Archive for aprile 2008

Il “Foglio volante” di maggio

31 04pmSat, 19 Apr 2008 12:51:39 +00001092008 2008

Piú ricco del solito il “Foglio volante” di maggio, in via di spedizione in questi giorni. Vi compaiono, tra l’altro, le firme di Rosa Amato, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Gincarlo Campioli, Mariano Coreno, Pasquale Corsaro, Carla D’Alessandro, Antonio De Angelis, Rosalba de Filippis, Antonio Delconti, Davide Di Poce, Vito Faiuolo, Saul Ferrara, Rossella Fusco, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Teresinka Pereira, Silvana Poccioni, Vincenza Prada, Fryda Rota, Edith Sommer, Carmelo R. Viola.
Come sempre, invitio chi volesse ricevere copia saggio del mensile, a chiederla a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono o fax al n. 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito l’articolo di apertura, “Padrona e despota”,di Antonio De Angelis, che riguarda Leopardi e la mia nota “Tra ‘halal’ e ‘craniate’ si salvi chi può” della rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”..

Padrona e despota

«Inasprito il carattere dalla solitudine e dalla salute cagionevole, tutto egli volgeva in tragedia» scrive De Sanctis di Giacomo Leopardi.
E per non accusare il padre di dappocaggine e la madre di dispotismo, Muccio[1] se la prendeva col destino, col fato, col «brutto potere ascoso». Si sfogliava cosí l’albero della gloria a cui aveva tanto anelato, e cominciava l’inesorabile declino delle illusioni: il passaggio dal pessimismo materialistico al pessimismo cosmico…
Si dice che la contessa Adelaide non strinse mai a sé i figli, e al mondo ne mise dieci, sei dei quali morirono in tenerissima età.
Non riuscí a trovare il tempo per le carezze materne , tesa anima e corpo a riassestare il patrimonio familiare che per l’inettitudine del conte Monaldo navigava in assai cattive acque.
Paolina scrisse che «Ben presto la gonna della madre si intrecciò con le gambe del padre, sí che egli non riuscí piú a districarsene.»
Prossima ai quarant’anni, l’austera e bigotta contessa non volle piú sapere di “giochi” sotto le lenzuola, nauseata dalle dodici gravidanze che si erano susseguite a distanza di un anno o poco piú l’una dall’altra , assoggettandosi cosí a un’astinenza assoluta quando una donna può dare ancora molto di sé.
Madre e moglie esemplare, che Dio l’abbia perdonata.

Antonio De Angelis
Castro dei Volsci (Frosinone)

Tra “halal” e “craniate” si salvi chi può

Anche i vocabolari ora sono “usa e getta”. Una volta i ragazzi adoperavano quelli che avevano usato i genitori o i fratelli piú grandi. Poi, evidentemente, gli editori si sono detti: «Qualcosa dobbiamo pur fare per vendere i vocabolari» e cosí si sono inventati le edizioni annuali. E, dovendo cambiare o aggiungere qualcosa per poter giustificare anno per anno le nuove edizioni, aggiungono qualsiasi sgorbio linguistico qualcuno abbia lanciato dalla televisione o su Internet.
Nelle 2688 pagine (ahinoi!), dell’ultima versione dello «Zingarelli», che si chiama ancora vocabolario della lingua italiana, troviamo all inclusive («il pacchetto completo in voga tra i tour operator», come spiega la definizione), spin doctor (lo stilista personale «addetto ai politici e ai personaggi pubblici»), e-worker («il telelavoratore»), escort (che non è una macchina Ford, ma «persona retribuita per fornire compagnia e prestazioni sessuali») e poi googling, i-pod, podcasting, streaming e via anglicizzando.
Oltre ai soliti anglicismi, troviamo poi vocaboli tratti dai piú svariati gerghi: calcistico, televisivo, giovanile, giornalistico, dialettale (“craniata”, come quella di Zidane a Materazzi, “pennica”, il pisolino pomeridiano, “pizzino”, dal gergo della mafia, “slinguazzata”, ecc., ecc.). Senza parlare dei vocaboli provenienti dagli immigrati (e dai ristoranti etnici in particolare): “hummus” («Crema di ceci con aglio, succo di limone, olio d’oliva, semi di sesamo e altre spezie, specialità araba»), “halal” («cibo preparato secondo le modalità prescritte della legge islamica») e “fattush” («Insalata di pomodori, cetrioli, cipolle e lattuga, tagliati e mescolati a dadini di pane arabo, tipica della cucina mediorientale»).
Ma il vocabolario è forse solo un repertorio delle parole orecchiate alla televisione o per strada? È forse un calderone dove tutto fa brodo? È un registratore di esternazioni?
Io ritenevo che il vocabolario dovesse dare delle indicazioni, presentare l’idioma corretto, e non contribuire – anch’esso – a corrompere una lingua che sempre piú va degenerando e ad avallare un inquinamento linguistico sempre piú evidente e sempre piú grave.
Una volta per imparare a parlare e scrivere bene ci si affidava ai suggerimenti del vocabolario. Oggi a chi ci dobbiamo affidare? A Totti e Biscardi?


