Archive for gennaio 2010

Premio di poesia “L’Olocausto”

31 01pmSun, 31 Jan 2010 18:50:21 +0000302010 2008

Giovedí 4 febbraio prossimo, alle 9,30 di mattina, si terrà a Coreno Ausonio la cerimonia di Premiazione del Premio Nazionale di Poesia “L’Olocausto”. In tale occasione sarà disponibile l’Antologia (Ed. Eva, Venafro 2010, pp. 64, € 10,00).
Riporto dalla quarta di copertina:
«Milioni di ebrei furono assassinati nei lager nazisti. Aberrazione delle aberrazioni, qualcuno ha sostenuto che i milioni di uomini donne e bambini sterminati non furono sei, ma cinque, quattro, tre, due, forse “solo uno”. E addirittura le camere a gas potrebbero essere “solo un dettaglio nella storia della seconda guerra mondiale”. Ad Auschwitz-Birkenau, a Belzec, a Buchenwald, a Chelmno, a Dachau, a Jasenovac, a Majdanek (KZ Lublin), a Maly Trostenets, a Mauthausen-Gusen, a Sobibór, a Treblinka, a Varsavia, dunque, sarebbero state gassate “solo le pulci”. I pochi sopravvissuti, tatuati come bestie (molti di essi, negli anni si sono suicidati) hanno trovato la forza di raccontare ad ogni occasione, alcuni anche solo con la loro presenza, altri scrivendo; pochi registrando – come Primo Levi – anche in versi (“La poesia è nata certamente prima della prosa” ebbe a scrivere) il secolo piú sanguinario della nostra storia. Questo premio vuole contribuire a testimoniare l’Olocausto. Nella prima edizione lo fa con parole semplici e piane, con versi anche di poeti veri, e con la voce di un bambino di dodici anni».

“Il Foglio volante” di febbraio

31 01pmSun, 31 Jan 2010 18:34:52 +0000302010 2008

È uscito, piú ricco del solito, il numero di febbraio “Foglio volante”. Oltre alle solite rubriche (“Lettere”, “premi”, ecc.), vi compaiono scritti di Rosa Antonucci, Antonella Anziano, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Anna Maria Cardillo, Dante Cerilli, Enrico Marco Cipollini, Max Condreas, Mariano Coreno, Roberto Di Sario, Lino Di Stefano, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Tiberio La Rocca, Tommaso Lisi, Franco Orlandini, Christina Ramalho, Anna Ruotolo, Piero Simoni, Domenico Tirino, Gerardo Vacana, Paola Verolino.
Chi desideri ricevere copia saggio, chiederla, come al solito, a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui, di seguito, il pezzo di apertura si Franco Orlandini su Giorgio Caproni.

