“Il Foglio volante” di maggio 2014

31 05pmSat, 17 May 2014 16:12:16 +00001362014 2008

Foglio 5-214

In apertura, nel numero di maggio 2014 del “Foglio volante – La Flugfolio”, l’articolo “Tolkien e l’esperanto” relativo a uno studio di Oronzo Cilli. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Rosa Amato, Lucia Barbagallo, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Ferruccio Brugnaro, Aldo Cervo, Stefano Hawkes-Teeples, Amerigo Iannacone, Tiberio La Rocca, Adriana Mondo, Gerardo Vacana, Carlos Vitale.
Ricordiamo che per ricevere regolarmente “Il Foglio volante” in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un foglio letterario che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Ferruccio Brugnaro.

Uno studio di Oronzo Cilli
Tolkien e l’esperanto

Oronzo Cilli è uno studioso italiano ed è l’autore dell’unica bibliografia italiana delle opere dell’autore del Signore degli Anelli, “J. R. R. Tolkien. La bibliografia italiana dal 1967 a oggi”. Ha pubblicato la sua ultima ricerca nell’articolo “Il valore educativo dell’Esperanto, parola di Tolkien in «The British Esperantist» del 1933”. Si tratta di un attento studio compiuto sulle riviste esperantiste britanniche e internazionali della prima metà del XX secolo, che hanno rivelato importanti e inediti dettagli che dimostrano il ruolo attivo di Tolkien negli anni Trenta nello sviluppo dell’Esperanto.
Scrive Cilli in apertura del suo articolo di apertura «Fino a oggi la cerniera tra Tolkien e l’esperanto era uno stralcio di lettera pubblicata nel maggio 1932 sulla rivista «The British Esperantist». In realtà, il meraviglioso mensile della British Esperantist Association, nasconde almeno altre due informazioni utili a ricostruire il rapporto tra il futuro autore dello Hobbit e del Signore degli Anelli e la lingua pianificatainventata da Ludwik Lejzer Zamenhof. Qui si presentano i risultati di una ricerca condotta sulla rivista esperantista britannica, la quale ha rivelato due episodi che vedono coinvolto direttamente J. R. R. Tolkien: il XXIV British Esperanto Congress dell’aprile 1933 e l’appello The Educational Value of Esperanto firmato da venti personalità inglesi nel maggio dello stesso anno».
La ricerca di Cilli parte dall’incipit di un saggio di Tolkien, Un vizio segreto, che fa riferimento al XXII Congresso Universale di Esperanto che si tiene a Oxford nel 1930 e del quale Cilli tratta ampiamente. L’articolo prosegue con l’estratto di una lettera che Tolkien scrisse al segretario della Commissione Istruzione dell’Associazione esperantista britannica pubblicato in «The British Esperantist» nel maggio 1932 che finisce con l’appello, “Sostenete lealmente l’Esperanto”. Nella seconda parte dell’articolo la scoperta di Cilli: due riferimenti inediti sulla presenza di Tolkien tra i patrocinanti del XXIV Congresso esperantista britannico tenutosi a Oxford nel mese di aprile 1933 e un interessante appello apparso proprio su «The British Esperantist» nel maggio dello stesso anno dal titolo “Il valore educativo dell’Esperanto” firmato da venti personalità inglesi di quel periodo, tra cui lo stesso J. R. R. Tolkien. A conclusione dell’articolo, anche le successive posizioni, anche di ripensamento, che Tolkien tenne sull’esperanto negli anni successivi.
L’opera più importante di ricerca su quest’argomento è stata pubblicata da Arden R. Smith e Patrick H. Wynne, “Tolkien and Esperanto” (SEVEN: An Anglo-American Literary Review, Vol. 17, 2000). Tuttavia, nel lavoro di Smith e Wynne manca la scoperta fatta da Cilli, che può, in un certo modo, essere considerata come una continuazione di quel lavoro. Numerosi apprezzamenti provengono dal mondo tolkieniano ed esperantista. Lo stesso Arden R. Smith scrive che «la ricerca di Cilli ha scoperto delle informazioni per lungo tempo ignorate sul rapporto tra Tolkien il movimento esperantista, e il suo articolo sul tema sarà d’interesse per i tolkieniani e gli esperantisti. Ed io sono entrambi». Congratulazioni e apprezzamenti arrivano anche dal Società Tolkieniana italiana rappresentata dal suo presidente Domenico Dimichino e da Renato Corsetti, Vice Presidente della Federazione Esperantista Italiana arrivano le «congratulazioni e un grazie in nome degli Esperantisti italiani». Infine, Tim Owen, Segretario dell’Associazione Esperantisti della Gran Bretagna che scrive «grazie per questo articolo affascinante. Ero consapevole del fatto che Tolkien aveva mostrato un interesse per l’Esperanto, quando era giovane, ma non avevo idea che il suo coinvolgimento sia arrivato a sostenere la sua presenza nelle scuole. Su questa base, sono sicuro che sarebbe stato contento di sapere che diverse scuole elementari in Inghilterra hanno introdotto l’esperanto come modello per aiutare i bambini a sviluppare le competenze con le altre lingue. Grazie ancora per il vostro duro lavoro nel mettere insieme quest’articolo, che ho apprezzato molto».

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone


Cecchicià

In un recente libro di una scrittrice che peraltro stimo, ho trovato piú volte la “c” apostrofata («Fino a poco tempo fa non c’ha davvero pensato», «Sopra c’aveva messo…»,«… c’ha pensato qualche volta…», «… un giorno nessuno c’avrebbe piú pensato.», «… c’ha camminato in mezzo.», «… c’ha pensato…», ecc.). La “c’” sta ovviamente per “ci”, ma si può apostrofare davanti a alle vocali A, O, U e davanti alla H? Io direi proprio di no, perché conserverebbe il suono gutturale, per cui se si trova scritto “c’avrebbe”, si dovrà pronunciare “cavrebbe” e non “ciavrebbe”, per il semplice fatto che la C davanti ad A ha suono gutturale e non palatale. E allora? Allora, non va messo l’apostrofo ma va scritta per intero la parolina “ci”: “ci ha”, “ci aveva”, “ci avrebbe”, ecc.
Lo so che Renzo Arbore e i suoi compagni di cordata nella trasmissione “Cacao Meravigliao” cantavano “c’è chi c’ha e chi non c’ha” (c’è chi cià e chi non cià), ma Arbore, con la sua ironia, si può permettere ogni licenza.
In un italiano, senza ascendenze dialettali, dovremmo dire “c’è chi ha e chi non ha”, ma se proprio vogliamo metterci quella parolina pleonastica, dovremo metterla per intero, quando dopo c’è una della vocali A, O o U, oppure H. Dunque: “c’è chi ci ha”, anche se nella pronuncia il suono della C si fonde con quello dalla A: “cià”.

Frammenti di un sogno

Il giorno è grande
come
in nessun’altra
estate.
Il tempo
arde
selvaggio.
Non c’è memoria di orizzonti
cosí larghi
di un fuoco
cosí immenso.
Il sole a un tratto
si stacca
dal centro del cielo
come una palla di granito nero
precipita sulla terra
tracciando un largo solco
di sangue.
Il giorno
diventa notte profonda
le stelle si scontrano
fragorose
assordanti
schianti duri
scontri
sibili
schegge taglienti
missili e missili
bombe e bombe miste
a grida tremende, forti grida

poi silenzio
buio intenso
silenzio
poi un alito leggero
da oscuri lontani fondali
s’alza con un cerchio verde
fiammeggiante
intorno al mondo.

Ferruccio Brugnaro
Spinea (Venezia)

“Il Foglio volante” di aprile 2014

31 05pmSat, 17 May 2014 16:04:06 +00001362014 2008

Foglio 4-2014

Nel “Foglio volante – La Flugfolio”, di aprile 2014mensile letterario e di cultura varia. In apertura il mio articolo “Anglomania: oppressori ed oppressi”. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Domenico Adriano, Rosa Amato, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Angelo Capoccia, Giuditta Di Cristinzi, Tony Di Filippo, Claudio Esposito, Vito Faiuolo, Paul Georgelin, Daniele Maraviglia, Adriana Mondo, Teresinka Pereira, Silvana Poccioni, Patrick Sammut, Gerardo Vacana.
Ricordo che per ricevere regolarmente “Il Foglio volante” in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un foglio letterario che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Adriana Mondo.