[1] Nomignolo col quale in casa chiamavano Giacomo, prima che gli venisse la gobba.

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31 04pmSat, 19 Apr 2008 12:38:04 +00001092008 2008

Il \"Foglio\" di maggio

Lettera aperta al futuro sindaco di Venafro

31 04pmTue, 08 Apr 2008 19:27:33 +0000982008 2008

Egregio Signor Sindaco,
Le scrivo questa lettera aperta, oggi che ancora non so il Suo nome, perché l’argomento di cui Le voglio parlare prescinde da partiti e ideologie ed è indipendente dal colore politico dell’Amministrazione. Mi riferisco al tema della cultura, che mi è sembrato assente o trascurato nel corso di questa anche troppo chiassosa campagna elettorale, mentre dovrebbe essere considerato un’emergenza.
Non sto a ricordarLe che la parola “cultura” ha stessa etimologia di “coltura” (dal latino “còlere”, coltivare, attendere con cura), perché, come la coltura si preoccupa della crescita delle piante, la cultura si occupa della crescita morale e intellettuale dell’uomo.
Cultura è dare valore al bello, è valorizzare quanto c’è di storicamente rilevante nella città, è creare per il presente e per il futuro, è elevarsi ed elevare, è estetica ed etica ed è tante altre cose.
Venafro è una delle piú belle città del Molise, se non la piú bella, con il suo castello unico al mondo, le sue trenta bellissime chiese, l’anfiteatro e il teatro romano, il museo, le mura sannitiche recentemente scoperte, e tante, tantissime altre cose. Ma bisogna anche farle conoscere, valorizzarle, fare in modo per esempio che si inserisca Venafro in itinerari turistici, che si creino infrastrutture e si agevoli la ricettività.
Ma poi, oltre alla cultura storico-archeologica, c’è la cultura creativa. La creatività – la letteratura, l’editoria, la pittura, ogni forma d’arte e anche di artigianato – va sostenuta e incoraggiata. Il Premio di Poesia “Venafro”, di cui si sono tenute sette edizioni, che si era imposto come uno dei piú importanti d’Italia, che ha avuto un’eco anche ben oltre i confini nazionali, che ha portato a Venafro poeti del calibro di Peter Russell e Carlos Vitale, ha dovuto interrompersi perché non si è trovato qualche migliaio di euro per la pubblicazione del libro e per la cerimonia conclusiva.
Eppure è sentita a Venafro l’esigenza di dare uno spazio maggiore alla cultura, troppo trascurata negli ultimi anni. Anni in cui le iniziative culturali non hanno trovato l’interlocutore e la voce “cultura” nel bilancio è sempre stata molto modesta, quando non del tutto assente.
Egregio Signor Sindaco, mi rivolgo a Lei, e anche a quella che sarà la Sua Amministrazione, perché non voglia cadere nell’errore di considerare la “cultura” come un fatto marginale, e di non limitarsi a un banale conteggio di presenze facendo calcoli probabilistici di voti futuri, ma con la visione della crescita culturale e morale della città. Non solo perché, come ci insegna Umberto Eco, il conteggio va fatto in senso verticale e non orizzontale (cioè non con il numero dei partecipanti che saranno ovviamente di piú a una sagra che non a una manifestazione culturale, ma che contati negli anni e nei decenni diventano di piú per esempio i lettori di un libro), ma anche perché operare per il futuro e per la crescita intellettuale e morale, lasciare un’impronta nella storia della città è cosa meritoria ed è anche gratificante. E poi magari ci si renderà conto che questo porterà anche voti.
Per ora, La saluto, e, chiunque Lei sia, di cuore Le auguro bon lavoro.

Amerigo Iannacone

Il “Foglio” di aprile

31 04amSat, 05 Apr 2008 10:00:01 +0000952008 2008

Il “Foglio volante” di aprile, appena spedito agli abbonati, è un numero monografico con una lunga recensione di Gerardo Vacana al mio testo Dall’otto settembre al sedici luglio. Riporto qui di seguito il pezzo di Vacana e, comunque, chi volesse ricevere copia saggio del mensile, lo può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono o fax al n. 0865.90.99.50.

