In distribuzione il “Foglio” di novembre


È uscito “Il Foglio volante – La Flugufolio”, di novembre. In questo numero testi di Fulvio Castellani, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Antonio De Angelis, Sally De Vall, Davide Di Poce, Konstanty Ildefons Gałczyński, Amerigo Iannacone, Ivan Pozzoni, Nicola Rampin, Irene Vallone, Carmelo R. Viola.
Chi desideri ricevere copia saggio,come al solito la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui di seguito il pezzo di apertura, un’intervista di Fulvio Castellani alla poetessa Fryda Rota e un mio breve testo, dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.

L’intervista
Fryda Rota: «Penso che la poesia abbia perso la sua pelle»

Se, come ha scritto Francesco Lioce, «la poesia è una storia di esperienze biologiche e contingenti, una storia individua le che rifugge l’astrattezza», è altrettanto vero che la poesia sta, in un modo o nell’altro, riacquistando uno spazio non indifferente in seno alla letteratura contemporanea pur non dimenticando che, purtroppo, chi scrive poesia assai spesso si scorda di leggere i versi altrui.
Fryda Rota, in questo contesto, è una presenza assai importante, in quanto alla poesia va dedicando, con furore creativo e con uno studio attento di ogni e qualsiasi espressione, la parte migliore di sé: e questo a partire dall’ormai lontano 1971, anno in cui ha dato alle stampe la sua prima silloge con l’editrice Italscambi di Torino (“Il pendolo dei giorni”). Da allora la sua poesia, innovatrice e articolata sul filo di un lirismo improntato all’essenzialità e alla musicalità della parola, non ha conosciuto momenti di pausa. Basti ricordare, infatti, che a tutt’oggi ha licenziato alle stampe oltre tenta raccolte di poesie. Un percorso, il suo, che ha avuto non pochi riscontri positivi sia a livello di critica che di riconoscimenti ufficiali. Ed è stato un piacere, dopo diversi anni (avevamo avuto l’opportunità di scrivere della sua poesia nel 1976 a proposito del libro “Di fronte al tempo” sulla rivista “Quinta Generazione” di Forlí) riannodare con lei un discorso che ha come motivo di fondo la poesia e la cultura. Un discorso che avverte il fascino delle immagini e che ora si concretizza con un gioco di domande e risposte in un intrecciarsi di ricordi, di accelerazioni emotive, di riscontri e di attese.
D.: Cosí, tanto per entrare subito in argomento: com’è cambiata la visione della società in cui viviamo e il mondo della poesia dal suo esordio ad oggi?
R.: La mia sensazione è che la poesia abbia, in tempi recenti, perso la sua pelle. La poesia ha un linguaggio suo, una sua musica, una sua evocazione: oggi “va” una sorta di prosa con degli a-capo che non ha, appunto, un linguaggio, un ritmo, né capacità evocativa. È calata nel quotidiano, ma in forma descrittiva piú che interpretativa. In precedenza abbiamo avuto, in parallelo, la lotta e la denuncia, l’interiorizzazione di quanto il quotidiano proponeva: erano due binari che, in ogni caso, si avvalevano di quei ritmi e di quelle evocazioni cui accennavo poc’anzi. La poesia aveva, dunque, una sua evidenza formale che mi pare stia, a mio avviso per moda, perdendo.
D.: Perché da sempre crede nella poesia, nella bellezza armoniosa delle parole, nell’incontrare con la poesia il suo Io e gli altri?
R.: Ho cominciato a scrivere in poesia a sette anni, e non c’era una ragione. Semplicemente faceva parte di me, era il “mio” linguaggio. L’origine? Forse il fatto che quando ero piccolissima (ho imparato a leggere a quattro anni) mia nonna mi rileggeva piú volte, nell’arco di una settimana, un libro in rima: erano libri per i piccoli con illustrazioni a fronte di una pagina rimata che proponeva una storia, e a fine settimana io sapevo il libro a memoria. Forse per questo sono cresciuta insieme alla poesia.
D.: C’è stato un momento in cui ha pensato di dire basta e di dedicarsi ad altro?
R.: Come ho detto, la poesia fa parte davvero di me. Mi posso esprimere anche in prosa, ma nei momenti piú bui è inevitabile che mi esprima in poesia, spesso in maniera inconscia. A distanza di tempo non so perché ho scritto una certa cosa: e mi chiedo se l’abbia scritta proprio io. Cosí non c’è mai stato un momento in cui io abbia pensato a rinunciare alla poesia: l’ho fatto con altre attività artistiche (pittura, scultura) che però non facevano davvero parte di me.
D.: Cos’ha significato la perdita dei genitori, ai quali ha dedicato un caldo omaggio con la silloge “La porta chiusa”, e di un amico come Teresio Zaninetti?
R.: I miei sono mancati all’improvviso: in un certo senso anche per Teresio è stato cosí. Lo strappo imprevisto è il piú doloroso perché non c’è il tempo di prepararsi…, posto che si riesca a prepararsi mai all’allontanarsi di qualcuno cui si vuole bene. Ma io ho quello che considero un dono, un privilegio: le persone cui ho voluto bene non si allontanano davvero e ne avverto sempre un’intensa presenza. È avvenuto cosí anche per la mia amatissima nonna, con cui ho condiviso un lungo tratto di vita: io ne avverto la presenza ancora adesso a distanza di quasi vent’anni. Penso che quando il rapporto d’amore e di affetto è stato intenso, davvero nulla, nemmeno la morte, lo possa interrompere. Fantasia? Chi lo crede, semplicemente non ha un dono analogo.
D.: Lei ha viaggiato parecchio ed ha incontrato realtà diverse, situazioni assai spesso drammatiche, inattese. Quale è stato l’impatto piú doloroso che ha avuto modo di conoscere e di cui poi ha scritto e rivisitato con versi ed immagini forti, sostanziali?
R.: Amo molto viaggiare: penso sia la cosa piú bella. Dei luoghi visti, quello che mi ha procurato davvero dolore è stata l’India, che non vorrò mai piú rivedere. Ne ho tratto un libro in cui ho detto ciò che “io” ho sentito: la brutalità, la violenza, che non sono solo miseria. Ho visto altri luoghi assai poveri: in Senegal, ad esempio, sono grandi il rispetto per l’anziano e per le persone con problemi fisici; in Nepal c’è anche grande miseria, ma pure un sorriso. È superiore alle mie forze percorrere un tratto di strada seguita da piú persone senza le gambe e che si trascinano sulle mani lasciando rivoli di sangue…, e non puoi aiutare nessuno perché si scatena una violenza scambievole, immediata. Per abitudine porto giocattoli per i bambini: in India non mi è stato possibile darli, e li ho affidati ad una signora che proseguiva il suo viaggio per il Nepal…
D.: Nel libro “Il tempo di mezzo” lei ha avuto un occhio di particolare riguardo per il mondo cavalleresco, per quell’epoca (usando le parole di Liana De Luca estrapolate dalla prefazione) «in cui l’onore e l’amore erano i sentimenti fondamentali, fonte inesauribile di avventure». Ma cos’è che l’ha coinvolta maggiormente di quel periodo storico?
R.: Nel “Tempo di mezzo” ho trattato il periodo medioevale, ma perché l’ho scritto non lo so. È nato da solo. Ci sono momenti in cui io scrivo di un determinato argomento ma non per obbedire ad un progetto razionale: è una sorta di gemmazione spontanea. Questo non vale per ogni testo: “Piú che madre” è stato scritto per mia nonna, come “La porta chiusa” per i miei che erano mancati. Altri libri, come “Donne di Pasqua” con la presenza femminile nella Passione di Cristo, o “Adversarii” su San Francesco, o “Andar per mare” sulla vita del mare, sono nati da soli: la mano è la mia, la rifinitura è la mia…, il nucleo non so. So però quanto ciò sia poco meritorio: si dovrebbe avere un progetto, diamine!
D.: Poesia e teatro hanno ora una valenza univoca in lei… Ci può dire qualcosa al riguardo?
R.: Ho cominciato a fare teatro con un intento preciso; accostare la gente alla poesia. I miei testi perciò sono poetici (magari contamino prosa e poesia, ma la parte poetica è indispensabile), ma presentati in maniera teatrale, con ricchi costumi, musica, danza. Mi permetto di dire che chi non si interesserebbe alla poesia di per sé, può però essere attratto dalla scenografia, dalla musica, dalla danza… Si avvicina insomma alla poesia chi proprio non penserebbe di accostarsi mai a un libro di questo genere.
D.: Nonostante tutto, e dopo aver cavalcato la storia, il presente, i dubbi, le delusioni, le assenze, i distacchi forzati…, lei ci suggerisce che “l’amore è piú intenso che il dolore”. Perché?
R.: “L’amore è piú intenso che il dolore” perché, come ho detto anche prima, per me riesce ad annullare anche la morte. Non c’è morte dove c’è amore grande che non abbia nulla da rimproverarsi. Perché, secondo me, il pianto nel lutto ha molte volte il senso del rimpianto per il non-dato, il non-detto: ma quando molto è stato dato, e detto, e trasmesso con la pelle (l’amore si sente!) non ci possono essere vuoto e dolore.

