Archive for settembre 2007

Oboe d’amore / Ama hobojo

31 09pmSun, 30 Sep 2007 12:59:45 +00002722007 2008

Oboe d’amore/Ama hobojo

     È uscita, nella collana “La Stanza del Poeta” diretta da Giuseppe Napolitano, la mia nuova raccolta di poesie, in edizione bilingue – italiano ed esperanto – dal titolo Oboe d’amore/Ama hobojo (La Stanza del Poeta, Gaeta 2007, pp. 96, € 9,00).
   Ne riporto qui di seguito uno stralcio della prefazione di Napolitano.

    Aperis, en la serio “La Ĉambro de l’ Poeto” kiun gvidas Jozefo Napolitano, mia nova poemaro, dulingva – en la itala kaj en Esperanto – titolita Oboe d’amore/Ama hobojo (La Ĉambro de l’ Poeto, Gaeto 2007, paĝoj 96, € 9,00).
   Mi transskribas ĉi tie eltiraĵon el la antaŭparolo de Napolitano.

Adelante… / Antaŭen…

31 09pmSun, 30 Sep 2007 12:57:23 +00002722007 2008

    Fin dal titolo, ecco che si chiarisce l’intenzione dell’autore di questo libro. Non nascono mai per caso, i titoli: qui è preso dall’ultima composizione, della quale è il titolo e la figura ispiratrice – la vera ispirazione nascendo infatti dal suono prodotto da quello strumento, dalle sue “rotonde note (che) planano levitano nell’aria (come) piume delicate (e) conquistano in un’aura di poesia e di magia”. Malgrado la “profonda tristezza”, il bicchiere “mezzo vuoto”, il pessimismo di fondo, nella voce del poeta va colto comunque il segnale – che è desiderio, forse, o speranza inguaribile – di una possibile rinascita: “almeno un sorriso di sole”. Suona dunque, a conclusione di questo libro di versi, l’oboe d’amore, e vuole probabilmente configurarsi in una antitesi quasimodiana (il suo essendo un oboe sommerso!): il canto d’amore dello strumento, che nell’ossimoro del poeta si trasforma in “fiocchi caldi di neve colorata (che) toccano il cuore”, dona un momento di magia e stacca l’ascoltatore dal dubbio del suo quotidiano esistere.
   I riferimenti al tempo (anche mediati, esaltati, dal ricordo di figure familiari) sembrano farsi in quest’ultimo libro di Amerigo Iannacone più insistenti del solito. Eppure ci aveva già abituati a registrare insieme a lui eventi scadenze memorie – non sorprende la dimensione del tempo letterario in uno scrittore come lui. Ma qui, più di prima, si avverte, si coglie, il sentimento del passaggio. Sarà anche un gioco, può darsi, chissà… un oraziano come lui a volte si lamenta per far credere di star male, perché noi lettori possiamo avvertire, cogliere il nostro malessere – e rimediare: a lui, a lui basta averci aiutati a capire. E avanti, allora (il titolo della prima poesia è una chiave augurale), poiché fermarsi anche un po’ avrebbe sapore di rinuncia, forse di sconfitta. Avanti, certo! I versi sono
semi (ed è il titolo di un suo libro recente), semi che si spera diano frutti e siano fruttuosi per eredi più degni di quelli che ora vediamo fra di noi dissipare (trascurandola o misconoscendola) l’eredità a disposizione.
   Avanti, dunque, o
adelante, come Iannacone titola la prima composizione; ma, si dovrebbe aggiungere, “con juicio!”: non si può andare avanti senza riflettere che “ogni giorno un grano di vita” se ne va; e allora attenti a non sciupare… ruit hora scrisse il poeta anni fa (in un libro suo fondamentale ancora per leggerne le trame poetiche e insieme esistenziali e morali). Il tempo scorre o lo vediamo scorrere intorno a noi: è nei mesi, nelle stagioni; è nel “mistero” o nel “vuoto” che ci aspetta, in una “ricerca” sempre “senza risposte”. È nello “stupore della morte” (uno dei testi più significativi, dedicato “a mio padre nove anni dopo”), o in un aggettivo (“antico dolore”, “antiche domande che non hanno risposte”).
                                                                      Giuseppe Napolitano