Un prezioso volumetto
Dall’otto settembre al sedici luglio di Amerigo Iannacone

Vi sono libri il cui valore è inversamente proporzionale al formato: è il caso del prezioso volumetto di Amerigo Iannacone Dall’otto settembre al sedici luglio (ed. Eva), tanto denso di contenuto quanto minuscolo, come si addice alla collana “I Colibrí” (gli uccelli mosca), in cui è inserito. Quante storie, quanta storia (e quanta geografia) l’autore è riuscito a collocare in una sessantina di paginette! Il volume, ad attestare subito il suo genere composito, tra documento, cronaca, poesia e racconto (soprattutto, racconto), inizia con una scheda biografica e si conclude con il foglio matricolare di Michele Iannacone, padre dell’autore, che ne è il personaggio principale. Nella sua burocratica nudità, il foglio matricolare è particolarmente eloquente: letto con attenzione, la dice piú lunga di un’analisi storica sulla politica militare e sulle precoci intenzioni belliche di Mussolini. Vi apprendiamo che l’aviere scelto, e poi caporalmaggiore nella fanteria, Iannacone, tranne brevi parentesi, passa sotto le armi quasi tutta la sua giovinezza, tornando a casa tanto provato che sanno di miracolo la sua sopravvivenza e il suo tardivo inserimento in una vita operosa, nella pace e nella serenità. La stessa sorte è toccata, piú o meno a tutti gli italiani nati negli anni Dieci e nel primi anni Venti.
Ho letto il libro con una partecipazione totale dell’animo, e soprattutto con la gioia di vedermi restituita intera dalla penna commossa e sapiente di Amerigo la figura di un uomo, tanto mite e discreto quanto valoroso, che ho avuto la ventura di conoscere, apprezzare ed amare come una persona di famiglia. Me lo sono ritrovato davanti come lo vedevo negli anni di piú frequenti contatti e piú intensa collaborazione tra me ed Amerigo, quando si affacciava in punta di piedi nello studio del figlio, per salutare me o altri amici e poi si allontanava altrettanto silenziosamente. Tra padre e figlio correva un’intesa senza ombre, come raramente accade con chi appartiene a due diverse generazioni. Egli non era solo il primo lettore dei libri di Amerigo, ma anche l’ispiratore di tante sue pagine di prosa e di poesia. Quanto apprendiamo da questo ultimo libro completa, presentandolo sotto luci diverse e piú drammatiche per gli eventi evocati, un ritratto le cui linee principali già conoscevamo. La bontà, l’equilibrio e tutte le altre qualità, essendo di buona lega, non vengono stravolte dalle atrocità della guerra e dalle sofferenze nel campo di concentramento.
Michele Iannacone ci appare in ogni istante come l’immagine della serietà e della genialità contadina e operaia. Versatile di ingegno, aveva appreso, per vivere degnamente del proprio lavoro in un ambiente povero e che offriva poche opportunità, oltre al mestiere principale di muratore, anche quelli di coltivatore, barbiere, fabbricante con le sue mani di cesti e canestri. Come quasi tutti i figli del Sud, delle regioni povere d’Italia, era stato anche emigrante.
Il libro nasce dai racconti che Michele e il compaesano e compagno di vita militare, dalla leva alla guerra alla prigionia, amico fraterno e poi anche compare Zi’ Nicandro, facevano alle famiglie e ai bambini riuniti la sera davanti al focolare: «Per noi bambini e ragazzi, i racconti delle vicissitudini che i nostri genitori avevano vissuto durante la guerra diventavano gesta leggendarie, gesta epiche come quelle dei poemi omerici o delle epopee cavalleresche, che avremmo poi incontrato sui banchi di scuola. Molti dei racconti venivano ripetuti piú volte e ogni volta c’era un particolare in piú che prima era stato saltato o che forse ci era sfuggito. Ma anche se li sentivamo per la decima o la ventesima volta, quei racconti non ci annoiavano affatto: li seguivamo sempre con grande attenzione» (15-16). Erano gli anni Cinquanta e i primi Sessanta, e a Ceppagna – la frazione di Venafro, che è il luogo natio dove sono sempre vissuti Michele, Zi’ Nicandro e le loro famiglie, si viveva ancora poveramente o molto sobriamente e all’antica, e la televisione era di là da venire. Poi è avvenuta, quasi involontariamente, una vera e propria rivoluzione antropologica, che ha dissolto usi e costumi secolari di una comunità i cui membri comunicavano davvero: una civiltà agro-pastorale, contadina, che comportava sacrifici, rinunce e anche intollerabili sopraffazioni e iniquità, ma era