Archive for dicembre 2008

“Il Foglio” entra nel XXIV anno

31 12pmWed, 31 Dec 2008 19:19:12 +00003652009 2008

    

Entra nel suo XXIV anno di vita il nostro “Foglio volante”, il cui primo numero usciva nel gennaio 1986. Nel numero di gennaio 2009, appena uscito, compaiono testi di Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Giancarlo Campioli, Fulvio Castellani, Aldo Cervo, Giovanni Cianchetti, Mariano Coreno, Malgorzata Hillar, Amerigo Iannacone, Tiberio La Rocca, Pablo Neruda, Pietro Pancano, Fryda Rota, Patrick Sammut, Pietro Trapassi, Irene Vallone.

     Chi desideri ricevere copia saggio, come al solito, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.

     Riporto qui di seguito il pezzo di apertura, un’intervista di Fulvio Castellani alla poetessa Renata Montanari e un mio breve testo, dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.

 

 

Intervista a Renata Montanari

«Scrivere è manifestare la propria creatività ed originalità»

 

    Renata Montanari de Simone, in una sua poesia, dice chiaramente che bisogna “fidarsi di sé”, “ritrarsi dal nulla” e, di conseguenza, “ricordarsi di vivere”. E lei, a quanto ci risulta, lo sta facendo, e in maniera esemplare, collaborando con varie associazioni culturali e mettendo nero su bianco i momenti alti della sua creatività, del suo dedicarsi all’insegnamento, alla poesia, alla narrativa, alla saggistica…

    Nel suo carnet figurano, pertanto, non poche e significative pubblicazioni: un lungo canto di riflessioni, di auscultazioni, di osservazioni, di speranza e senza rincorrere necessaria mente le ombre, le immagini mute, quelle “torbide evanescenze” che ai piú inquinano i pensieri, lo srotolarsi dei giorni, i ricordi…

    C’è nella sua scrittura un arcobaleno di pulizia espressiva, di profondità, di ricerca diuturna in direzione di verità e di piccole-grandi certezze; una specie di dialogo costante con sé stessa e con l’altro, cosí, come lei stessa ammette: «spesso mi ritrovo a meditare / su quella che non sono / e che potevo diventare». Da tale gioco interiore, ecco quindi che prendono corpo e consistenza i suoi voli lirici, le sue istantanee in versi che risultano essere altrettante verticalizzazioni nel segno di una luce vivida, sempre puntuale nel veicolare debolezze e scoperte.

    Se oggi, come Renata Montanari de Simone ha avuto modo di evidenziare in un suo breve saggio, in un’era tecnologica com’è la nostre in cui a trionfare è il materialismo, «per molti la poesia risulta un inutile sfoggio di cultura o un modo per esprimere i propri sentimenti adatto agli adolescenti in amore o a chi ha tempo da perdere», per lei ciò non è assolutamente vero. Anzi è l’esatto contrario, e lo ha dimostrato, e lo va rimarcando, con felicissime incursioni nelle opere altrui e nel marcare il suo percorso scritturale con pubblicazioni di sicuro interesse. Basterebbe ricordare, al riguardo, uno dei suoi ultimi riconoscimenti ricevuti, ossia il Premio Speciale della Giuria riservato alla saggistica della XXI edizione del Premio Letterario “Mercede Mundula” di Cagliari con l’elaborato “La donna tra ragione e sentimento: testimonianze letterarie”, di prossima pubblicazione. Ma vediamo come ha inteso farsi conoscere meglio dai lettori de “Il Foglio volante”.

   D.: Le sono risultati utili, ai fini della poesia e della narrativa, le traduzioni dal latino? E quale è l’autore latino che le è sembrato piú affine al suo modo di pensare e di affrontare la vita?

    R.: Le traduzioni dal latino mi sono servite soprattutto come esercizio di scrittura per l’indubbia utilità che esercitano sulla lucidità dell’organizzazione del pensiero e sulla padronanza linguistica, tuttavia è stato lo studio dei classici che ha maggiormente influenzato il mio stile e la mia espressività. In particolare amo autori come Catullo, per la sensibilità d’animo, Orazio, per l’ironia e il pragmatismo, Cicerone, per l’impegno politico.

   D.: Un giorno, lei ha scritto in una poesia, ha incontrato la vita e l’ha fermata chiedendole «un dono / uno solo / sottovoce». Cos’è esattamente che le ha chiesto e che la vita «forse non ha capito»?

    R.: Alla vita si chiede sempre la stessa cosa da secoli: la felicità, o meglio l’appagamento.

    D.: Claudia Montanari Giuliano, sua sorella per l’esattezza, nella presentazione alla sua silloge “Canti di un’estate”, ha affermato che «la poesia è anima, è riscoprire dentro di sé i segni di una ricchezza interiore che chiede solo di trovare le parole giuste per rendersi visibile». Ha detto bene?