Anglomania: oppressori ed oppressi

La pubblicità di un nuovo programma televisivo (i corsivi sono miei): «A “The Voice of Italy” ascolteremo grande musica, italiana e internazionale, con brani leggendari e hit contemporanee, in un percorso che si svilupperà in quattro fasi: le Blind Audition, le Battle, la novità del Knockout e i Live Show. Tra novità e grandi conferme i quattro coach sono: Raffaella Carrà, J-Ax, Noemi e Piero Pelú.»
Ecco cosa è diventato l’italiano. E qui parliamo di un programma che si presenta come “The Voice of Italy”, ovvero “La voce dell’Italia”. Quindi: la voce dell’Italia non è italiana.
La televisione – che purtroppo è ormai la prima agenzia formativa per i bambini e i ragazzi, piú della scuola, piú della famiglia – sta distruggendo la nostra lingua.
Apro in Internet una guida dei programmi televisivi della giornata ed ecco alcuni titoli di programmi presi a caso: The Walking Dead, Agents of S.H.I.E.L.D., Euronews, Heroes, Safe house, Morning News, Night News, Switch, My Life, Media Shopping, Cartoon Flakes, Winx Club, Phineas and Ferb, Desperate Housewives, The Good Wife, America today, Shownet, Serial Webbers, Musiclife, Lost World, Private Practice, Brothers and Sisters, Rush, One Tree Hill, Fumettology, Three Rivers, Law & Order, Sworn Secrecy, Rewind, Chips, My Life, Friends, Dr House – Medical Division, Dragon Ball Gt, Big Bang Theory, Coffee Break, Night Desk, Movie Flash, e mi fermo qui per non annoiare oltre.
Anche per quanto riguarda le categorie, annotate a fianco ai programmi, si può leggere: Series, Talk Show, Current Affairs, Docu-Reality, Reality Show, Movie, ecc.
È questo l’andazzo della televizione, è questo l’andazzo dei giornali e anche degli ambienti politici, ufficiali e burocratici. Il Presidente è ormai Premier, il biglietto è ticket, lo stato sociale è welfare, e poi question time, badge, day hospital, election day, social housing, e, piú di recente, da parte di chi si appresta a rottamare la lingua italiana: Jobs act.
Scrive Corrado Augias in un articolo intitolato “Quel goffo cosmopolitismo linguistico”: «Lo so, è diffusa la voglia di ostentare una disinvoltura cosmopolita quando non si possiedono nemmeno le conoscenze più elementari. Spending review, service tax, ministero del Welfare, personale dedicato, esempi grotteschi unici al mondo. Ma siamo diventati matti? La regola sarebbe che quando parli una lingua la devi usare tutta, idem se ne parli un’altra.»

Ma siamo ormai schiavi della colonizzazione linguistica angloamericana. Gli Stati Uniti e il Regno Unito, investono milioni di euro per la diffusione della lingua e quindi per portare acqua al loro mulino. E io piú che una ridicola ostentazione di “disinvoltura cosmopolita” o, meglio, di un malinteso senso di sprovincializzazione, direi da parte di molti si tratta dell’atavica tendenza ad adulare i potenti.
E, per quanto riguarda coloro che hanno potere decisionale (in politica, nell’economia, nell’apparato burocratico, nel giornalismo, ecc.), non riesco a pensare che non si rendano conto che siamo ormai alla dipendenza psicologica e alla schiavitú culturale. È che l’oppresso diventa complice dell’oppressore e suo connivente.

Amerigo Iannacone


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Mazzette avvicinatrici e mazzette distanziatrici

Sapevo che esistono le mazzette – anche se non ho avuto mai modo né di riceverle né di darle – ma ho sempre pensato che servivano ad avvicinare (alcune persone, alcune mete, alcuni profitti…). Ora scopro che esiste anche la “mazzetta distanziatrice”, che è uno “strumento di autotutela”, in dotazione dei vigili di alcune città: Roma, Prato, Pisa… L’oggetto misterioso è in realtà un manganello o, se preferite, uno sfollagente. Ma, evidentemente, la parola “manganello” avrebbe suscitato ricordi di un’epoca che conviene archiviare e “sfollagente”, chissà!, avrebbe sfollato troppo la gente. E cosí i regolamenti comunali, hanno previsto la “mazzetta distanziatrice”: che delicatezza!


Notte di stelle

Questa è la notte
che ci incensa di pace,
nel turbinio di atomi celesti,
l’argento delle stelle,
ci ammanta ogni ora,
è modulo lunare
e non ci spaventano
i fantasmi della notte.
La via scelta come meta
è dritta e lunga, passo dopo passo,
con pazienza giungeremo alla vetta,
oltre le frustate del destino,
intrecciando canti fraterni,
nella speranza di un mondo tutto nuovo.

Adriana Mondo
Reano (Torino)

“Il Foglio volante” di marzo 2014

31 05pmSat, 17 May 2014 15:55:32 +00001362014 2008

Foglio 3-2014

In prima pagina nel numero di marzo 2014 del “Foglio volante – La Flugfolio”, la fiaba “Il trenino Lentopede”. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Aurelia Bogo, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Ferruccio Brugnaro, Giuseppe Campolo, Angelo Capoccia, Carla D’Alessandro, Filippo De Angelis, Giuditta Di Cristinzi, Tony Di Filippo, Georges Dumoutiers, Maria Lia Lotti, Marco Mezzetti, Gustavo Adolfo Rojas, Gerardo Vacana.
Ricordo che per ricevere regolarmente “Il Foglio volante” in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un foglio letterario che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Fabiano Braccini.

Il trenino Lentopede

Quando il trenino Lentopede raggiunse Pian dei Fiori, rallentò gradualmente fino alla velocità – o, se preferite, alla lentezza – del passo d’uomo. Era stato investito da un’onda profumata e Lentopede era molto sensibile al profumo dei fiori. E poi gli piaceva guardare il panorama: si gustava l’eccezionale vista che il paesaggio offriva. Gli piaceva ascoltare il canto degli uccelli e la delicata musica della natura, il fruscio delle foglie smosse da un alito di vento. Per ascoltare meglio, rallentò sempre piú, fino a fermarsi del tutto, e spense i motori.
I passeggeri che dormivano pensando ai fatti propri, avvertendo che il treno si era fermato, si svegliarono e cominciarono a chiedersi l’un l’altro: «Che è successo? Perché ci siamo fermati?»
Allora come prima reazione cominciarono a innervosirsi e sparlare contro il treno che li avrebbe fatti arrivare tardi a destinazione.
Poi presero ad affacciarsi ai finestrini e anch’essi furono investiti dall’onda profumata, dalle note dei trilli degli uccelli e furono conquistati dalla bellezza del paesaggio. E allora scesero e si guardarono l’un l’altro con simpatia.
Disse uno: «Sediamoci sull’erba, rilassiamoci un po’.»
«Io ho dei panini» disse un altro.
«Anch’io ho panini e bibite» disse un altro ancora.
«Facciamo una festa sul prato» disse una bella ragazza.
E a poco a poco venne fuori un po’ di tutto: pane e prosciutto, patatine, frutta, vino, bibite, pop corn, dolci, ecc. C’era anche chi aveva con sé una chitarra e tutti si misero a cantare in coro. E parecchi si dilettavano a fare fotografie.
Lentopede guardava sornione e sorrideva.
Quando il sole ormai declinava all’orizzonte, si sentí una voce: «Signori, in carrozza: è l’ora del ritorno».
Tutti obbedirono, ma prima di salire sul treno ci fu un grande coro: «Viva Lentopede!» E poi: «Per Lentopede, hip hip – hurrà, hip hip – hurrà, hip hip – hurrà hurrà hurrà!»

Amerigo Iannacone

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Disinsegnamenti tecnologici

A scompigliare le idee dei nostri poveri scolari di scuole elementari e medie, già di per sé abbastanza disorientati di fronte alla massa di informazioni che disinformano e che piovono loro addosso dai sempre piú numerosi e diversificati mezzi cosiddetti d’informazione, molto contribuiscono i programmi per computer importati e riproposti pari pari senza adattamento e il piú delle volte senza traduzione.
Cosí, per esempio, in una scheda da compilare sul computer per stabilire le dimensioni di un libro, io, nello spazio predisposto per larghezza scrivo cm 14,5 e il computer mi dice che il dato è inaccettabile: bisogna scrivere 14.5. Perché negli Stati Uniti i decimali vengono separati con il punto anziché con la virgola. Vorrei protestare (ma non so con chi) e dire che noi siamo in Italia e per noi il punto nei numeri serve solo per facilitarne la lettura, mentre per i decimali ci vuole la virgola.
Un altro esempio: capita spesso a scuola che gli studenti scrivano la data all’americana. A un ragazzo che l’11 marzo 2013 aveva scritto 3.11.2013, dicevo che quella era la data dell’11 novembre, rispondeva candidamente, mostrando un telefonino, «Ma qui cosí è scritto!».
E purtroppo oggi nell’insegnamento, gli insegnanti hanno un ruolo marginale: ci sono tutti i mezzi e i marchingegni tecnologici, ci sono la televisione, il web, i programmi per computer, facebook, eccetera eccetera. Quanto alla qualità dell’insegnamento, lasciamo perdere…

Notte di stazzo
(ovini nei recinti d’Abruzzo)

Notte di troppa quiete:
il bosco intorno sembra riposare.
Ma l’ombra di luna rivela
una nascosta presenza di lupo
che qualche fronda sposta solamente
senza rumore.

Il gregge belando trema di paura
mentre i cani drizzan le orecchie,
attenti
nell’annusare selvatici odori,
frementi di scattare
pronti a lottare col sangue e coi denti.

