva di un realismo quasi perfetto.
Vide i due pompieri che si affannavano nel tentativo di estrarre il corpo di una giovane donna dalle lamiere accartocciate dell’auto, schiantata sul palo del semaforo, quasi spaccata a metà, mentre il rosso continuava a lampeggiare con intermittenza.
Un po’ discosto, per non intralciare le operazioni, un uomo piangeva, con le mani sul volto, mentre la sua voce ripeteva a intervalli regolari «È tutta colpa mia. È tutta colpa mia».
Intorno un gruppetto di curiosi tentava di guardare la scena, addossandosi al cordone di protezione e ingrossandosi sempre piú. Una madre, tenendo per mano un bambino in lacrime, alzandosi sulla punta dei piedi, tendeva il collo per vedere meglio la scena.
Un vigile urbano con la paletta in mano e il fischietto tra le labbra tentava di far scorrere il traffico, indirizzando le auto sull’altra corsia perché si alternassero ordinatamente con quelle che giungevano dalla direzione opposta.
Ferma in attesa, un’ambulanza con le porte aperte illuminava con la sua luce blu intermittente i volti degli attori.
Mentre si svolgeva la rappresentazione e ciascun interprete recitava fedelmente il proprio pezzo di copione, le lancette di un enorme orologio appeso al cielo, cosí lente da sembrare ferme, tremavano vibrando nello spazio breve che separa i minuto precedente da quello successivo.
Guardò di nuovo giú nella strada. Il corpo era stato estratto dal groviglio di lamiere e deposto su una barella di emergenza. Il medico chino su di esso scosse il capo desolato, poi, con i gesti lenti della compassione, avvicinò la mano al viso cereo della giovane per chiuderle gli occhi. In quel preciso istante, come in una zumata improvvisa, azionata da un maldestro cineamatore dilettante, il corpo della donna e il suo si staccarono simultaneamente, l’uno dalla strada e l’altro dal cielo, per congiungersi inscindibilmente, rimanendo per un attimo sospesi a mezz’aria, in una dimensione senza tempo.
Poi le lancette del grande orologio si mossero, scattando in avanti, dal minuto immediatamente precedente a quello successivo e il passaggio si completò: il tunnel, buio come nero di pece, fu invaso da un lampo di luce accecante, mentre il grande sipario si chiudeva sul suo ingresso.

Silvana Poccioni

Diversamente

Siccome in una società come la nostra tutti devono essere, volenti o nolenti, abili e arruolati, c’è qualcuno che ha deciso che non esistono piú i “disabili” o gli “inabili” ma solo i “diversamente abili”, i qualisono cosí obbligati ad essere “abili”, sia pure “diversamente”.
Allora, per rendermi utile alla società, mi permetto fare anch’io qualche proposta: i sordi si chiamino “diversamente udenti”, i muti “diversamente parlanti”, gli zoppi “diversamente camminatori”, i castani “diversamente biondi”, le persone di colore “diversamente bianchi”, gli stranieri “diversamente italiani”, gli analfabeti “diversamente colti”, i ladri “diversamente onesti” e, per simmetria, gli onesti “diversamente ladri”. Siano poi chiamati “diversamente intelligenti” i cretini, come quello che si è inventato la formula “diversamente abili”.

Amerigo Iannacone


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