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“Il Foglio volante” di marzo 2009

31 02amTue, 24 Feb 2009 08:05:17 +0000542009 2008

foglio-marzo-2009-22Nel “Foglio volante” di marzo, in fase di spedizione in questi giorni, compaiono testi di Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Ilaria Cervo, Mariano Coreno, Pasquale Corsaro, Rossana D’Angelo, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Tiberio La Rocca, Giovanni Marrasio, Roberto Morpurgo, Teresinka Pereira, Silvana Poccioni, Sara Rodolao, Julian Tuwim, Gerardo Vacana.
Come al solito, chi desideri ricevere copia saggio, ce la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui di seguito il mio articolo di apertura.


Il bel Paese dove l’okey suona

Ma l’Italia è ancora il «bel Paese là dove ’l sí suona»? Oggi Dante dovrebbe scrivere che l’Italia è «Il bel Paese dove l’okey suona».
Passivi, e talvolta conniventi, stiamo assistendo a una crescente corruzione, a un progressivo imbarbarimento, a un deleterio imbastardimento delle lingua. Col colpevole avallo – e spesso per iniziativa – di chi la lingua dovrebbe difendere, ovvero le istituzioni, da cui provengono esempi davvero poco edificanti. Che necessità c’era di introdurre welfare per “stato sociale”, premier per “presidente”, social housing per “case popolari”, election day per “giornata elettorale”, social card per “tessera sociale” e via inglesizzando?
Si tratta di una tendenza che denota una forma di provincialismo e di ossequio verso il potere, politico e soprattutto economico, da parte di chi, oltre tutto, dimostra di conoscere male sia l’italiano sia l’inglese, altrimenti saprebbe usare l’esatto corrispondente nella nostra lingua del termine straniero.
Pigramente accondiscendenti, i mezzi d’informazione fungono da amplificatori e da supporto – quando non sono essi stessi la fonte di orribili ibridi linguistici – a una sopraffazione linguistica subdolamente imposta e supinamente accettata.
Difendiamola, la nostra lingua. Difendiamola, finché c’è ancora qualche speranza. Non li stiamo a sentire quei sedicenti studiosi che continuano a sostenere che è sempre successo. Certo ci sono sempre stati nel passato scambi linguistici fra lingue diverse o appropriazioni di vocaboli che non generalmente non avevano un corrispondente e si è trattato quasi sempre di arricchimenti. Ma oggi – con l’ausilio anche dei potenti mezzi di comunicazione di cui disponiamo – vediamo la lingua italiana perdere terreno sotto i nostri occhi, giorno per giorno, ora per ora, fagocitata dall’inglese, in una inutile, stupida, deleteria gara a chi piú riesce a inserire anglismi.
In passato abbiamo importato (e comunque in un processo lento e costruttivo) dei termini in genere insieme con ciò che essi indicavano, come è successo con “sport”, “film” e simili. Ma che senso ha dire oggi step, per indicare un passo, un gradino, uno scalino, vocaboli che abbiamo sempre avuto? Perché dire step by step invece di “man mano”, “gradualmente”?
Non c’è altro motivo che quello di un malinteso sentirsi alla moda. O, come di sente dire, di sentirsi trend.

Amerigo Iannacone

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