Fabiano Braccini
Milano

“Il Foglio volante” di febbraio 2014

31 05amFri, 09 May 2014 09:58:02 +00001282014 2008

Foglio 2-14

“Il Foglio volante” di febbraio 2014 si apre con un mio micro racconto, “Solitudini”. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Serena Angela Cucco, Lino Di Stefano, Georges Dumoutiers, Monica Fiorentino, Séamus Heaney, Gerardo Vacana.
Ricordo che per ricevere regolarmente “Il Foglio volante” in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Gerardo Vacana.


Solitudini

Stamattina mi sono alzato alle prime luci dell’alba. Un brutto sogno mi ha fatto svegliare e non ho preso piú sonno. Da quando non mi succedeva di scendere dal letto cosí presto non ricordo. Di solito mi alzo tardi, anche molto tardi.
Da anni, da decenni, la notte mi dedico alla lettura e alla scrittura. Leggo e scrivo la notte perché il giorno ci sono troppe distrazioni. Suonano alla porta, squilla il telefono, rumori che vengono da fuori, la tentazione di alzarsi, magari per andare ad aprire il frigorifero. La notte no. Nessuno ti disturba e non hai scuse. Ma non è solo questo. La notte il cervello lavora in modo diverso, non si deconcentra, non gira a vuoto. Non so perché. Forse è il buio intorno alla luce da tavolo che mi consente di leggere e di scrivere.
Ma stamattina mi sono alzato che il sole ancora non spuntava e sono uscito. Provavo una sorta di accidia, di indolenza, che stonava con la bella giornata serena che si prospettava.
Sono uscito in strada e mi ha sorpreso la vita che ferve la mattina in città. Un formicolio di persone, tutte di fretta. Forse anche la notte c’è gente in giro. Ma io la notte non esco, sono con le mie carte.
Quanta gente. Gente che va, gente che viene. Entro in un bar. Non ricordo da quanto tempo non mi succedeva di entrare una mattina in un bar. Ci sono almeno una quindicina di persone. C’è chi prende un caffè, chi cappuccino e brioche. Uno davanti a me, sembra un camionista, ordina una Vecchia Romagna. Da un televisore situato su una mensola in alto, un giornalista dalla faccia inespressiva e anonima fa la rassegna stampa.
Mi siedo a un tavolino e ordino un caffè. Vorrei conversare con qualcuno, ma non so con chi. Alcuni stanno parlando di calcio: discutono, si accalorano. Sento nomi, calciatori, allenatori, che non conosco. Per quel che riguarda il calcio sono completamente analfabeta.
Rimango almeno un’ora seduto, a sorseggiare il mio caffè. Molti sono entrati e sono usciti. Ma io sono solo. Le sole parole che io ho pronunciato sono “Buongiorno” e “Un caffè” e il solo che si è rivolto a me è il barista, con “Buongiorno” e poi “Prego”, senza nemmeno guardarmi.
Ci sono tante persone. Io non sono solo, sono tremendamente solo. È un mistero come faccia la solitudine a impossessarsi della tua anima. La solitudine non tiene conto della gente, che ti passa davanti, indietro, accanto, sopra: la solitudine si impossessa di te e ti conduce in un mondo misterioso e inquietante. Un mondo dove tutto è niente. Non vivi.
I miei pensieri torneranno a vivere stanotte. Vivranno, si illuderanno di vivere, in un mondo frequentato da fantasmi. Personaggi-fantasmi, come quei sei che vanno in cerca d’autore. C’è Adriano Meis, ci sono Luca Cupiello e Luca Marano, c’è Zeno Cosini, il tenente Giovanni Drogo e tanti altri. Ognuno con la sua solitudine.
4.5.12/13.10.12

Amerigo Iannacone


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Rottamazioni linguistiche

Il grande rottamatore Renzi, dimenticandosi che viene dalla città che si dice orgogliosa di aver dato i natali al padre della nostra lingua, sta rottamando anche l’italiano a colpi di flexsecurity e job act. “Job act”? Ma job non significa, come si vorrebbe far significare, “lavoro” che in inglese si dice work, bensí “impiego, posto di lavoro, affare, appalto” ed altro.
Il motore di ricerca italiano lanciato l’anno scorso con enfasi dai fondatori del motore Arianna in collaborazione con l’Università degli Studi di Pisa e il Consiglio Nazionale delle Ricerche e realizzato da Tiscali, spiega agli italiani che possono «contribuire ad arricchire il progetto Istella, la grande digital library del sapere comune italiano» (il corsivo è mio). Ecco la grande “innovazione italiana”: si chiama “digital library”. Mica una “biblioteca digitale”! Volete mettere…


La strage del 1° gennaio 2014

Sei cadaveri nella mia corte,
la strage piú grande da quando esiste.
Cinque galline morte e una dispersa;
ucciso anche il gallo Bersagliere
(acquistato di recente per dare
un po’ di piacere alle galline
e a me la speranza che qualcuna
chiocciasse e mi allevasse pulcini):
tutti li ha scannati il predatore
piú feroce, la faina.

Se penetra in una corte è strage certa.
Solo assetata di sangue, lascia
i cadaveri ghigliottinati
sparsi sul luogo dell’agguato.
Affine al lupo, si comporta
come lui con le pecore e gli altri ovini.

Rimpiango la sobrietà della volpe
che prende una gallina alla volta,
ammiro l’orso che si porta via
con dignità una pecora sola.

La seconda stalluccia, già pollaio
di zia Lucia quasi centenaria,
è trasformata ora in obitorio:
ospita i corpi esangui,
in attesa di degna sepoltura.
(Scartata con orrore l’ipotesi
di un cassonetto della spazzatura.)

Mi restano, a conforto, gli uccelli,
da quest’anno anche storni a non finire,
e le ospiti piú assidue e piú belle:
le tortore.
Ma s’involano tutti al mio apparire!

(3 gennaio 2014)


Gerardo Vacana
Gallinaro (FR)

“Il Foglio volante” di gennaio 2014

31 01pmMon, 06 Jan 2014 15:19:44 +000052014 2008

Foglio 1- 2014

Con il 2014 “Il Foglio volante” entra nella XXIX annata. Era infatti il gennaio 1986 quando usciva il primo numero del nostro mensile. In tutti questi anni “Il Foglio volante” è uscito regolarmente e puntualmente, ospitando scritti di centinaia di poeti e scrittori italiani e stranieri.
Il nuovo numero, si apre con un mio articolo con l’articolo “E la Storia dell’Arte, che fine fa?”. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Domenico Adriano, Rosa Amato, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Ferruccio Brugnaro, Giuseppe Campolo, Carla D’Alessandro, Tony Di Filippo, Angelomaria Di Tullio, Tiberio La Rocca, Marco Mezzetti, Patrick Sammut.
Ricordo che per ricevere regolarmente “Il Foglio volante” in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito, l’articolo di apertura, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Ferruccio Brugnaro.

 


E la Storia dell’Arte, che fine fa?

Quando un ministro della Repubblica italiana, senza vergognarsi, affermò che «con la cultura non si mangia», a qualcuno sembrò soltanto una sparata stupida e fuori luogo, ma comunque isolata, di una persona rozza, ignorante e presuntuosa. Infatti, anche a voler essere assolutamente insensibili alla cultura e all’arte, basterebbe riflettere sul fatto che l’Italia possiede qualcosa come la metà del patrimonio artistico mondiale per capire che sarebbe sufficiente la sola cultura per mangiare se solo si avesse il buon senso e la lungimiranza di farlo conoscere e di incentivare il turismo.
Si pensava, dicevo, che si trattasse solo di una sparata, dovuta a tre monti di ignoranza, e invece no. Molto ha fatto la cosiddetta ministra della (una volta pubblica) istruzione dello stesso governo, Mariastella Gelmini. La cosiddetta riforma Gelmini ha infatti fortemente ridotto la Storia dell’Arte negli Istituti Tecnici, e l’ha del tutto cancellata negli Istituti Professionali. Nei quali ora ci si può diplomare in Moda, Grafia e Turismo senza sapere chi siano Michelangelo o Leonardo, senza aver mai sentito parlare di Giotto, senza sapere dove si trova Pompei.
È vero che la Storia dell’Arte è stata sempre colpevolmente trascurata. Nei licei classici, c’è solo un’ora settimanale nel triennio, per cui per formare una cattedra ci vogliono diciotto classi e di conseguenza il piú delle volte capita che tali ore vengano, spezzettate, che vengano assegnate a supplenti, che non vengano tenute in alcuna considerazione.
Potremmo anche chiederci, come mai nei licei classici non ci sia spazio per la storia della musica, che nel passato ha dato al mondo grandi musicisti e grandi opere e ha influenzato la musica di tutto il mondo, se solo si pensa che buona parte dei termini musicali in uso in tutto il mondo sono italiani. Ma invece si va nella direzione opposta qa quella di incentivare le arti.