    R.: Mia sorella Claudia ha inteso perfettamente quello che volevo esprimere, grazie anche all’affinità che rafforza il nostro legame.

    D.: È proprio vero, e perché, che «non piú combattuta tra sacro e profano» insegue «la pura

bellezza / che nasce dall’essere vera»?

    R.: I versi da lei citati si riferiscono alla libertà interiore che si conquista quando si abbattono i condizionamenti esterni esercitati nel corso della vita sui nostri comportamenti: è la conquista meravigliosa che si raggiunge con la maturità e che ci rende piú sicuri di noi, piú capaci di essere noi stessi (la pura bellezza / che nasce dall’essere vera).

    D.: Quale è stato il momento piú difficile del suo essere donna e scrittrice?

    R.: I momenti piú difficili del mio essere donna li ho vissuti durante l’adolescenza nel rapporto con i coetanei ed in seguito, quando ho capito che, nonostante le belle parole sui concetti di emancipazione femminile e di pari opportunità, i pregiudizi sulle donne persistono. Come scrittrice ho voluto affermare con vigore che la letteratura non è né rosa né azzurra: è letteratura e basta, indipendentemente dal sesso di chi scrive, e come tale va giudicata per le sue qualità o i suoi difetti.

    D.: Nei suoi racconti al femminile (“Due storie sospese nel vuoto”, Ed. Guida, 2001) le protagoniste incontrano angoscia, delusioni, insoddisfazioni, amori impossibili, debolezze, contrasti… È ancora difficile, e tanto, per le donne trovare sé stesse e una dimensione che ne esalti la bellezza interiore e le peculiarità?

    R.: Non è difficile per le donne trovare la loro peculiarità. Nei miei racconti ho voluto mettere in evidenza il fatto che sono gli uomini a non capire e a non riconoscere la bellezza interiore delle donne, preferiscono liquidarle imprigionandole in un ruolo unico e solo, quello domestico. «Non piace la donna che pensa», dico in una mia poesia. Si preferisce tuttora, infatti, tra uomo e donna, il rapporto di subordinazione a quello meraviglioso e certamente piú autentico che nasce dalla scoperta dell’altro su un piano di assoluta parità, perché la parità è libertà dagli schemi e dai preconcetti, è l’unico modo per creare un dialogo vero, proprio come accade nel caso dell’amicizia; un amico, infatti, non lo consideriamo mai né superiore né inferiore.

    D.: Lei si occupa anche di scrittura creativa per conto del Centro di Promozione Culturale “F. de Simone” di Caiazzo. Come spiega il grande interesse che i corsi di scrittura creativa vanno incontrando tra i giovani, e non solo?

    R.: Penso che i giovani siano attratti dalla scrittura creativa perché vogliono andare alla ricerca di sé stessi ed imparare ad esprimere e a trasmettere la loro ricchezza interiore. In una società che non sa ascoltare né scoprire la dimensione dell’interiorità, scrivere è un rifugio psicologico importante ed è un modo per manifestare la propria creatività ed originalità.

    D.: Quale è la libertà che maggiormente la spaventa, non soltanto a livello letterario?

    R.: La libertà mi spaventa quando diventa caos e disorientamento, quando non è una conquista che ci appartiene e sappiamo gestire, ma un gorgo che ci travolge e ci fa perdere la cognizione del bene e del male.

Fulvio Castellani

 

Il cuore in oro

 

    Le preposizioni semplici sono spesso alquanto capricciose. Per esempio se diciamo «torno da mia madre» quel “da” non indica affatto un moto “da” luogo, bensí un moto “a” luogo. Non possiamo farci nulla: l’abbiamo ereditato cosí.

    Certi usi impropri e sempre piú diffusi di alcune preposizioni si potremmo però evitare. Alcuni esempi. Si sente dire a volte «macchina a lavare», calco sul francese «machine à laver», anziché «lavatrice» o, al limite, «macchina per lavare».

    Altre volte capita di sentire «macchina da scrivere» e simili. Ma la preposizione “da”, posta davanti a un infinito, rende il verbo di forma passiva. «Una faccenda da sbrigare» significa «che deve essere sbrigata»; «gomma da masticare», significa «gomma che può essere masticata». Per cui non potremo dire, come spesso capita di sentire, «gomma da cancellare» perché sarebbe come dire «gomma che deve – o che può – essere cancellata», ma la forma giusta è: «gomma per cancellare». Non si dice «macchina da scrivere» (che significherebbe «macchina che deve essere scritta»), ma «macchina per scrivere», o, se si vuole aggirare l’ostacolo, «macchina dattilografica». Anche se oggi, per fortuna, il computer ha fatto sparire tutte le macchine per scrivere togliendoci dall’imbarazzo.

