È stato appena spedito agli abbonati “Il Foglio volante” di agosto 2009. Si tratta di un numero speciale dedicato quasi per intero al Premio Letterario “Una Fiaba per te” di San Pietro Infine. Chi desideri ricevere copia saggio ce la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com
Riporto, di seguito, un mio breve testo, tratto dalla rubrica “Appunti e spunti”.
I pasticcieri si perdono le “i”
Ho provato a controllare su un motore di ricerca (sì, lo confesso, anch’io soffro della sindrome di google): il termine “pasticcere”, senza la “i”, batte “pasticciere”, con la “i”, per 173.000 a 72.200.
Ebbene, nella parola “pasticcio”, la seconda “i” è solo un artificio grafico del nostro alfabeto per non farci leggere “pasticco”, in quanto al grafema “c” in italiano corrispondono due fonemi, cioè due suoni diversi, uno palatale, come in “cena” e uno gutturale, come in “cane”. Lo stesso vale per “pasticciare”, dove, se non ci fosse la “i” leggeremmo “pasticcare”, ma in “pasticcerò”, “pasticcerei”, la “i” non ci vuole perché il suono palatale già c’è.
Diverso è il discorso di “pasticciere”, dove la “i” appartiene al suffisso “-iere”, un suffisso che generalmente indica il mestiere: “panettiere”, “banchiere”, “staffiere”, “alfiere”, “carrettiere”, “carpentiere” , “portiere”, ecc. E allora dovremo scrivere: “pasticciere”, “pasticciera”, “pasticcieri”, “pasticciere”.
Ma, che volete?, l’uso comanda. E anche i vocabolari – che devono fare, poverini? – Si adeguano. Qualche anno fa non riportavano la forma erronea “pasticcere”, ora (ne ho controllato piú di uno) scrivono: “Pasticcere, V. Pasticciere”. Magari fra qualche anno troveremo “Pasticciere, V. Pasticcere” e poi forse troveremo solo la forma “pasticcere”, tranquillamente sdoganata. Avrà vinto l’ignoranza, ma i linguisti sono pochi, gli ignoranti tanti.