Ecco, non ci dobbiamo meravigliare se all’estero non ci prendono sul serio: non sappiamo valorizzare quello che abbiamo. Noi che non possiamo contare sulle materie prime e non possiamo contare su molte altre cose, dovremmo contare su quello che abbiamo: l’arte e la cultura.
Dobbiamo invece constatare che si è verificato quanto scriveva nel 1941, in piena seconda guerra mondiale, lo storico dell’arte Bernard Berenson, il quale profetizzò – riprendo da un articolo di Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano del 13 dicembre 2013 – un mondo «retto da biologi ed economisti, come guardiani platonici, dai quali non verrebbe tollerata attività o vita alcuna che non collaborasse a un fine strettamente biologico ed economico».
Gli strumenti di questo mondo sono i Tremonti, le Gelmini e altri simili personaggi di cui la politica dei nostri giorni è infestata.

Amerigo Iannacone

 

 

 

 

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Tariffe postali e cellulosa

Tariffe postali: lasciamo stare l’inevitabile, inesorabile, burocratese, ma provate a guardare le tariffe per i “Pieghi di libri”. Ne prendo una sola, la tariffa ridotta per le case editrici: fino a 2 Kg è di € 0,9982, dove la tariffa viene calcolata non in centesimi e nemmeno in millesimi ma in decimillesimi di euro.
Ora immaginate la scena: uno che vada allo sportello e chieda un francobollo da 9982 decimillesimi di euro e magari pretenda il resto di 18 decimillesimi. Povero impiegato, che dovrà fare? Chiamare gli infermieri della neuro?
Eppure queste sono le tariffe. Eccone alcune altre: 1,2787; 3,9530; 3,033; 1,0751; 3,3206; 1,0271, 3,17,24. Che ve ne pare?
Ora io mi chiedo: chi fissa la tariffa non di 1 euro e nemmeno di 90 centesimi o di un euro e venti, ma di 0,9982, che avrà nella scatola cranica? Cellulosa?

 

Incontro con Lou Reed a Conegliano

Era una sera d’autunno fredda e buia
come non mai.
Il teatro era strapieno di ragazze ragazzi
elettrizzati
tutti in piedi
con le mani protese.
Tu eri al centro della scena
seduto su un minuscolo
sgabello
con la testa tra le mani
e chissà quali pensieri…
Sembrava tu non avessi voglia
né di suonare né di cantare
sembravi irremovibile
e la Pivano ti supplicava.
Quando imbracciasti la chitarra
si sentí subito
un amore profondo straziante
nel cuore della tua musica
del tuo canto.
Quando toccò a me proseguire
ero fortemente intimidito.
A un certo punto chiedesti a Fernanda
cosa dicevano
le mie grida di dolore.
Alla fine ti avvicinasti, mi guardasti
con intensità.
Mi sembra ieri anche se è passato
molto tempo
e in questi giorni te ne sei andato
da questo mondo
torbido e violento.
Non dimenticherò mai più
il tuo abbraccio vibrante.

 Ottobre 2013

 Ferruccio Brugnaro
Spinea (Venezia)

“Il Foglio volante” di dicembre 2013

31 01pmMon, 06 Jan 2014 15:04:37 +000052014 2008

Foglio 12 2013

“Il Foglio volante” di dicembre 2013 è un numero speciale, con quattro pagine in piú, dedicato per la maggior parte al Premio di Poesia “Città di Sant’Elia Fiumerapido”. Vi compaiono, oltre alle solite rubriche (“Lettere al Foglio”, “Premi”, ecc.), la firme di Pasquale Balestriere, Aurelia Bogo, Loretta Bonucci, Franco Buffoni, Francesco De Napoli, Paolo De Paolis, Ida Di Ianni, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone  Giuseppe Iuliano, Umberto La Marra, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Vincenzo Rossi, Paolo Saggese, Arturo Ursiti.
Ricordo che per riceverlo regolarmente in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito, un ricordo Vincenzo Rossi e una sua poesia e una recensione all’ultimo libro di Walter Veltroni “L’isola e le rose”.

Ricordo di Vincenzo Rossi

Il 6 novembre scorso è morto a Cerro al Volturno, dove era nato il 7 giugno 1924 lo scrittore Vincenzo Rossi, una delle figure piú eminenti nel campo delle lettere molisane e non solo molisane e nostro amico di lunga data. Fu uno dei primi abbonati del Foglio volante di cui è stato anche collaboratore.
Lo ricordiamo con un pezzo di Ida Di Ianni e con una sua poesia, “Prima sinfonia per il Sud”, tratta dalla raccolta
Verdi terre.

L’alfa e l’omega. “Dove i monti ascoltano” e “Annotazioni di una vita”, il primo e l’ultimo dei volumi donatimi dallo scrittore Vincenzo Rossi, scrittore di Cerro al Volturno (IS), morto il 6 novembre 2013. Vincenzo Rossi, insignito del Premio alla Carriera dalla giuria del Premio “Città di Sant’Elia Fiumerapido” nel 2008, è stato poeta, romanziere, saggista, traduttore, recensore di opere letterarie, studioso (autodidatta) di piú arti, conosciuto in Molise – di cui ha rappresentato la voce tra le piú alte espresse nella seconda metà del Novecento – ed in quelle terre d’oltre Oceano in cui i Molisani hanno nel tempo deciso di migrare.
Acuto, profondo, metodico nell’esercizio della letteratura, come dello studio sempre sotteso alla stesura delle sue opere, figlio della terra e mai stanco cantore delle sue espressioni e valenze, nella sua molto vasta produzione significativi sono in particolare proprio i romanzi e le raccolte liriche in cui la memoria dello scrittore torna ai tempi, ai modi e alle forme della civiltà contadina e pastorale che ne hanno forgiato la tempra e ne hanno nutrito la poetica, in una pluralità di temi che sono andati via via comparandosi con l’evoluzione sociale, che il nostro non ha mai mancato di registrare nello “scontro” suo personale, ideale e dialettico con una modernità lesiva del vivere degli uomini e degli animali nel contesto di una natura, da lui molto celebrata.
Oltre allo scrittore sicuramente di fama, cui tanti riconoscimenti sono stati tributati in vita ed altri ancora gli saranno conferiti in morte, piace a me, tuttavia, ricordare la sua figura di docente di Lettere nella Scuola Media di Cerro al Volturno. Avevo allora solo dodici anni ed egli, in classe, leggeva a noi le sue poesie da Dove i monti ascoltano, cadenzando la lettura a passi lenti lungo l’aula ed io… io mi commuovevo ai suoi versi, sognavo i nostri monti, scrivevo ingenue poesie alla maniera sua. E cominciavo a “sentire”, a sentirmi nella necessità di dire, di dire in poesia, di ascoltare la mia e la voce degli altri. Dei poeti, poeta qual egli è stato per me, Maestro. E poi nella vita. Divenuta anch’io docente, molto stimata da lui, era luce nei suoi occhi quando l’orgoglio muoveva parole alte nei miei confronti, nella voce gioiosa sempre e nell’affetto mai, mai venuto meno. Ed ora, nel silenzio sceso sull’uomo (per lui parleranno a monumento del tempo le sue tante opere), noi continueremo a parlarci, ad essere l’una seme dell’altro, nella poesia, nella passione, nel desiderio di semina per nuovo ed eterno raccolto.
Ida Di Ianni

L’Isola delle Rose

Nel 1968 l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa s’inventò e realizzò l’Insulo de la Rozoj, l’Isola delle Rose, un’isola artificiale poggiata su una piattaforma d’acciaio, al largo di Rimini, in acque internazionali. Il 1° maggio l’isola si autoproclamò stato indipendente, si diede un Governo, una costituzione, una moneta, un’emissione postale, e anche con una lingua ufficiale, l’esperanto, lingua di tutti in generale e di nessuno in particolare. Ne parlarono tutti i giornali non solo in Italia, ma anche all’estero. Voleva essere meta di poeti ed artisti, turisti particolari, da ospitare e gratificare. Cominciò infatti ad attrarre una miriade di turisti, tanto che non riusciva ad accogliere tutti. Ma lo stato italiano il 26 giugno mandò le forze di polizia a occupare l’isola e sottoporla a a blocco navale. Nel febbraio 1969 l’Isola delle Rose fu demolita.
Se si va su un motore di ricerca e si digita “Isola delle Rose”, si trova tutta una serie di documenti. In particolare si trova un film documentario di 59 minuti (http://www.youtube.com/watch?v=ci226cf1JOQ), tutto in esperanto.
Walter Veltroni che noi conoscevamo piú come politico che come scrittore, ispirandosi all’Insulo de la rozoj, ha scritto il romanzo, uscito nel 2012 per Rizzoli, L’isola e le rose – Il romanzo di un’incredibile storia, una sua ricostruzione puntuale delle vicende, ma da romanziere e non da saggista. I personaggi hanno nomi di fantasia, c’è una trama dovuta a libertà di ispirazione, ma riporta tutti gli eventi allora occorsi e ci si ritrovano coloro che vissero l’avventura dell’Isola delle rose. Una scrittura garbata e gradevole, una ricostruzione non solo dei fatti ma anche degli ambienti, delle atmosfere, del clima (anche politico) di quegli anni.
Riporto di seguito un breve stralcio tratto dal libro, in cui si parla di esperanto: «“Per me l’esperanto è quella ‘lingua chiara’ che il profeta Sofonia immagina che Dio riverserà sulla terra quando gli uomini ‘cammineranno spalla a spalla’. Una lingua che non cancelli le altre, che anzi nasca dalla umile ricognizione delle radici di tutti i linguaggi e perciò sia semplice e familiare. Una lingua che non sostituisca ma si aggiunga, che consenta ai diversi colori dell’arcobaleno di parlarsi, riconoscendosi come diversi. La lingua dell’unità delle differenze, non della uniformità autoritaria. Per questo tutti i regimi l’hanno avversata. Questo è l’esperanto. Almeno per me.” […] Quello strano linguaggio, l’esperanto, era un ponte, un arcobaleno, una chiave. Non un gioco per squinternati. Una lingua che nasce dal basso per rendere universale la comunicazione tra gli esseri umani.»
Amerigo Iannacone

Walter Veltroni, L’isola e le rose – Il romanzo di un’incredibile storia, Rizzoli, Milano, 2012, pp. 324, € 17,50, ISBN 978-88-17-06083-7.