    Molto frequente, poi, l’uso – errato – della preposizione “da” per indicare il complemento di moto per luogo: «passo da Roma» anziché «passo per Roma». Ed è curioso come le forme erronee trovino subito tanti proseliti.

    Un altro scambio, frequentissimo e che sembra ormai irreversibile, è tra le preposizioni “di” e “in” per indicare il complemento di materia. Non si dice piú, per esempio, «medaglia d’oro», ma «medaglia in oro», non si dice piú «cancello di ferro», ma «cancello in ferro», non «recipiente di plastica» ma «recipiente in  plastica» e cosí via.

    Non ho ancora sentito dire frasi del tipo «ha un cuore in oro» o, «sfidarsi a braccio in ferro», ma, prima o poi, ci arriveremo.

Amerigo Iannacone

Il 21 si presenta il mio nuovo libro

31 12pmWed, 10 Dec 2008 21:08:56 +00003442008 2008

Sarà presentato domenica 21 dicembre 2008 alle ore 17,00, a Venafro, nella Sala conferenze del Museo di Santa Chiara il mio nuovo libro “Il Paese a rovescio”.
Ne parleranno i poeti Irene Vallone e Luciano D’Agostino.
Nella stessa serata sarà presentato anche, da Bianca Buondonno, il romanzo della venafrana Debora Vernieri Cotugno “Il letto in ferro battuto”, con letture di Mario Farina.
E ci saranno intermezzi musicali di Ilaria Greco.
Sarò grato a quanti vorranno intervenire.

Il “Foglio” di dicembre

31 12pmWed, 10 Dec 2008 17:58:09 +00003442008 2008

Nel “Foglio volante” di dicembre, ultimo numero del suo XXIII anno di vita, compaiono, oltre alle solite rubriche, testi di Daniele Barbieri, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Fulvio Castellani, Aldo Cervo, Ilaria Cervo, Giovanni Cianchetti, Mariano Coreno, Pasquale Corsaro, Carla D’Alessandro, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Teresinka Pereira, Adolf P. Shvadchikov, Silvana Poccioni.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi:
edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui di seguito un articoletto di Daniele Barbieri e un mio breve testo, dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.

Salviamo la Torre di Babele

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2008 anno delle lingue. Il 26 settembre è la «Giornata europea delle lingue»: celebra là diversità linguistica, il multilinguismo e l’apprendimento delle lingue durante tutta la vita. Se ne rallegrano gli esperantisti (www.esperanto.it) convinti che ciò aiuti «a una maggiore comprensione internazionale» ma si rammaricano che «l’Europa si avvii a una rapida scomparsa di tutte le lingue e di tutte le culture, anche di quella italiana, tanto per fare un esempio».Davvero servono molte lingue? In primo luogo i linguaggi nascono da storie e bisogni concreti: in Amazzonia hanno bisogno di molti vocaboli per indicare i 100 tipi di verde; invece in mezzo ai ghiacci se non sai le parole per definire bene diversi tipi di bianco… puoi lasciarci la pelle. Più poetico Bari Shorts che ricorda: «Ci sono 10 parole diverse in lingua maya per indicare il colore blu, solo 3 in spagnolo. Cosí esistono 7 tipi di farfalle blu che solo i maya vedono».
Un grande poeta siciliano, Ignazio Buttitta, ci ammoniva cosí (e volutamente non traduco): «Un populu /diventa poviru e servu / quànnu ci arrubanu a lingua/ addutata di patri: è persa pi sempri. // Diventa poviru e servu / quanno i paroli nun figghianu paroli/ e si mancianu tra d’iddi». Se chiedete agli studiosi la vera differenza tra lingua e dialetto probabilmente risponderanno: la prima ha dietro un esercito e l’altro no

Daniele Barbieri
(Da E Polis del 26.9.2008)

Nomi esportati e reimportati

I Francesi, che dicono siano sciovinisti, leggono tutto alla francese e fanno bene. Cognomi italianissimi come Belmondo, Casta o Platini vengono tranquillamente pronunciati Belmondó, Castà e Platiní. L’AIDS per loro è SIDA (leggi “sidà”), ma anche in italiano sarebbe logico dire SIDA, visto che si tratta dell’acronimo di Sindrome da ImmonoDeficienza Acquisita.
Ora io non dico che dovremmo essere anche noi sciovinisti al punto da leggere Cavour e Saint Vincent cosí come sono scritti o addirittura italianizzare quest’ultimo in San Vincenzo, come voleva il fascismo. Ma almeno, nel reimportare il nome – per esempio – di Carla Bruni, non chiamiamola Carlà Bruní.

Amerigo Iannacone