A vent’anni dalla morte del poeta
GIORGIO CAPRONI E SUA MADRE

Giorgio Caproni, nato a Livorno nel 1912, visse a Genova dall’età di dieci anni. Egli stesso ha raccontato: «Pensavo di fare il violinista, la musica era il mio “ideale”, ciò che avrei voluto “fare da grande”. Invece, dopo aver strimpellato un po’ dovetti impiegarmi, e i versi furono pur me il surrogato della musica tradita…»[1]
Trasferitosi a Roma nel 1939, fu chiamato alle armi. Partecipò alla Resistenza in Val Trebbia. Ritornato nella capitale nel 1945, fu insegnante nelle scuole elementari; collaborava intanto a giornali e a riviste letterarie. E a Roma si spense nel 1990.
Dopo di essere uscito dalle drammatiche vicende della guerra, Caproni andò sviluppando una tematica affettiva, autobiografica, còlta sia nei fatti della quotidianità familiare, umile in sé, ma ricca di autentici valori umani, sia negli ambienti popolari di Livorno e di Genova, dipinti in determinate ore, in specie di primo mattino. Successivamente, le ore in cui risaltavano le forme dell’esistenza piú schiette ed innocenti, sono diventate solitarie, “spopolate”, piene di nebbia e del “grigio del vento sull’asfalto”. Con spirito inquieto e complesso, il poeta ha rappresentato la maniera allegorica, l’uomo contemporaneo, che è ormai privo di punti fermi, che sfiora la realtà, senza poterla decifrare, senza pervenire all’identità di sé stesso.
Ma, ritornando a quella che De Robertis ha definito “epopea casalinga”, alla vita di ambienti familiari, che, pur consueti, rimangono nella memoria come circondati da un delicato alone fantastico, è in essa che Caproni ha collocato la figura di sua madre: Anna Pichi.
Annina, come il poeta la chiama, era nativa di Livorno e lí faceva la ricamatrice: «Non c’era in tutta Livorno / un’altra di lei piú brava / in bianco, o in orlo a giorno.»
Si recava a lavorare di mattina presto, ed usciva di casa, tutta svelta, mordendo la catenina d’oro che aveva al collo.
Corso Amedeo, che Annina percorreva, risuonava del suo tacchettío; lei dietro di sé lasciava un inconfondibile profumo di cipria, che durava a lungo. La stanza in cui lavorava, s’affacciava sul porto, e vi entravano gli odori e le fresche folate del mare.
Il poeta ha voluto rievocare l’immagine ancora giovane di sua madre, quale “ragazza fina, / d’ingegno e di fantasia”: dai modi gentili ed abile, creativa nel suo lavoro.
Anna Picchi venne a mancare nel 1950.
La raccolta dal titolo “Il seme del piangere” (del 1959) da Caproni è stata dedicata, in buona parte, alla memoria della madre; in essa sono comprese due poesie già scritte per lei nel 1954.
Ritornato nella città natale, il poeta ha rivisto i luoghi in cui aveva trascorso l’infanzia; si è aggirato tra i sedili della piazza e i canali navigabili, i Fossi, con la loro acqua scura («Quanta Livorno d’acqua / nera e di panchina bianca!»).
Ha immaginato di cercare sua madre, cosí come l’avrebbe cercata da bambino, in lacrime, sperduto nell’estesa piazza. Ma la mamma non c’era piú… «Era via» dice il poeta cosí come avrebbe detto il piccolo, incapace di comprendere appieno il significato della morte.
Non si vedeva passare la ragazza, che indossava l’abituale «camicetta / timida e bianca, viva»; non persisteva nell’aria quell’intenso profumo di cipria, a coprire «l’odore vuoto del mare / sui Fossi, e il suo sciacquare.»

Franco Orlandini


[1] Nell’“Antologia popolare di poeti del Novecento” Vallecchi, 1973.

Parole clandestine

31 01pmWed, 13 Jan 2010 20:55:35 +0000122010 2008

È appena uscita la mia nuova raccolta di poesie dal titolo Parole clandestine (Ed. Eva, Venafro 2010, pp. 56, € 10). Ne riporto, qui di seguito, la prefazione di Aldo Cervo.

Prefazione

Originale e calzante l’idea di identificare il poeta come il clandestino della parola.

D’altronde in un tessuto sociale transnazionale oramai da tempo immemore monopolizzato, nell’attenzione, dalla produttività, dal consumismo, dall’interesse quotidiano per i costi del petrolio in dollari per barile, dal confronto – quotidiano anch’esso – dei valori monetari delle Borse, da Londra a Hong Kong, da Milano a Tokio, e cosí via, cos’altro può apparire la poesia, se non il grido di disperati, ammucchiati a bordo di un malandato gommone rigonfio di utopie, sballottolato fra le onde alla deriva?

Rari nantes – i poeti – in gurgite vasto.

E basterebbe questa sola suggestiva intuizione posta in esordio di volumetto a legittimarne la pubblicazione. Ma le pagine a seguire non sono da meno. Sfogliandole, ci si imbatte in altre liriche (quarantatré in tutto) dense di motivi esistenziali, che si avverte a lungo rimuginati da una mente avvezza all’autoanalisi. Ed è difficile, molto difficile trovarne una che non sollevi un interrogativo, che non insinui una riflessione. Che non susciti, insomma, un interiore turbamento dai contorni – se si vuole – indefiniti ma bastevoli a scalfire opinioni comuni, a riaprire discorsi interrotti, a ridiscutere quelle che si ritenevano inoppugnabili certezze.