Prima sinfonia per il Sud

Vasti tramonti di luglio
accesi dai volti dei miei cari
strade popolate di voci stanche
di passi scintillanti sulle selci
di pianti d’agnelli e starnuti di cavalli
cordami d’alberi infiammati di rosse lune
e occhi di civette in bassi voli
canti di fanciulle aggruppate sui colli
accanto a fasci di covoni
fermi sui sassi delle soste
aie sbiancate da paglia e forche
appese ai tronchi delle querce
che ad esse facevano corona
carri riemergenti dai campi
affondati in frane d’incessanti diluvi
in questa densa sinfonia del tempo
che di ricordi sanguina e si nutre
e d’improvviso mi attraversa
come fischi di treni nella notte.

Vincenzo Rossi

“Il Foglio volante” di novembre 2013

31 11amThu, 21 Nov 2013 10:03:36 +00003242013 2008

Foglio 11-2013

Sul “Foglio volante” di novembre 2013 compaiono, oltre alle solite rubriche (“Lettere al Foglio”, “Premi”, ecc.), testi di Giorgio Bàrberi Squarotti, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Laura Carosella, Aldo Cervo, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone, Arjan Kallço, Tiberio La Rocca, Corrado Lepore, Marco Mezzetti, Carlo Minnaja.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento.
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura, di Aldo Cervo, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Fabiano Braccini.

 

 

 

La Camminante di Giustino Ferri
Romanzo essenzialmente psicologico, benché non privo di temi sociali di derivazione verista

Le coordinate geografico-antropologiche del romanzo rinviano certamente al nostro Centro-Sud, mentre si rifanno all’età postunitaria quelle temporali; età – bisogna aggiungere – già  distanziata degli eventi del 1860/61 di un buon quarantennio di storia. La nomenclatura di paesi, località, e gli stessi riferimenti fisici del territorio assunto a teatro degli accadimenti sono dalla fantasia del narratore inventati a meglio render l’idea della dimensione universale di un messaggio narrativo che non si lascia irretire all’interno della realtà di una determinata Comunità, minuscola o meno minuscola che sia. Dire, dunque, che “Le Ramogne”, o “Avignano”, o “Castelbove” possono essere delle varianti di Picinisco (paese natale dello scrittore ciociaro) è operazione facile fin troppo, ovvia persino, se non d’una conclamata inutilità nel discorso su un romanzo che oltre a esibire delle credenziali estetiche di tutto rispetto, accoglie procedimenti narrativi e temi di dimensione epocale che a tutt’oggi identificano, letterariamente parlando, quella stagione che, partita dalle convulsioni creative degli Scapigliati, perviene, attraverso le inquiete stranezze del Fogazzaro ed i velleitarismi ideologici del d’Annunzio, alle complessità psicanalitiche di Svevo e Pirandello.
Romanzo essenzialmente psicologico, benché non privo di temi sociali di derivazione verista, è La Camminante, dove il progetto di riscatto della casa paterna in Avignano, coltivato da Bettina, sorella di Andrea Bartoli, ma destinato a fallire per la contrarietà risoluta del fratello, è il sostrato socioantropologico sul quale s’intessono le complicate maglie della psicologia dei personaggi.
Andrea è un intellettuale pervenuto non senza sacrifici della famiglia alla Laurea. In Roma, dove ha vissuto un periodo non breve della sua vita, è venuto a contatto con gli ambienti dell’alta cultura scoprendo in sé la vocazione del narratore. Autore – nella finzione letteraria – del romanzo Il libro di Moloch che gli ha procurato insieme a malevoli critiche discreta fama e benessere, si è ritirato in età matura con la sorella Bettina, che a lui ha sacrificato la propria vita, nella solitudine delle “Ramogne” nella cui pace spera di poter meglio riuscire negli impegni di scrittore. È infatti alle prese con una novella che gli sta procurando non poche noie per via di contiguità con trame di altra narrativa d’altri autori, già pubblicata.
La volta che decide di tornare per qualche tempo a Roma nell’apprensione della sorella, che  in virtù della maggiore età continua a trattarlo – a quarantacinque anni – come un bambino bisognevole di guida, accade qualcosa che irrompe nella quotidianità dello scrittore, in quella di Bettina e di tutta la Comunità di zona innescando una spirale di mutamenti relazionali, di comportamenti, di revisioni etiche con ricadute persino sull’ispirazione narrativa di Andrea.
Arriva, adagiata sul carico di fieno di un carro agricolo di un certo Pantore, contadino la cui filosofia di vita si formalizza in sentenze e riflessioni del genere moralistico-religioso, una donna deperita, malvestita, febbricitante, soccorsa dal Pantore mentre giaceva svenuta sulla istrada. La donna, accolta dai Bartoli, messa a letto e fatta visitare dal medico, va, per intervalli, soggetta ad attacchi di delirio dai quali si evince il perdurarle nel subconscio degli esiti di un’esperienza di vita turbolenta, lacerante, sofferta. Durante la convalescenza si stabilisce un rapporto quotidiano vissuto in un alternarsi di pietà e di gelosia da Bettina, timorosa di una possibile concorrenza nel “possesso” affettivo del fratello, il quale – peraltro – ha rinunciato al programmato provvisorio trasferimento nella Capitale.
A guarigione avvenuta la donna, che nulla lascia trapelare del suo passato, ancora s’intrattiene presso la famiglia dei benefattori collaborando alle faccende domestiche e  interessandosi all’arte narrativa di Andrea discutendone con competenza, interesse e partecipazione emotiva. Il protrarsi di quel soggiorno alimenta alle “Ramogne” e dintorni pettegolezzi e dicerie varie, che arrivano a farne un’antica amante dello scrittore e, addirittura, una latitante terrorista antimonarchica.
Nel rapporto tra la donna (che poi chiederà di esser chiamata Paola) e Bettina, Andrea, per non urtare la suscettibilità della sorella, cerca di tenere un comportamento distaccato, lucido, improntato alla razionalità, e vi riesce fino a quando una notte di tempesta meteorologica, nel buio della casa interrotto appena dalla lampada a olio e dai fulmini, nel trambusto di infissi sbatacchiati dal vento, Paola, malcoperta da vestaglia da notte non gli finisce addosso attivando una reattività dei sensi e del sentimento il cui epilogo si compirà all’alba di un giorno al levarsi del sole nello scenario appenninico del “Serrone”. Ma il mistero del passato di Paola, per quel che la donna lascia appena intuire, esclude ogni ipotesi di convivenza regolare e duratura, sicché una mattina Paola, dopo il faccia a faccia a muso duro con Bettina, del giorno avanti, lascia la casa dei Bartoli e sparisce per sempre riconsegnando al mistero la sua strana esperienza di vita di Camminante.
Nel romanzo di Giustino Ferri, oltre ai protagonisti, si muovono, caratterialmente ben delineati, numerosi altri personaggi, come don Angelo Castellone, ex garibaldino, e, forse, ex prete o ex frate, che apre la storia raccontando come avvenne che coccarde rosse borboniche ricavate da lembi sapientemente ritagliati dal rosso delle camicie garibaldine (opportunamente dismesse e bruciate) salvarono la vita a lui ed, eccezion fatta per un ex seminarista, a un gruppo di suoi compagni allo stesso modo che garibaldine camicie, ricavate col rosso delle coccarde borboniche avevano, tempo prima, salvato la vita ad ex regi passati con Garibaldi. Seguono poi, secondo un ordine di più sostanziosa visibilità ed incidenza narrativa, il personaggio di Ascensa, domestica dei Bartoli, anche lei “osservata speciale” della generosissima quanto sospettosa Bettina; poi il parroco don Felice Canale, il farmacista don Ovidio Sciacquarosa, don Raffaele Dorni, sindaco di Castelbove, il dottor Panelli, ed altri ancora che il romanzo annovera nel corso del suo articolato svolgimento.
La tecnica narrativa di Giustino Ferri è, a dir poco, temeraria. Sotto gli  umili panni di scrittore senza autostima (Andrea Bartoli non è che la sua controfigura) il Ferri struttura il narrato secondo un ben coordinato impianto di anticipi e riprese, realizzando un ineccepibile equilibrio negli apporti, alla trama maestra, degli eventi accessori, che sono tanti. Ma il capolavoro di La Camminante sta nelle problematiche che vengono a sconvolgere l’ordine apparente delle coscienze e delle conoscenze, rimesse al misterioso personaggio femminile. La presenza della donna, di cui non si sa nulla, nella casa dei Bartoli determina delle falle nella coscienza morale di Bettina, che è – per cosí dire – costretta talvolta, suo malgrado, a scoprirsi cattiva. E va ad interferire persino nell’assetto sostanziale e formale che Andrea pensava di dare alla novella in corso di compimento, in virtù della sensibilità e – diciamo anche – del  carisma che possiede. La lettura, inoltre, de Il libro di Moloch, che Paola s’è fatta prestare dallo scrittore, e il rifiuto del giudizio che dal romanzo trapela sulla protagonista femminile, nella quale evidentemente la donna riconosce se stessa, offre al Ferri l’occasione per mettere a confronto letteratura e vita, e di procedere a delle argute riflessioni sull’autonomia dell’ispirazione creativa spesso riottosa a preventivati progetti.
Il romanzo presenta anche pagine dove l’acume psicanalitico consente allo scrittore di intercettare e descrivere i mutamenti sottili dell’animo umano, l’evolver di sentimenti e passioni, l’alternarsi di risoluzioni e di ripensamenti, che ne fanno – per così dire – un esploratore del subconscio che non ha nulla da invidiare ai contemporanei Svevo e Pirandello.
A cosa attribuire la mancata fortuna – in termini di notorietà – del narratore di Picinisco, cui nel lontano 1981 il Centro Studi Letterari “Val di Comino” di Alvito, presieduto dallo scrittore Gerardo Vacana, della vicina Gallinaro, aveva dedicato un convegno che vantò le presenze, tra le altre, di Stefano Jacomuzzi e Giorgio Barberi Squarotti?
Alla circostanza di aver dovuto misurarsi con l’italo-tedesco di origine ebrea, nativo di Trieste, rivenditore alle dipendenze del suocero di vernici sottomarine? O con il siculo di Agrigento cui lo stato depressivo della moglie spianò la strada perché facesse della follia il tema dominante della sua opera letteraria?
Ma – mi chiedo – tra Dante e Petrarca, Boccaccio passò forse in sordina, o forse Foscolo e Manzoni  oscurarono la fama del più giovane Leopardi?
È probabile invece che il ciociaro per una naturale ritrosìa del carattere maturata a gelosa difesa della propria identità etnica che non si baratta col successo non seppe (o non volle) spendere nel migliore dei modi la propria immagine, rinunciando con l’autosnobbarsi alle poltrone di prima fila riservate ai Grandi.
Ché  se poi così non fosse, la fortuna mancata di Giustino Ferri sarebbe destinata a rimanere un mistero. Ma un mistero più fitto di quello che connotò l’esperienza umana della sua Camminante.