Fulvio Castellani


Mamma mia!

Diceva la grammatica che l’aggettivo possessivo, davanti a nome di parentela, non vuole l’articolo. Per cui diremo “mio padre”, “tuo fratello”, “suo nipote”, e cosí via (e non “il mio padre”, “il tuo fratello”. “il suo nipote”, ecc.).
Ma attenzione: ci sono alcune eccezioni. 1 – La regola non vale per “loro”, per cui si dirà “la loro figlia”, “il loro zio”, ecc. 2 – Non vale per i nomi alterati. Di conseguenza dovremo dire “il mio fratellino”, “il tuo zietto”, “il vostro cognatone”, e non “mio fratellino”, ecc.
Ebbene: “papà” e “mamma” sono diminutivi/vezzeggiativi di “padre” e “madre”, per cui diremo “mamma mia”, ma dovremo dire “la mia mamma”, “il tuo papà” e non come sempre piú spesso si sente dire in televisione “mia mamma” o “tuo papà”.
E purtroppo oggi la grammatica non la fanno tanto gli scrittori, i poeti, i grammatici, quanto alcuni ciarlatani televisivi, che a volte fanno sorgere il dubbio che siano mai andati a scuola. E la grammatica diventa sempre piú sgrammaticata.

Amerigo Iannacone

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