“Il Foglio volante” di febbraio

È uscito, piú ricco del solito, il numero di febbraio “Foglio volante”. Oltre alle solite rubriche (“Lettere”, “premi”, ecc.), vi compaiono scritti di Rosa Antonucci, Antonella Anziano, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Anna Maria Cardillo, Dante Cerilli, Enrico Marco Cipollini, Max Condreas, Mariano Coreno, Roberto Di Sario, Lino Di Stefano, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Tiberio La Rocca, Tommaso Lisi, Franco Orlandini, Christina Ramalho, Anna Ruotolo, Piero Simoni, Domenico Tirino, Gerardo Vacana, Paola Verolino.
Chi desideri ricevere copia saggio, chiederla, come al solito, a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui, di seguito, il pezzo di apertura si Franco Orlandini su Giorgio Caproni.

A vent’anni dalla morte del poeta
GIORGIO CAPRONI E SUA MADRE

Giorgio Caproni, nato a Livorno nel 1912, visse a Genova dall’età di dieci anni. Egli stesso ha raccontato: «Pensavo di fare il violinista, la musica era il mio “ideale”, ciò che avrei voluto “fare da grande”. Invece, dopo aver strimpellato un po’ dovetti impiegarmi, e i versi furono pur me il surrogato della musica tradita…»[1]
Trasferitosi a Roma nel 1939, fu chiamato alle armi. Partecipò alla Resistenza in Val Trebbia. Ritornato nella capitale nel 1945, fu insegnante nelle scuole elementari; collaborava intanto a giornali e a riviste letterarie. E a Roma si spense nel 1990.
Dopo di essere uscito dalle drammatiche vicende della guerra, Caproni andò sviluppando una tematica affettiva, autobiografica, còlta sia nei fatti della quotidianità familiare, umile in sé, ma ricca di autentici valori umani, sia negli ambienti popolari di Livorno e di Genova, dipinti in determinate ore, in specie di primo mattino. Successivamente, le ore in cui risaltavano le forme dell’esistenza piú schiette ed innocenti, sono diventate solitarie, “spopolate”, piene di nebbia e del “grigio del vento sull’asfalto”. Con spirito inquieto e complesso, il poeta ha rappresentato la maniera allegorica, l’uomo contemporaneo, che è ormai privo di punti fermi, che sfiora la realtà, senza poterla decifrare, senza pervenire all’identità di sé stesso.
Ma, ritornando a quella che De Robertis ha definito “epopea casalinga”, alla vita di ambienti familiari, che, pur consueti, rimangono nella memoria come circondati da un delicato alone fantastico, è in essa che Caproni ha collocato la figura di sua madre: Anna Pichi.
Annina, come il poeta la chiama, era nativa di Livorno e lí faceva la ricamatrice: «Non c’era in tutta Livorno / un’altra di lei piú brava / in bianco, o in orlo a giorno.»
Si recava a lavorare di mattina presto, ed usciva di casa, tutta svelta, mordendo la catenina d’oro che aveva al collo.
Corso Amedeo, che Annina percorreva, risuonava del suo tacchettío; lei dietro di sé lasciava un inconfondibile profumo di cipria, che durava a lungo. La stanza in cui lavorava, s’affacciava sul porto, e vi entravano gli odori e le fresche folate del mare.
Il poeta ha voluto rievocare l’immagine ancora giovane di sua madre, quale “ragazza fina, / d’ingegno e di fantasia”: dai modi gentili ed abile, creativa nel suo lavoro.
Anna Picchi venne a mancare nel 1950.
La raccolta dal titolo “Il seme del piangere” (del 1959) da Caproni è stata dedicata, in buona parte, alla memoria della madre; in essa sono comprese due poesie già scritte per lei nel 1954.
Ritornato nella città natale, il poeta ha rivisto i luoghi in cui aveva trascorso l’infanzia; si è aggirato tra i sedili della piazza e i canali navigabili, i Fossi, con la loro acqua scura («Quanta Livorno d’acqua / nera e di panchina bianca!»).
Ha immaginato di cercare sua madre, cosí come l’avrebbe cercata da bambino, in lacrime, sperduto nell’estesa piazza. Ma la mamma non c’era piú… «Era via» dice il poeta cosí come avrebbe detto il piccolo, incapace di comprendere appieno il significato della morte.
Non si vedeva passare la ragazza, che indossava l’abituale «camicetta / timida e bianca, viva»; non persisteva nell’aria quell’intenso profumo di cipria, a coprire «l’odore vuoto del mare / sui Fossi, e il suo sciacquare.»

Franco Orlandini


[1] Nell’“Antologia popolare di poeti del Novecento” Vallecchi, 1973.

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