*

     Ekde la titolo, jen klariĝas la intenco de la aŭtoro de tiu ĉi libro. Neniam naskiĝas hazarde la titoloj: ĉi tie ĝi estas prenita de la lasta komponaĵo, kies titolo kaj kies inspira figuro – la vera inspiro fakte naskiĝas de la sono produktata de tiu muzikilo, de ĝiaj “rondaj notoj (kiuj) levitacias ŝvebas en l’ aero (kiel) delikataj plumoj (kaj) konkeras en atmosfero poezia kaj magia”. Malgraŭ la “ega tristeco”, la glaso “duone malplena”, la fona pesimismo, en la voĉo de l’ poeto oni kaptu ĉiukaze la signalon – kiu estas deziro, verŝajne, aŭ nesanigebla espero – de ebla renaskiĝo: “almenaŭ sunrideton”. Sonoras do, je la konkludo de tiu ĉi verslibro, la ama hobojo, kaj volas probable konfiguriĝi en ia antitezo al Kvazimodo (estante la lia submergita hobojo!): la ama kanto de la instrumento, kiu en la oksimoro de l’ poeto transformiĝas en “varmaj flokoj da kolora neĝo (kiuj) tuŝas la koron”, donacas magian momenton kaj deigas la aŭskultanton el la dubo de lia ĉiutaga ekzistado.
   La aludoj al tempo (eĉ mediaciitaj, ekzaltitaj, de la memoro de familiaj figuroj) ŝajnas fariĝi en tiu ĉi lasta libro de Amerigo Janakono pli insistaj ol kutime. Kaj tamen li jam kutimigis nin registri kune kun li eventojn templimojn memoraĵojn – ne surprizas la dimensio de la literatura tempo en verkisto kiel li.
Sed ĉi tie, pli ol antaŭe, oni perceptas, oni kaptas, la senton de la preteriro. Eble estas eĉ ludo, kiu scias… horacano kiel li foje plendas por kredigi farti malbone, por ke ni legantoj povu percepti, kapti nian misfarton – kaj ripari: al li, al li sufiĉas esti helpinta nin kompreni. Kaj antaŭen, do (la titolo de la unua poemo estas bondezira ŝlosilo), ĉar halti eĉ malmulte gustus kvazaŭ rezigno, eble kvazaŭ malvenko. Antaŭen, ja! La versoj estas semoj (kaj tia estas la titolo de lia freŝdata libro), semoj kiuj – oni esperas – donu fruktojn kaj estu fruktodonaj por la heredantoj pli dignaj ol tiuj kiujn nun ni vidas inter ni disipi (per ilia negleto aŭ malaprezo) la heredaĵon je dispono.
  
Antaŭen, do, aŭ adelante, kiel Janakono titolas la unuan versaĵon; sed oni devus aldoni, “con juicio!” (saĝe): oni ne povas antaŭeniri sen pripensi, ke “ĉiutage grajno da vivo” foriras; kaj do atentu ne forĵeti… ruit hora (fluas la tempo) verkis la poeto antaŭ pluraj jaroj (en sia libro ankoraŭ nun fundamenta por legi liajn veftojn poeziajn kaj samtempe ekzistajn kaj moralajn). La tempo fluas aŭ ni vidas ĝin flui ĉirkaŭ ni; ĝi estas en la monatoj, en la sezonoj; ĝi estas en la “mistero” aŭ en la “malpleno” kiu nin atendas, en la “elserĉo” ĉiam “sen respondoj”. Ĝi estas en la “La surprizo de la morto” (unu el la tekstoj pli signifoplenaj, dediĉita “Al mia patro, post naŭ jaroj”), aŭ en adjektivo (“antikva doloro”, “antikvaj demandoj kiuj ne havas respondojn”).
                                                                             Jozefo Napolitano