pure la civiltà del vicinato, di una vita laboriosa, condivisa, virtuosa, fondata sullo scambio leale e fraterno, dalle giornate per lavorare i campi al lievito per fare il pane. Anche di questo mutamento epocale l’ultimo libro di Amerigo, come i precedenti, rende una fedele testimonianza: «Poi pian piano, gradualmente, le cose sono mutate. Gli anni passavano e cambiava il modo di trascorrere le serate. Le famiglie non si riunivano piú ora a casa mia ora a casa tua, ma ognuno se ne restava a casa propria, davanti al piccolo schermo, che aveva preso il posto del focolare. E i racconti del focolare rimanevano solo nei ricordi (17). Per non fare disperdere la memoria dei racconti serali, tra gli anni Ottanta e Novanta, Amerigo Iannacone inizierà a prendere appunti per una pubblicazione. A tale scopo, riunisce e ascolta il padre e Zi’ Nicandro, ma dopo qualche seduta, gli incontri vengono interrotti: gli impegni quotidiani distraggono l’autore dal progetto. Egli, comunque, legge il paio di paginette che ha scritto ai due anziani commilitoni, che le ascoltano con gli occhi lucidi e stentano ad articolare parole. Il libro sarà costruito piú sui ricordi che su quei pochi lontani appunti, e sarà pubblicato a dieci anni dalla morte del padre. Nel capitolo III viene espresso, sia in prosa che in versi, il rammarico per non avere saputo saldare in tempo quell’antico debito col padre e Zi’ Nicandro, e nel V ci viene assicurato che «quello che racconta non è invenzione, ma solo fatti realmente accaduti» (33). Sono i due capitoli sulla genesi del libro, un racconto nel racconto, con pagine assai belle e toccanti. Vi troviamo un tema centrale e ricorrente in Amerigo Iannacone, quello (leopardiano) sul «tempo di momenti non vissuti», e il pensiero va al suo libro di poesia Ruit hora, del 1992. Vi troviamo il tenero rapporto tra il figlio e un padre, di cui risaltano la discrezione e la sensibilità, la nobiltà del cuore: «Continuavo a rinviare / non cedevo nemmeno / alle sue rare / timide istanze…» (28); «E mi immagino mio padre, da qualche parte, leggere queste pagine e commuoversi, come spesso faceva, quando leggeva – mio primo lettore – i miei scritti» (33).
La struttura del libro riflette fedelmente, deliberatamente, e quasi con scrupolo filologico, i due tempi maggiori della sua genesi: quello dei primi appunti e delle prime «paginette», lette ai due protagonisti, e quello della loro continuazione ed integrazione – una quindicina di anni dopo – con i ricordi solo memorizzati, che insieme hanno dato origine all’attuale volume. Le «paginette» del primo tempo, contenute nel capitolo che ha lo stesso titolo del volume. ed è diviso in due parti, L’otto settembre e Il campo di concentramento, oltre a un grande valore di documento storico, su cui torneremo piú avanti, hanno anche un valore aggiunto di carattere umano e affettivo. Le leggiamo sapendo che, prima di noi, le hanno ascoltate Michele e Zi’ Nicandro, entrambi commossi e fieri che un “loro” figlio, un ragazzo di Ceppagna avesse dato una voce elegante e fedele alle loro vicissitudini e sofferenze, che, in tal modo, non sarebbero andate perdute e avrebbero costituito un monito a favore della pace per le generazioni future. Tra questo capitolo e gli altri – gli ultimi quattro – in cui si raccontano episodi della prigionia in Germania, vengono intercalati capitoli dedicati alcuni alla rievocazione della vita di una volta a Ceppagna, alla pittoresca figura di Zi’ Nicandro e alla morte del padre avvenuta proprio il giorno di San Michele; altri alla guerra a Cassino e paesi vicini, con una particolare attenzione alla distruzione di San Pietro Infine, «punto strategicamente obbligato e irrinunciabile per poter avanzare verso Cassino», a Venafro bombardata per errore il 15 marzo 1944 e alla strage del Pozzo Nuovo a Ceppagna, in cui il 12 dicembre 1943 rimasero vittime di una cannonata tedesca 11 civili, tra i quali bambini e ragazzi dai cinque ai dodici anni.
Il libro è come uno spartito musicale, con due voci principali: quella dell’autore che racconta in terza persona (a carattere tondo) e quella che egli presta al padre prigioniero che, in prima persona plurale – ad indicare un destino condiviso con Nicandro e gli altri connazionali – condensa in alcuni episodi particolarmente significativi il lungo calvario del campo di concentramento e la piccola odissea del ritorno in Italia. Questi racconti messi in bocca al padre – con Zi’ Nicandro che fa da controcanto – hanno nel libro carattere corsivo.