Aldo Cervo

Giustino Ferri, La Camminante, Edizioni Eva, Venafro, 2013, pp. 336, € 20,00. Questo volume inaugura la collana “tutte le opere di Giustino Ferri, diretta da Gerardo Vacana. Il libro può essere ordinato alle Edizioni Eva, Via Annunziata Lunga 20, 86079 Venafro (IS), tel. 0865.90.99.50, edizionieva@edizionieva.com.

 

 

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone


Dite (e scrivete) trentatré

Un professore di storia della pedagogia di cui mi capitò di seguire qualche lezione all’università, si era inventata la parola “autome”, che – precisava – si legge “automé”, ma si scrive senza accento perché è formata da “auto” e “me”. Non mi chiedete che significasse perché non l’ho mai capito.
Questa parola mi dà comunque l’occasione per osservare che alcuni usano scrivere “ventitré”, “trentatré”, “lungopò” e simili, senza l’accento, perché, si giustificano, le parole sono composte da “venti” e “tre”, da “trenta” e “tre”, da “lungo” e “Po”, dove “tre” e “Po” non hanno accento. Ma se in una parola composta dovessimo tener conto della grafia delle parole componenti, dovremmo omettere l’accento il piú delle volte: “perché” è composta da “per” e “che”, “poiché” è composta da “poi” e “che”, “lassú” deriva da “là” e “su”, dove “là” ha l’accento e “su” no, per cui se volessimo seguire la grafia delle parole componenti dovremmo scrivere “làsu”, e dovremmo scrivere “giàche”, per “giacché”, “afinche” per “affinché”, ecc.
Ma le parole tronche che terminano per vocale – a parte i monosillabi, per i quali vale un altro discorso – recano sempre l’accento sull’ultima vocale, indipendentemente dalle parole che le compongono: mettiamolo, l’accento, non è una grande fatica.

 

Il primo fiocco di neve

(L’inverno)

Una lieve puntura
di freddo tra le ciglia:
quasi l’impressione d’una lacrima.
Poi lo scorrere
giú per il viso
di un rivolo gelato,
come una sensazione di prurito.
Timidi e silenziosi annunci
dell’inverno oramai imminente.

Fabiano Braccini
Milano

“Il Foglio volante” di ottobre 2013

31 11amThu, 21 Nov 2013 09:48:56 +00003242013 2008

Foglio Ottobre 2013

Nel “Foglio volante” di ottobre 2013 compaiono, oltre alle solite rubriche (“Lettere al Foglio”, “Libri ricevuti”, “Premi”, ecc.), testi di Domenico Adriano, Loretta Bonucci, Francesco De Napoli, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone, Giorgio Pagano, Patrick Sammut, Gerardo Vacana.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento.
Riporto, qui di seguito, il racconto pubblicato in apertura del “Foglio”, una nota dalla rubrica “Appunti e spunti” e una poesia di Domenico Adriano.

 

Il Vocabolario Casuale

Le parole erano tute in bell’ordine, nel vocabolario. Ordine rigorosamente alfabetico. Tutte allineate e coperte. Ma non tutte erano contente. Disse Zuzzurullone: «Che ingiustizia! Perché mai io debbo essere sempre l’ultima?» «A me sembra giusto cosí» disse la parolina A. «Lasciamo stare, – disse Abaco, che era al suo fianco – a me starebbe bene anche l’ordine alfabetico, ma bisognerebbe escludere queste stupide e inutili paroline grammaticali, come la preposizione A.» «Stupida e inutile sarai tu!» saltarono su tutte le paroline grammaticali, gli articoli, le congiunzioni, ecc. «Parli proprio tu – disse l’articolo Il ad Abaco – Vogliamo vedere tra me e te chi viene utilizzato piú spesso?» «Ah, secondo te la qualità è data dalla frequenza? Allora staremmo freschi…» «E prova a immaginare se scomparissi io: tutti i testi sarebbero monchi. Ma se sparissi tu, sta’ certo che nessuno se ne accorgerebbe.»
«Ha ragione!» dissero in coro Lo, La, I, Gli, Le. E a loro si associarono le preposizioni.
Cosí le parole questionavano e finirono col fare a chi grida di piú, in una generale baraonda.
Allora una parola che si trovava verso il centro, una parola importante, anche se poco visibile, Fantasia, disse: «Io propongo di organizzare il vocabolario con le parole messe in ordine casuale. Ecco come fare: si mettono tutte le parole in un cestino e si estraggono una alla volta: la prima estratta va all’inizio, a seguire la seconda, la terza, la quarta e cosí via fino all’ultima. Chi è d’accordo alzi la mano.»
Alzarono la mano tutte, eccetto A, che votò contro e Abaco che si astenne.
Fu cosí che fu fatto il nuovo vocabolario. La prima parola estratta fu Inconsapevolmente, il cui commento fu: «mi pare giusto»; l’ultima Amen, che accettò senza parlare.
E cosí funziona il Nuovo Vocabolario Casuale: quando uno cerca una parola, ci mette un po’ piú di tempo per trovarla, ma le parole sono contente cosí. E se qualcuna è scontenta non lo può dire, perché la decisione era stata presa democraticamente. E questa parola, Democraticamente, era capitata guarda caso, all’inizio subito dopo Inconsapevolmente e prima di Silenzio.

Cittadella del Capo, 9 luglio 2012

Amerigo Iannacone

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche

di Amerigo Iannacone

Piromani e incendiari

Dicono i dizionari che “piromane”, in psichiatria, è “chi è affetto da piromania”, e per “piromania” si intende un “impulso irrefrenabile di dare fuoco alle cose”, una “mania incendiaria”. È una “mania” e come tale è rara, ma d’estate ogni giorno troviamo nei giornali notizie di “piromani” che danno fuoco ai boschi. In realtà, si tratta di “incendiari”, di “delinquenti”, che appiccano il fuoco per vari motivi. A volte, dicono, si tratta di pastori che incendiano perché con le prime piogge di settembre cresca l’erba novella dove pascolare le greggi, a volte si tratta camorristi che intendono disboscare per poter rendere il terreno edificabile, a volte dicono siano gli stessi che poi intendono essere chiamati a spegnere, ecc. Ma si tratta sempre di delinquenti, mai di casi psichiatrici.
Farli diventare tutti “piromani” è anche un po’ scagionarli, dando la colpa a una “mania”, cioè a un’“alterazione psichica”. È come se tutti i ladri fossero “cleptomani”. Ma in realtà ci sarà pure qualcuno che ruba perché cleptomane, ma tutti gli altri sono ladri e basta. Allo stesso modo, ci sarà pure qualcuno che appicca il fuoco perché piromane, ma tutti gli atri sono delinquenti incendiari e basta.