Italiani globishizzati

31 09pmSat, 15 Sep 2007 20:26:29 +00002572007 2008

    Non sono un sostenitore delle famose tre “I” (impresa, informatica, inglese), che qualche anno fa ci furono spacciate come la condizione indispensabile della via al successo (economico, naturalmente). Ritengo anzi che vengano prima altre lettere di molte altre parole che dovrebbero avere la precedenza: la “C” di “cultura”, la “S” di “solidarietà” e di “sociale”, la “R” di “rispetto”, eccetera. Ma, tralasciando questo discorso, che ci porterebbe lontano, mi vorrei soffermare su quella terza “I”, quella dell’inglese, che dovrebbe spianarci la via al successo.
    Premetto che ritengo giusto che si impari l’inglese, esattamente come è giusto che si imparino altre lingue. Ma quell’inglese che si va diffondendo in funzione di lingua internazionale è una lingua ben lontana da quella di Shakespeare, di Milton, di Eliot, di Joyce e di tutti gli altri grandi scrittori di lingua inglese che hanno arricchito con le loro opere la letteratura mondiale.
    L’inglese che ci viene proposto e imposto come lingua di comunicazione transnazionale è una sorta di codice piú o meno convenzionale che viene identificato con il nome di Globish (da “Global English”, inglese globale). È un pidgin che viene balbettato in campo internazionale, con il sorrisetto ironico di superiorità di coloro che sono di madrelingua inglese (o americana).
    Spesso i sostenitori del Globish, codice artificiale, sono gli stessi che cercano di screditare l’esperanto bollandolo come lingua artificiale, fatta a tavolino, e quindi perciò – chissà perché – inadatta alla funzione per cui è nata.
    Premesso che tutte le lingue sono artificiali, perché non sono una componente biologica dell’individuo, ma sono sempre insiemi di parole inventate dall’uomo, devo dire che la differenza tra il Globish e l’esperanto sta nel fatto che il primo è comunque difficile sia dal punto di vista fonetico, sia dal punto di vista grammaticale e il secondo è facilissimo. Il primo è la lingua presa a prestito da altri, che ne rimangono i padroni, il secondo può essere seconda lingua di tutti, mettendo tutti sullo stesso piano. Il primo è invadente e fagocitante, il secondo è discreto e disponibile.
    A questo proposito, è sotto gli occhi di tutti la corruzione in accelerazione costante della nostra bella lingua. È l’inglese – l’inglese dei fiorai che vendono “flowers” e dei calzolai che vendono “shoes” – che sta corrompendo la nostra lingua. E non solo quando si tratti di oggetti nati da tecnologie provenienti dagli Stati Uniti (computer, scanner, ecc.), ma anche per oggetti, ambienti, situazioni, occasioni, dove non ce ne sarebbe assolutamente la necessità. Basta entrare in un ufficio postale, per rendersi conto che l’inglese sta sopraffacendo l’italiano: “postepay”, “posteself”, “servizi business”, “posteshop”, “news”, “contact center”, “posta pick up”, ecc. ecc.
    Osservate l’intestazione del cedolino dello stipendio. Nel radioso presente americanofono, anche il patrio Ministero delle Finanze si organizza in Services. Una volta si diceva: “Direzione”, “Ripartizione”, “Ufficio”, “Dipartimento”. Ora non piú: questa è preistoria.
Non sto ad elencare i vari “tickets” (e gli obbrobriosi derivati come “ticketteria” per “biglietteria”), “Welfare” per “Stato sociale”, “nomination”, dove bastava “nomina”, “magazine” per “rivista”, “privacy” per “riservatezza”, perché sono sotto gli occhi di tutti. Ormai l’italiano è diventato “itanglese”, anzi: “itanglish”. E in futuro gli “italians” saranno tutti globishizzati. Con buona pace di Dante e Manzoni.
                                                                         Amerigo Iannacone

Nuovo numero del “Foglio volante”

31 09pmSat, 15 Sep 2007 20:19:27 +00002572007 2008

Sul Foglio volante di ottobre 2007, che è appena uscito dalla tipografia e che sarà spedito a giorni, molte le firme di poeti, alcune delle quali di rilievo internazionale. Ecco alcuni nomi: Mariano Coreno (Australia), Enzo Bonventre (Montescudaio), Silvana Poccioni (Agnone), Patrick Sammut (Malta), Aurelia Bogo (Vill’Alta Albino), Loretta Bonucci (Trignito di Mediglia), Jaime Gil de Biedma (Barcellona), Pietro La Genga (Sambuca di Sicilia), Giancarlo Campioli (Reggio Emilia), Nicolino Rossi (Napoli). Ci sono poi recensioni, rubriche (“Premi”, “Lettere al Foglio”) e altro. In apertura, il mio pezzo “Italiani Globishizzati”, che riporto anche qui.
Chi desideri riceve copia saggio del “Foglio volante”, la può chiedere all’indirizzo:
edizionieva@libero.it.

Al Esperanto

31 09pmSat, 08 Sep 2007 14:43:15 +00002502007 2008

Ricevo dal poeta argentino Rolando Revagliatti questo messaggio:

Dos líneas apenas para informarles – acabo de enterarme – que:

Carmen Vasco: Mi poema “¡Lo que dura!” con tu versión al inglés, fue subido el cinco de agosto, en un excelente blog generado en Canadá por un chileno Jaime Serey.

Carlos Vitale, Amerigo Iannacone: Nuestro Recitador Argentino “Al esperanto” ha sido instalado a través de un vínculo también en el aludido blog. Acaso lo más expeditivo para dar con esto es poner mi apellido en el buscador del propio

http://revistaliterariaazularte.blogspot.com.

Desde luego, me encantaría que les acerquen colaboraciones a mi amigo virtual Jaime Serey. 

Los abraza,

 

Rolando Revagliatti 

*

Per leggere le mie traduzioni “Al esperanto”, da Carlos Vitale e Rolando Revagliatti cliccare su:

http://www.revagliatti.com.ar/recitador_13.pdf 

Chi, poi, volesse ricevere il testo a stampa, me lo può chiedere.