Il “Foglio” di dicembre

Nel “Foglio volante” di dicembre, ultimo numero del suo XXIII anno di vita, compaiono, oltre alle solite rubriche, testi di Daniele Barbieri, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Fulvio Castellani, Aldo Cervo, Ilaria Cervo, Giovanni Cianchetti, Mariano Coreno, Pasquale Corsaro, Carla D’Alessandro, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Teresinka Pereira, Adolf P. Shvadchikov, Silvana Poccioni.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi:
edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui di seguito un articoletto di Daniele Barbieri e un mio breve testo, dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.

Salviamo la Torre di Babele

Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2008 anno delle lingue. Il 26 settembre è la «Giornata europea delle lingue»: celebra là diversità linguistica, il multilinguismo e l’apprendimento delle lingue durante tutta la vita. Se ne rallegrano gli esperantisti (www.esperanto.it) convinti che ciò aiuti «a una maggiore comprensione internazionale» ma si rammaricano che «l’Europa si avvii a una rapida scomparsa di tutte le lingue e di tutte le culture, anche di quella italiana, tanto per fare un esempio».Davvero servono molte lingue? In primo luogo i linguaggi nascono da storie e bisogni concreti: in Amazzonia hanno bisogno di molti vocaboli per indicare i 100 tipi di verde; invece in mezzo ai ghiacci se non sai le parole per definire bene diversi tipi di bianco… puoi lasciarci la pelle. Più poetico Bari Shorts che ricorda: «Ci sono 10 parole diverse in lingua maya per indicare il colore blu, solo 3 in spagnolo. Cosí esistono 7 tipi di farfalle blu che solo i maya vedono».
Un grande poeta siciliano, Ignazio Buttitta, ci ammoniva cosí (e volutamente non traduco): «Un populu /diventa poviru e servu / quànnu ci arrubanu a lingua/ addutata di patri: è persa pi sempri. // Diventa poviru e servu / quanno i paroli nun figghianu paroli/ e si mancianu tra d’iddi». Se chiedete agli studiosi la vera differenza tra lingua e dialetto probabilmente risponderanno: la prima ha dietro un esercito e l’altro no

Daniele Barbieri
(Da E Polis del 26.9.2008)

Nomi esportati e reimportati

I Francesi, che dicono siano sciovinisti, leggono tutto alla francese e fanno bene. Cognomi italianissimi come Belmondo, Casta o Platini vengono tranquillamente pronunciati Belmondó, Castà e Platiní. L’AIDS per loro è SIDA (leggi “sidà”), ma anche in italiano sarebbe logico dire SIDA, visto che si tratta dell’acronimo di Sindrome da ImmonoDeficienza Acquisita.
Ora io non dico che dovremmo essere anche noi sciovinisti al punto da leggere Cavour e Saint Vincent cosí come sono scritti o addirittura italianizzare quest’ultimo in San Vincenzo, come voleva il fascismo. Ma almeno, nel reimportare il nome – per esempio – di Carla Bruni, non chiamiamola Carlà Bruní.

Amerigo Iannacone

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Una Risposta to “Il “Foglio” di dicembre”

  1. Jean Pierre Says:

    Vorrei aggiungere a quest’articolo che trovo interessante in quanto rispecchia totalmente il fatto di perdere sempre più il valore della nostra lingua, e quindi sono totalmente d’accordo su le parole come nel esempio (aids, sida), ma tutto sommato sono le iniziali di parole non usate comunemente, è più grave per il computer, monitor, mouse, …. In francia si chiamano ordinateur, ecran, sourie.
    Al contrario, mi trovo in disaccordo sui nomi, proprio perché Bolmondo se lo chiamiamo cosi non lo conosce nessuno il suo nome è Belmondò, il calciatore che conosciamo non è certo Platini. La prima donna francese, anzi scusatemi “la first lady” non si chiama Bruni.
    Infine ridiamoci sopra pensando che il loro gallo non fa chicchiricchi, ma cocorico o meglio nella nostra lingua (còcòricò).

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