L’otto settembre sorprende il reggimento dei due molisani nell’isola di Zante: «Nell’isola di Zante eravamo in seimila ed erano con noi duecento Tedeschi» (20). Michele ci racconta i fatti senza alcuna acredine e animosità, ma con la serenità e l’equilibrio che gli conosciamo (e questa osservazione vale anche per gli altri eventi). Dalle sue parole appaiono nettamente due differenze: la prima tra lo sbando degli Italiani, abbandonati a se stessi e la perfetta organizzazione dei Tedeschi; la seconda, tra l’irresponsabile comportamento dei vertici militari, che si danno alla fuga, e la grande dignità, l’umana saggezza di tutti gli altri membri dell’esercito: «Il generale comandante della divisione si era dileguato e noi eravamo tagliati fuori da ogni collegamento con l’Italia e da ogni rifornimento sia di viveri che di mezzi […]. Sbarcarono altri quattrocento Tedeschi, si aggiunsero ai duecento che già erano sull’isola e, benché fossero solo seicento e noi seimila, ci accerchiarono. S’impossessarono di tutti i centralini telefonici, ci puntarono addosso le loro mitragliatrici e i loro cannoni e ci intimarono la resa. […] Noi eravamo sí in numero molto superiore, ma, tagliati ormai fuori da mesi da ogni collegamento con l’Italia, eravamo senza rifornimenti, equipaggiati male, con poche armi, con pochissime munizioni e senza alcuna direttiva dall’alto, mentre i Tedeschi erano ben armati, ben riforniti e ben organizzati» (20-21). A questo punto, Michele, con molta semplicità, ci informa di qualcosa di molto importante, anzi di assolutamente inedito, che mai avevamo letto prima, nei pur numerosi racconti o cronache su quel tema: un anziano ufficiale propone un referendum sul da farsi. È un totale rovesciamento del modo di comportarsi e di prendere le decisioni: dall’arbitrio piú o meno irresponsabile a una decisione partecipata, quasi il nascere nella vita militare di un embrione di ciò che sarebbe stata la democrazia nella vita civile: «Il nostro colonnello piú anziano, che aveva assunto il comando dopo che il generale era sparito, ci tenne un breve onesto discorso. “Oggi siamo tutti uguali: – disse – ufficiali, sottufficiali, truppa”. Poiché non se la sentiva, nelle condizioni in cui ci trovavamo, di prendere lui una decisione, propose un referendum fra tutti i militari, ufficiali, sottufficiali e truppa. Cosí, uno alla volta sfilammo in fureria, in una sorta di improvvisato seggio elettorale, davanti a un sottufficiale che su un quaderno registrava man mano i nostri “sí” (consegnare le armi) e i nostri “no” (combattere). Alla fine fu fatto il conteggio dei “sí” e dei “no” e, con uno scarto modesto, risultarono vincenti i “sí”. Ci arrendemmo. […] Anche a Corfú e a Cefalonia era accaduto qualcosa di analogo. Anche lí avevano fatto un referendum, ma avevano vinto i “no” e ci fu battaglia all’ultima munizione. Per tre giorni si combatté e gli Italiani riuscirono addirittura ad affondare tre navi. Ma poi, ai Tedeschi giunsero i rinforzi e i nostri furono sopraffatti. Seguirono tre giorni di caccia all’uomo su tutta l’isola, nel corso della quale i soldati tedeschi ebbero “carta bianca”. Qualcosa come seimila uomini furono sterminati» (22).Consegnate le armi, la divisione di Michele, ad Atene, dove giunge navigando tra mille pericoli, viene caricata su una tradotta e, dopo un viaggio faticoso ed estenuante di una quindicina di giorni, giunge nel campo di concentramento tedesco il 3 ottobre, proprio il giorno della patrona di Ceppagna, la Madonna del Rosario: «Nicandro, il mio compagno e compaesano con cui avevo condiviso finora tutte le fasi della guerra e con cui avrei condiviso la prigionia, all’arrivo al campo si lasciò sfuggire un’esclamazione: “Ma che bella festa, quest’anno!”» (24).