Dopo che il mare se ne andò

Dopo che il mare se ne andò
ci sono voluti milioni di anni
per fare questi marmi.
Fiore ce ne mostra vari
tagli, li bagna per illuminarli.
Non parla, le parole
sono il suo lavoro i massi, scelti
con cura ad uno ad uno.
Veniamo attratti da una pietra
che ci seguiva. A me pareva
di nuotare lentamente a ridosso
d’una barriera corallina: rosse
castagnole, balletti
di pesci farfalla, roventi coralli
simili alle ginestre dei miei monti.
«Questa l’ho tagliata coricata!»
La montagna si era addormentata.

16 gennaio 2012

Domenico Adriano
Roma

“Il Foglio volante” di settembre 2013

31 09pmWed, 18 Sep 2013 17:48:02 +00002602013 2008

Foglio Settembre '13

Nel “Foglio volante” di settembre 2013 compaiono, oltre alle solite rubriche, testi di Giorgio Bàrberi Squarotti, Bastiano, Loretta Bonucci, Serena Angela Cucco, Carla D’Alessandro, Edmondo D’Amici, Gualtiero De Santi, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Pierangelo Marini, Adriana Mondo, Teresinka Pereira, Silvana Poccioni, Rolando Revagliatti, Fryda Rota.
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura e una poesia di Adriana Mondo.

Poeti e scrittori meridionali del ’900 cancellati dai programmi per i licei

Quasi di nascosto, nel silenzio generale, nel 2010 una commissione di cosiddetti esperti nominata dall’allora ministro dell’Istruzione Maristella Gelmini, ha stilato il documento dal burocratico titolo «Schema di regolamento recante “Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali di cui all’art.10, comma 3, del d.P.R. 15 marzo 2010, n. … in relazione all’articolo 2, commi 1 e 3, del medesimo d.P.R.”
Le “indicazioni” prevedono che «Dentro il secolo XX e fino alle soglie dell’attuale, il percorso della poesia, che esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, contemplerà un’adeguata conoscenza di testi scelti tra quelli di autori della lirica coeva e successiva (per esempio Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …). Il percorso della narrativa, dalla stagione neorealistica ad oggi, comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi e potrà essere integrato da altri autori (per esempio Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello…)».
E Quasimodo? Dimenticato? Ma, insieme al premio Nobel, l’oblio ministeriale ha mietuto altre vittime illustri, come il salernitano Alfonso Gatto, i lucani Rocco Scotellaro e Leonardo Sinisgalli, i siciliani Leonardo Sciascia e Elio Vittorini, l’abruzzese Ignazio Silone, il ciociaro Libero De Libero ed altri autori che hanno il torto di essere meridionali.
È indignato Pino Aprile, scrittore meridionalista, autore del fortunato Terroni. Nel libro Giù al Sud» alla vicenda ha dedicato un intero capitolo. Per lui non ci sono dubbi: «Su 17 poeti o scrittori del XX secolo, escludendo Verga e Pirandello assegnati all’Ottocento, non c’è un solo meridionale. C’è stato un netto rifiuto della cultura del Sud. Gli autori meridionali saranno confinati a realtà regionali, mentre la letteratura vera, quella che conta, sarà quella dell’Italia del Nord, vincente ed europea».
Ma c’è davvero un complotto nordista? Poiché dicono che a pensar male qualche volta ci si azzecca, c’è chi ha avanzato una richiesta ufficiale di “correzione”, con un esposto al ministro del precedente governo Francesco Profumo e anche al Capo dello Stato e ai presidenti di Camera e Senato. Semplicissima la richiesta: «Integrare le indicazioni didattiche con i nomi di Quasimodo, Gatto, Scotellaro e di altri intellettuali del nostro Sud e di regioni del Centro Italia poco rappresentate». L’appello arriva dal «Centro di documentazione della poesia del Sud» di Nusco, in Irpinia, dove ieri si è tenuto un convegno proprio sulla questione con la partecipazione di Aprile. Paolo Saggese, uno dei professori che (insieme con Alfonso Nannariello, Alessandro Di Napoli, Franca Molinaro, Peppino Iuliano) anima l’associazione, spiega di non voler alimentare «polemiche o battaglie di retroguardia. O, peggio ancora, una contrapposizioni Nord-Sud». Al contrario l’appello, lanciato anche a tutte le scuole italiane, vuol essere un manifesto per l’unità culturale del Paese. «Perché — scrive Saggese — una cultura nazionale veramente unitaria deve dare agli studenti la visione completa degli autori, includendo quelli del Sud. Invece con la Gelmini — aggiunge — è stata introdotta, non sappiamo quanto volontariamente, una visione decisamente nordista che tiene fuori almeno 15 regioni».

Amerigo Iannacone

 

 

Ragazzi

I ragazzi come noi
vanno via leggeri
ricordando alla sera
di far tacere il cuore.
S’illudono che il giorno
stia fermo nella luce.
Invocano la pace,
distratti dai ricordi
ed ansie giovanili.
Giocano con l’amore
quest’ultima partita

                Adriana Mondo
                Reano (Torino)

“Il Foglio volante” di agosto 2013

31 09pmWed, 18 Sep 2013 17:43:38 +00002602013 2008

Foglio Agosto 2013

Nel “Foglio volante” di agosto 2013 compaiono, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Carla D’Alessandro, Lino Di Stefano, Tiberio La Rocca, Pierangelo Marini, Adriana Mondo, Cesare Pampena, Silvana Poccioni, Fryda Rota,
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura – piuttosto lungo –, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”, e una poesia di Fryda Rota.

 