La maturità poetica, che sembrava in Iannacone aver già toccato nelle ultime raccolte il punto di massima espansione, vieppiú s’approfondisce con Parole clandestine, dove ogni parola – appunto – ogni concetto, ogni immagine si affina in un distillato linguistico-espressivo, per trasparenza, essenzialità e “sapore” avvicinabile alla purezza sincera delle grappe.

La veste formale della silloge conferma, nell’autore, l’opzione per un impianto metrico svincolato da schemi tradizionali, o comunque rigidamente prefissati. E tuttavia non rompe i ponti con la poesia buona d’altri tempi, della quale sono tenuti in apprezzabile riguardo tanto la scansione degli ictus – unico antidoto alla sciatteria prosaica – quanto il gioco, gradevole, di assonanze, di consonanze, e – quando capita – della stessa rima.

Aldo Cervo

“Il Foglio volante” di gennaio

31 01pmSat, 02 Jan 2010 18:46:48 +000012009 2008

Con il numero di gennaio 2010, “Il Foglio volante – La Flugfolio” entra nel suo venticinquesimo anno di vita. Vi compaiono scritti di Rosa Amato, Pasquale Balestriere, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Michele Di Bona, Alessandra Ferrari, Amerigo Iannacone, Antonio Masi, Avni Muça, Ivano Mugnaini, Silvana Poccioni, Antonio Spagnuolo, Irene Vallone.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui di seguito, la poesia “Sguardi” di Antonio Spagnuolo classificata al Premio “Sant’Elia Fiumerapido e un mio testo tratto dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.

Sguardi

All’improvviso riprende l’ora,
l’attimo che chiude l’assedio,
l’attimo distratto che tra le crepe dei muri
sussurra ancora una promessa:
io scriverò le quattro cose che farfuglio ogni giorno,
tra il sospetto di morte ed il cicaleggio impertinente
dei residui del sesso, ormai traballante
per le tue pupille variegate
ed il mio cervello impaurito.
Aleggia un soffio
che nel bilico annega, un bilico
tra le circonvoluzioni cerebrali
insinuando qualche verità, a volte incerta nel verso,
e gioca, gioca in abissi che nella ragione
sanno alternare progetti.
Quindi si narra la fine, anche se arde
una vecchia stufa appisolata,
e avvolte in fogli di alluminio
scommettono le palpebre riflessi inaspettati.
Non sappiamo resistere al tranello che propone
qualche ora sottratta nel sorriso,
e che rinnova sguardi vellutati.

Antonio Spagnuolo


Il latinglese

Come si dice, “i film” o “i films”? Come regolarsi con il plurale di vocaboli stranieri usati nella nostra lingua? Premesso che, quando è possibile, è sempre meglio usare il corrispondente termine italiano, io credo sia opportuno regolarsi allo stesso modo di come ci si regola con parole italiane (o comunque acquisite nella lingua) che terminano per consonante: “l’autobus” “gli autobus”, “il quark” “i quark”, “il tram” “i tram”, il “quorum” “i quorum”, ecc.
Con termini inglesi ormai acquisiti come “bar”, “sport” e simili, nessuno ritengo si sognerebbe di dire al plurale “bars” o “sports”. Ma spesso si sente dire “ i computers” e “gli hotels”. Fermo restando che potremmo anche dire, piú opportunamente, “elaboratori” e “alberghi”, credo che anche in questi casi la cosa migliore sia importare la parola al singolare e, assoggettandola alle regole dell’italiano, lasciarla invariata al plurale: “i computer”, “gli hotel”.
Se non altro non rischiamo cosí di prendere quelle cantonate, purtroppo piuttosto frequenti, di far passare per inglesi parole che inglesi non sono, come le latine “album”, “sponsor”, “tutor”, e di farne un improbabile plurale “albums”, “sponsors”, “tutors”, in una sorta di latinglese, come già avevamo avuto l’itanglese.