Poi, con un procedimento narrativo di tipo rapsodico, si interrompe il racconto della prigionia e, con la morte di Michele, inizia un cammino a ritroso verso episodi lontani nel tempo e soprattutto su cosa accadde a Ceppagna durante i nove mesi della guerra a Cassino. Michele muore il 29 settembre 1997, proprio il giorno del suo onomastico. Lo trovano morto, dopo averlo atteso e cercato invano per molte ore, in un suo uliveto, a due chilometri da casa. Tutto il paese partecipa alle ricerche «in uno slancio di solidarietà e con spirito di abnegazione, in un abbraccio affettuoso, per un uomo che si faceva voler bene da tutti» (30). Michele è scivolato e caduto in un fossato, dove era difficile vederlo, dopo aver tagliato un fascio di vimini con cui avrebbe voluto realizzare – a 85 anni – un paniere o un cestino; il vecchio cuore malato non aveva retto. Dopo la prova corale di solidarietà e di affetto dell’intero paese, ce n’è una individuale, non meno commovente, di un anziano contadino: «I vimini che mio padre aveva colto li prese, a nostra insaputa, Antonio, un anziano compaesano, e dopo qualche giorno ci portò due panieri realizzati con quei vimini. Era un omaggio che volle fare a mio padre.» (Anche, a testimonianza, pensiamo noi, che quella antichissima arte manuale dell’intrecciare non poteva morire.) Cosí chiude il capitolo, toccando una delle punte di piú intensa emozione del volume.
Quasi dall’altro capo di quel che abbiamo chiamato un cammino a ritroso, ci imbattiamo in un episodio di un umorismo assai gustoso. Dopo aver appreso che Zi’ Nicandro deve il suo nome cosí poco diffuso ad uno dei patroni di Venafro, mentre il suo cognome – Matteo – sembra un nome, per altro assai frequente, assistiamo ad un esilarante dialogo tra lui e il militare addetto alla immatricolazione:
«Cognome e nome?»
«Matteo Nicandro».
«Prima il cognome e poi il nome».
«Matteo Nicandro».
«Ho detto prima il cognome».
«Appunto: Matteo Nicandro».
«Ma il cognome è Nicandro».
«No, è Matteo».
«È Nicandro».
«Ma vuoi saperlo piú tu che io?»
Ditemi voi se queste battute non sono degne di Peppino o di Eduardo.
L’umorismo è costitutivo della psicologia di Amerigo e, di conseguenza, della sua scrittura creativa. E questo libro di guerra e di prigionia si colloca anche sotto quella cifra («Il mio scritto non vuole essere un testo drammatico e piagnucoloso, ma piuttosto ordinare e riportare episodi e aneddoti – talvolta, nel dramma, anche divertenti – che avevano accompagnato i lunghi mesi della prigionia di mio padre nel campo di concentramento tedesco»: sono dichiarazioni dello stesso autore (p. 26). Se riflettiamo, poi, che il Molise ha fatto parte per molti secoli del Regno di Napoli, ci rendiamo conto come lo spirito di quella città, con la sua grande inventiva, la sua levitas, il suo brio, il suo senso del comico, abbia potuto permeare di sé tante pagine di Amerigo (come di altri scrittori del Molise e di tutta l’ex Terra di Lavoro).
Sempre Zi’ Nicandro è protagonista di un capitolo (“La minestra”) sulla prigionia, inserito come una parentesi venafrana nel gruppo. La fame è, ovviamente, la grande protagonista nel campo di concentramento tedesco e fa brutti scherzi, arrivando a sostituire le parole nelle orecchie dei prigionieri, come un’allucinazione auditiva o un miraggio. Una volta una Esse Esse, insolitamente gentile, saluta con un “Buon ciorno” e Nicandro, vittima del suo pensiero dominante, prende fischio per fiasco, scatta e domanda: «La minestra?» Un secondo episodio è non meno indicativo e sapore amaramente comico. Nicandro mangia solo una metà della pur ridottissima razione di pane, l’altra la vuole conservare per l’indomani. Ma poi ci ripensa: «Sai che c’è – Disse – Me la voglio mangiare. Dovesse capitare un bombardamento stanotte, si direbbe che ci è avanzato anche il pane» (39). Anche in situazioni drammatiche è sempre meglio evitare equivoci e rendere testimonianze veritiere. Zi’ Nicandro non si smentisce e conferma di essere uno dei personaggi da teatro (latamente) napoletano, che popolano l’opera narrativa dello scrittore molisano.
Nel capitolo dedicato al bombardamento di Venafro e all’orrenda strage del Pozzo Nuovo, cui abbiamo già accennato, l’autore rende un breve ma intenso omaggio a sua madre. e, con lei, a tutte le donne che da sole dovettero provvedere al sostentamento e alla protezione dei figli nei terribili mesi della guerra: «Per mia madre non furono mesi facili. Portava in braccio due bambini: Emilio, di pochi mesi (era nato nel marzo del 1943) e Filomena di poco piú di due anni, mentre a fianco le camminava attaccato alla gonna, il figlio piú grande, Filippo, di cinque anni. Il pericolo era sempre in agguato e non sempre si trovava da mangiare.
«Furono mesi di ignoto e umile eroismo, prima fra i soldati tedeschi e le loro armi, poi sotto le bombe degli alleati. Gli eroi non sono solo quelli che combattono al fronte, ma anche – forse di piú – quelli che combattono ogni giorno per la propria sopravvivenza e soprattutto per la protezione e la sopravvivenza dei figli.» (44).