Allarme lingua: salviamo l’idioma del Bel Paese ove ’l sí suona

Ho rubato a Dante le parole del titolo, perché in questo nostro guazzabuglio tecnocratico, in questo confuso tecnicismo ad ogni costo, inchinati a ossequiare il potere delle maggiori potenze politiche e soprattutto economiche, ci scordiamo da dove viene la nostra lingua, quale nobile storia essa ha, che cosa è stata, che cosa ha rappresentato e rappresenta ancora nel cammino della civiltà.
La superficialità caratterizza oggi la maggior parte di coloro che usano la penna o, se preferite, usano una tastiera alfanumerica, e perfino l’Accademia della Crusca, che dovrebbe vagliare la lingua separando le parole corrette da quelle scorrette come si separa la farina dalla crusca finisce col non avere piú alcuna influenza sugli utenti della lingua. Un esempio: quando nel 2002 è stato introdotto l’euro, l’Accademia ha suggerito: «Al plurale dite “euri”». In italiano infatti i sostantivi maschili che terminano in -o, formano il plurale cambiando la desinenza -o in -i: “libro-libri”, “muro-muri”, “segno-segni”, ecc. Perché mai “euro” non può diventare “euri”? Perché mai dobbiamo dire 10 euro e non 10 euri? Ma sappiamo com’è finita.
Oggi purtroppo si va diffondendo una lingua dove per scrivere “tutto” si fa una tripla “t”, per scrivere “per” si fa una “x”, o, meglio ancora, si fa un 4, perché – trovata geniale – il 4 in inglese si legge come le preposizione “for” che significa “per”. E si potrebbe continuare col ridicolo codice linguistico dei feisbuchisti e dei creatori di messaggini telefonici.
L’italiano è una delle piú belle lingue al mondo. Dal punto di vista fonetico, ci sono almeno un paio di caratteristiche che rendono la nostra lingua eufonica ed equilibrata. C’è una giusta dosatura, per cosí dire, tra suoni vocalici e suoni consonantici e anche un ottimale bilanciamento tra le diverse vocali e tra le diverse consonanti, il che rende la lingua particolarmente armoniosa ed è sempre chiara. È bella, poi, dal punto di vista lessicale e, dal punto di vista sintattico, c’è sempre una certa logica.
Oggi però la nostra lingua è sempre piú inquinata, sempre piú corrotta, infarcita di forestierismi, spesso cacofonici, e sempre ineleganti.
È vero che, nel corso della sua storia, l’italiano, come ogni altro idioma, ha sempre accolto forestierismi e ha anche subito contaminazioni da altre lingue. Ma si è sempre trattato – fino ad alcuni decenni orsono – di un processo lento di accoglimento, e poi di adattamento e assimilazione. Un vocabolo entrava nell’uso (e veniva accolto dai vocabolari) dopo un processo, direi, di rodaggio. E poi, una volta, tra le diverse lingue c’erano degli interscambi. Se l’italiano prendeva da altre lingue un certo numero di vocaboli, altrettanti ne dava: pensate a quante parole l’italiano ha ceduto nei secoli scorsi alla cultura di tutto il mondo, in particolare alla cultura musicale.
In questi ultimi decenni però, a causa della rapidità e della facilità delle comunicazioni, tutto è cambiato. Quello che prima succedeva in un secolo, oggi accade in un anno o in un mese. E l’italiano si va corrompendo a un ritmo vertiginoso. Prima i processi erano lentissimi e le parole subivano un graduale processo di assimilazione. Oggi con i mezzi tecnici a disposizione (Internet, telefonini, televisione, radio, cinema, satelliti) i processi sono diventati frenetici. Vediamo la lingua cambiare sotto i nostri occhi.
Alcuni anni fa comprai una macchina che si chiamava “Ford Escort” e per me la escort era solo una macchina, nel giro di un paio di anni la escort è diventata tutt’altro. Parole come “gossip”, per “pettegolezzi”, o “trend” per “tendenza, moda” dieci/quindici anni fa nessuno le conosceva. Ultimamente sentiamo parolacce come “cool”, che dovrebbe significare “fresco” e si usa per indicare le tendenze della moda. Dovunque, testi infarciti di anglismi e di americanismi. L’italiano si va sempre piú corrompendo sotto la pressione di un inglese arrogante e fagocitante. Se ci guardiamo intorno, la metà delle insegne pubblicitarie che vediamo sono in inglese. Nel linguaggio giornalistico e televisivo sentiamo continuamente espressioni inglesi di cui non ci sarebbe alcuna necessità, essendoci a portata di mano la corrispondente espressione italiana: “red carpet” (tappeto rosso), “step by step” (gradualmente, mano mano), “location” (posto, posizione), “black list” (lista nera), e non sto a fare altri esempi, perché chiunque lo può notare. Perfino in quello che era il compassato linguaggio ufficiale e burocratico, Gazzetta ufficiale compresa, troviamo una lingua ormai ibrida, o, meglio imbastardita. Cosí il Presidente è diventato Premier, e poi troviamo welfare per stato sociale, e ticket, question time, badge, day hospital, election day (ma perché se dicessimo per esempio “Giornata elettorale” che ci sarebbe di male?), ecc. Ci stanno cambiando le carte in tavola: fino a poco tempo fa, nella tastiera del computer c’erano i tasti “Avvio”, “Invio”, “Fine”, “Canc” (per “cancella), ecc., oggi sono diventati “Start”, “Enter”, “End”, “Del” (per “delete”) ecc.
La televisione, che è purtroppo diventata la prima agenzia culturale ed educativa (o, se preferite, diseducativa) va giorno per giorno condizionando il nostro orecchio, e ci va iniettando un virus malefico.
A partire dai titoli delle trasmissioni piú seguite: Rai News, Morning News, Passengers, The voice, X-factor, Cartoon Flakes, Oscar’s Oasis, The Voice Of Italy, Coffee Break, News Meteo, Magazine telematico, ecc.
I titoli dei film, che fino a qualche anno fa venivano tradotti, oggi ce li impongono nelle lingua originale (l’inglese).
Da un’indagine fatta di recente, risulta che dieci film su quindici, i due terzi del totale, sono di madrelingua inglese, in prima serata per lo piú di produzione statunitense, e i registi e gli attori sono anch’essi per la maggior parte americani.
E si è talmente condizionati dall’anglomania che capita spesso di sentire lette con pronuncia inglese parole che inglesi non sono, come “media”, parola latina, che viene letta “midia” e “junior” viene letta “giunior” e simili. Mi è capitato anche di sentire alla radio l’espressione “saine dai”, che al momento non capii che volesse dire e poi mi resi conto che si trattava dell’espressione latina sine die. E mi è capitato di sentire chiamare Taiber la motonave Tiber (che significa Tevere), e il Titanic è diventato Tàitanic, e il prefissoide di origine greca “micro” è diventato “maicro”. E chi piú ne ha piú ne metta.
L’invasione linguistica dell’inglese in realtà non riguarda solo l’’Italia, anche se da noi, forse, è piú grave. Ma molte lingue sono in pericolo di estinzione, sopraffatto dalle lingue piú forti.
Attualmente nel mondo sono parlate quasi 10.000 lingue (senza tener conto dei dialetti e delle parlate locali): dal cinese mandarino parlato da circa 800 milioni di persone e quindi la lingua piú parlata, a lingue usate da poche centinaia o addirittura da poche decine di persone, talvolta da poche unità. Moltissime sono anche in Europa le lingue minoritarie (ladino, occitano, franco-provenzale, frisone, gaelico, basco, mirandese, ecc.). Ma molte sono nel mondo le lingue in pericolo, a volte in grave pericolo, di estinzione.
Non è una novità che le lingue minori, le meno parlate nel mondo, stiano lentamente scomparendo. Secondo i dati degli studiosi scompare una lingua ogni due settimane e oltre 2.500 lingue sono a rischio di estinzione.
Il 20 febbraio 2009 l’Unesco ha diffuso dati poco incoraggianti: 199 lingue sono parlate da una decina di persone soltanto, 538 sono gravemente in pericolo e 607 sono a rischio.
La globalizzazione ha l’innegabile difetto di omologare – io userei la parola “mecdonaldizzare” – le culture e, di fatto, di sopprimere le meno forti, con la conseguenza che anche la tradizione inglobata viene modificata e spesso persa nella storia.
Ma tutto questo succede perché, come sempre, ci sono dietro interessi, enormi interessi, economici. Si tratta di migliaia di milioni di euro che entrano nelle casse del Regno Unito e degli Stati Uniti. E non è un caso che nel solo 2010 lo Stato Britannico abbia investito sulla lingua 220 milioni di euro, contro i miseri 600 mila euro investiti dallo Stato Italiano.
È incomprensibile l’atteggiamento dello stato italiano. «Il Ministro Profumo – cito da un articolo di qualche mese fa di Giorgio Pagano, – continua a spacciare la colonizzazione linguistica inglese dell’Italia come progresso, sostenendo il CLIL, ossia l’insegnamento di materie non linguistiche in inglese e non più in italiano».
Si pensi al Politecnico di Milano, in Italia non in Gran Bretagna, che ha attivato corsi soltanto in inglese.
Pagano: «Il CLIL perché uccide il sapere in lingua Italiana e porta ogni anno nelle tasche dell’anglofonia 26 volte i miliardi che la casta partitocratica si è presi dal 1994 ad oggi.
«Infatti, rispetto ai 2,3 miliardi d’euro erogati ai partiti dal 1994 ad oggi, la colonizzazione linguistica inglese costa agli italiani oltre 60 miliardi di euro ogni anno, rappresentando altresí non una grande opportunità per trovare lavoro all’estero bensí una forzata fuga di brillanti cervelli italiani».
Come dire che l’invasore intanto può riuscire nella sua conquista in quanto c’è non solo l’accondiscendenza, ma anche la collaborazione, di chi l’invasione subisce. Poi che lo faccia per interesse proprio, che lo faccia per pigrizia intellettuale, per ignoranza, o anche per un malinteso senso di sprovincializzazione, non è rilevante. Rilevante è il risultato.
C’è una connivenza colpevole degli italiani, che non solo non tentano nessuna resistenza contro la colonizzazione linguistica, ma essi stessi la incoraggiano, la favoriscono e la sostengono. Siamo di fronte a quello che è stato giustamente chiamato “Genocidio culturale italiano”.
Se prendiamo coscienza di quello che sta accadendo alla nostra lingua, ci dobbiamo battere, finché siamo ancora in tempo, per salvarla. L’invasione linguistica è anche invasione culturale. Essa fagocita culture e identità.
Salviamo l’italiano, in Italia parliamo italiano.
Amerigo Iannacone

(Estratto da una conferenza tenuta a Venafro, Biblioteca Comunale, il 20.4.2013, e poi, con poche varianti, a Caiazzo, Centro di Promozione Culturale “F. de Simone”, il 23.4.2013)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Tevere e Po

In una scenetta televisiva di qualche anno fa di non ricordo quale comico, uno diceva:
«Sai che il Tevere una volta si chiamava Po?»
E la spalla:
«Chi te l’ha detto?»
«Era scritto su un manifesto: “Tevere ex Po”.»
«Ma quello era “Tevere expo”, una fiera.»
«E allora perché non la chiamano “fiera”?»
Ecco una bella domanda: perché non esistono piú le fiere campionarie ma solo le “expo”? Una parola che deriva dal troncamento della parola inglese exposition, che poi non significa altro che “esposizione”?
Provate a dare una risposta.

Commozione

Come piace dirci fragili – disposti
a screpolare tenero il guscio
della commozione: ne esce umore
sofferto che non dura. Secchezza
lo avviluppa e non rimane traccia
dell’emozioni ne ricordo
(ma il viaggio subito riprende
in direzione di altre apparenze
con punte di asprigna sofferenza:
si cancella presto – e costa niente

3 febbraio

Fryda Rota
Borgovercelli (Vercelli)