I capitoli intitolati “Kartoffeln” e “La bistecca” sono ispirati alla grande fame, cui erano condannati i prigionieri italiani, benché prestassero la loro opera nei campi di lavoro. Anche qui gli aspetti tragici e quelli grotteschi si intrecciano inestricabilmente. Si potrebbe dire che Iannacone non smentisce la sua cifra consueta; ma poiché egli riferisce episodi realmente accaduti, si dice piú esattamente che è quella realtà, pur dura e tragica, a presentare risvolti comici e grotteschi, e lo stile dell’autore è il piú adatto a rappresentarla.
Oltre il reticolato del campo di concentramento, che era proibito varcare pena la morte, i contadini conservavano le patate all’aperto fino alla primavera, in grandi cumuli coperti da uno strato di terra, che l’inverno gelava. Per quei poveri affamati era una tentazione troppo forte a portata di mano, e cosí: «Sotto il reticolato del campo avevamo scavato una buca e di notte, coperti dall’oscurità, alcuni di noi a turno s’infilavano nella buca scavata, arrivavano fino ai mucchi di patate e rubavano i preziosi tuberi attraverso buche praticate alla base del manto di terra ghiacciata. A raccontarlo sembra facile, ma ovviamente l’operazione era molto difficoltosa, oltre che rischiosa: qualora ci avessero scoperti, i soldati ci avrebbero sparato senza pensarci su due volte. Ma la fame era piú forte della paura» (47-48). Chi non aveva il coraggio di rischiare, supplicava i compagni di dargli le bucce; «E noi che normalmente avremmo mangiato le patate con tutta la buccia, – continua Michele – le sbucciavamo e li accontentavamo». Cosí, solo indirettamente, a confermare della sua modestia, apprendiamo che egli era tra i coraggiosi: un’altra qualità finora taciuta. Con le incursioni notturne, le patate scomparvero tutte, ma solo col disgelo primaverile i coni di terra si sciolsero, rivelando ai proprietari infuriati la verità. Mentre i ladri di patate si attendevano la decimazione dal comando militare, ecco lo scioglimento inatteso e felice del dramma: «Ma sorprendentemente l’ufficiale tedesco non volle dare seguito alla cosa. Disse che se era vero che gli italiani avevano mangiato le patate, era anche vero che avevano lavorato duramente durante tutto l’inverno senza lamentarsi nei campi di lavoro» (49). La vita di centinaia di uomini, non possiamo fare a meno di riflettere da ultimo, dipendeva dall’umore e dal buon senso di una sola persona!
“La bistecca” ha un contenuto decisamente piú macabro e sinistro. Di notte, un treno merci carico di mucche viene bombardato e distrutto vicino al campo di concentramento. La voce di mucche uccise dalle bombe e buone per essere mangiate si diffonde tra i nostri connazionali che intravedono un’altra insperata possibilità di scongiurare la morte per fame. «Coperti dal fitto buio della notte ci avventurammo fra le lamiere del treno e a tentoni nel buio impenetrabile, sfidando ulteriori bombardamenti e rischiando soprattutto di essere colti sul fatto da soldati tedeschi, ognuno di noi cercò di tagliare qualche pezzo di carne delle mucche rimaste vittime del bombardamento. […]
«Al mattino successivo, giunsero le squadre di soccorso. Sotto il bombardamento erano morti anche i militari tedeschi che manovravano il treno.
«Le divise dei soldati erano lacerate e a uno di loro mancava un pezzo di carne che sembrava proprio ritagliato come le bistecche che erano state ritagliate alle mucche morte. Non era da escludere che qualcuno si fosse mangiato una bistecca umana.
«E la fame era stata ed era tanta, l’odio verso i Tedeschi era tanto e tale che qualcuno ebbe anche il cinico coraggio di dire che se davvero era successo e nel caso quel pezzo di carne fosse stato quello che lui aveva mangiato, non gli dispiaceva affatto.» (50-51). La bistecca, il pezzo di carne umana al soldato tedesco, mangiato per errore dall’ex alleato italiano, cannibale involontario ma reale, diventa il simbolo terrificante di un estremo sacrificio: quello di una Germania che espia sul proprio corpo, fattosi vera carne in quel povero soldato, le sue colpe immani: infernale contrappasso che, ancora una volta, la realtà inventa, superando ogni fantasia di vigore anche dantesco. Ad accrescere la forza “esemplare” di quell’umano sacrificio, e a rappresentare icasticamente e indelebilmente gli stravolgimenti disumani che la guerra provoca, c’è la mancanza di pietà, il cinismo di quel “qualcuno” tra i prigionieri italiani.
Il libretto di Amerigo Iannacone, verso la fine, diventa lo scenario di queste sinistre inversioni di una realtà mai cosí tragica, qual’è quella della Germania a pochi giorni dalla furia della guerra e della resa incondizionata. Merito dell’autore non piccolo è di avercele saputo rappresentare, conservandone l’efficacia senza alzare il tono consueto della sua voce, e senza rendere piú concitato il ritmo calmo del suo narrare. A questo tipo di ritmo, che crea spazi tra le parole, si deve se l’uso ripetuto di uno stesso termine a distanza ravvicinata (piuttosto frequente nel volume) non stride piú di tanto. Iannacone rimane anche fedele all’equilibrio, al tono giusto del racconto non enfatizzato di papà Michele, altra preziosa eredità trasmessa dal padre al figlio. Ai suoi lontani racconti serali e ai modi di quel narrare parecchio deve il nostro scrittore.
La resa incondizionata della Germania avviene l’8 maggio 1945. L’incubo ha finalmente fine: «Con l’arrivo degli Alleati fummo liberati. Ora eravamo sí liberi, ma come tornare a casa? Non c’erano mezzi. Era tutto distrutto. Non stavamo nella pelle per l’ansia di partire. Riuscimmo a procurarci due biciclette e partimmo con quelle.» (52). I due compagni insuperabili ce l’hanno fatta, e certamente anche per il coraggio che si sono dati reciprocamente. Questo libretto è anche il trionfo dell’amicizia, la storia di una coppia di amici, Michele e Nicandro, non meno bella di quelle celebri tramandateci dalle letterature dei secoli passati.
I due si intendono perfettamente, anche se, o proprio perché, i loro caratteri non sono identici: posato, sensibile, delicato Michele; imprevedibile, estroso, sempre la battuta pronta e allegra, per alleggerire anche le situazioni piú drammatiche, o scomode, Nicandro. L’ultima è di quando, liberi, ospiti per una notte del borgomastro di un paesino tedesco, mangiano tutto il sugo di pomodoro, inzuppandovi il pane, convinti che fosse il solo pasto servito, e poi quando, dopo parecchio tempo, arriva anche la pasta, ovviamente scotta, per la fame mangiano pure quella: «“vuol dire che si mischierà ella pancia” disse Nicandro.» (54). Poche righe piú sopra, c’era stata un’osservazione, anch’essa rivelatrice del carattere i Michele, portato a vedere gentilezza (e bontà) in qualunque persona, che stabilisce buoni rapporti con tutti, che dà al figlio il nome di un tenente che si chiamava Amerigo, «davvero bravo e molto affezionato». Ebbene, il borgomastro tedesco che li accoglie in casa lo fa «non solo – ci sembrò – per rispetto dell’autorità militare americana, ma anche per innata gentilezza» [il corsivo è nostro]. Cosí Michele, assimilandolo a se stesso, vuole immaginare che sia il borgomastro di un Paese, in cui pure ha sofferto molto e rischiato piú volte la vita.
«Chissà quanti furono i mezzi che cambiammo. La bicicletta, qualche raro camion, carri bestiame, treni merci, carretti agricoli e tanti chilometri a piedi. Attraversare l’Italia da nord a sud era davvero un’impresa.» Pure, dopo due mesi di peripezie, arrivano a Venafro, ed è proprio il 16 luglio, giorno della Madonna del Carmine, la ricorrenza religiosa piú sentita, insieme a quella di San Nicandro. L’intera città è in festa e le campane della cattedrale suonano a distesa, quasi per annunciare a tutti l’atteso ritorno dei due reduci. E la banda musicale non è da meno. Suonando merce allegre, sembra proprio che lo faccia solo per loro due. Con quell’abbraccio festoso si sigilla un’identità ritrovata, un definitivo riconoscimento e ricongiungimento, tra i due amici e la terra che ha dato loro i natali.
Il volume si giova di una prefazione molto originale e illuminante di Carmelo R. Viola.

Gallinaro, 21 gennaio 2008

Gerardo Vacana

Amerigo Iannacone, Dall’otto settembre al sedici luglio, Ed. Eva, Collana “I Colibrí”, Venafro 2007, pp. 68, € 7,50. Il libro può essere chiesto a: Edizioni Eva, Via Annunziata Lunga 29, 86079 Venafro (IS), tel. 0865.90.99.50, edizionieva@libero.it.

Patrick Sammut

31 04amFri, 04 Apr 2008 09:35:22 +0000942008 2008

Il poeta maltese Patrick Sammut, che vive a Mosta, tiene un interessante blog dedicato eminentemente alla poesia. In tale blog ha ospitato anche alcune mie poesie tratte dal volume Oboe d’amore, precedute da una nota biografica in inglese.
Per chi voglia visitare il blog, l’indirizzo è: http://www.patrickjsammut.blogspot.com.