Archive for aprile 2010

La soluzione dell’esperanto

31 04pmWed, 21 Apr 2010 17:02:32 +00001102010 2008

Riporto il testo della mia relazione tenuta il 16 aprile scorso a San Vittore del Lazio, sul tema «Nell’anno internazionale per il riavvicinamento delle culture indetto dall’Unesco, collaborazione o conflitto fra le culture? – La soluzione dell’esperanto».

L’Unesco ha dichiarato il 2010 “Anno internazionale per il riavvicinamento delle culture”. Questo stesso fatto, già di per sé, lascia intendere che le culture sono in qualche modo lontane e che c’è (e si va accentuando) quello che chiamano “scontro di civiltà”. Uno “scontro” che, a mio avviso, potrebbe, e dovrebbe, divenire “incontro” di civiltà.
Per natura, noi siamo portati a diffidare di ciò o di chi ci è sconosciuto o che, comunque, non ci è familiare. Da qui nasce una serie di problemi e anche di fenomeni aberranti come il razzismo con quel ne consegue.
Ora veniamo all’interrogativo tema di questo incontro: «Collaborazione o conflitto fra le culture?» È scontato che la nostra risposta è “collaborazione” e anche, direi, interscambio. Ed è qui viene ad innestarsi quella che è «La soluzione dell’esperanto».
L’esperanto, come tutti sapete, è una lingua e poi vedremo che lingua. L’“esperantismo” è il movimento che ha nei suoi fini la diffusione e la divulgazione dell’esperanto. Non è un movimento politico, non propone rivoluzioni sociologiche, non è di destra non è di sinistra, non è di centro. Riprendendo le parole del suo iniziatore, il russo Ludwik Lejzer Zamenhof, «esperantista è chiunque conosce e usa l’esperanto, indipendentemente dallo scopo per cui lo usa». Quindi, esasperando il concetto, potremmo dire che anche un razzista può essere un esperantista. Anche un nazista, anche un dittatore, anche un mafioso, un camorrista, un delinquente comune.
Ma nell’esperanto c’è quella che gli esperantisti chiamano “interna ideo”, idea insita, un’idea, cioè, non esplicitata ma in qualche modo imprescindibile, inscindibile dal movimento. E qual è quest’idea? È l’idea di fraternità, di affratellamento di tutti i popoli della terra.
Ricordate il motto della rivoluzione francese, di oltre due secoli fa? Diceva: “Liberté, égalité, fraternité”. Ma poi da allora fino ad oggi, molti si sono battuti e si battono – meritoriamente – per la liberté e l’égalité, libertà e uguaglianza, ma della fraternité, la fratellanza, chi se ne ricorda piú? È stata in qualche modo rimossa. Ma è proprio di fraternité che oggi ci sarebbe bisogno per superare la reciproca diffidenza.
Viviamo in una società edonista ed egoista, dove al primo posto viene c’è la parola “io”, al secondo “io”, al terzo “io”. Poi alcuni posti vuoti, intorno al decimo posto talvolta “la mia famiglia”, poi ancora posti vuoti, intorno al 20° posto “i miei amici”, intorno al 100° i miei connazionali. Poi basta, gli altri non contano, non esistono.
E purtroppo negli ultimi anni abbiamo visto sollecitare gli istinti piú bassi proprio da parte di chi, essendo in posti di potere, dovrebbe scoraggiarli. Ed ecco che non è campato in aria la decisione dell’Unesco di indire per il 2010, “L’Anno internazionale per il riavvicinamento delle culture”. Ed ecco il ruolo dell’esperanto: prima di tutto capirsi.
Ma attenzione: se tu sei uno straniero ci dobbiamo capire non con la tua lingua, perché in questo caso tu saresti avvantaggiato e io sarei sfavorito. Se, al contrario, usassimo la mia lingua, io sarei avvantaggiato e tu sfavorito. Ed ecco l’esperanto: è neutrale, è lingua di tutti in generale e di nessuno in particolare e quindi non privilegia e non umilia nessuno.
Poi c’è un’altra cosa: l’estrema facilità. Si calcola che l’apprendimento dell’esperanto richiede un tempo che corrisponde mediamente a un quinto del tempo richiesto dalle altre lingue. Vediamo perché. L’esperanto è facile per almeno tre motivi.
Primo: è rigorosamente fonetico. Cioè, in parole povere, si legge come si scrive. Sempre. A ogni lettera, corrisponde sempre lo stesso suono. Una lettera si legge sempre allo stesso modo, dovunque. Tutte le parole sono piane e mai succede che si possano avere dei dubbi su come pronunciare una parola. Inoltre non ci suono suoni difficili da articolare.
Secondo: la grammatica è facilissima. Si compone di sedici sole regole. E non c’è nessuna eccezione. Se volgiamo imparare una regola alla settimana, ci mettiamo sedici settimane.
Terzo motivo: il vocabolario è facilmente memorizzabile, perché le radici delle parole sono quelle piú diffuse internazionalmente e poi con un sistema di prefissi e di suffissi, le radici da imparare si riducono notevolmente. Faccio un paio di esempi: il prefisso “bo-” indica la parentela acquisita. Per cui, se sappiamo che “padre” si dice “patro”, per “suocero” non dovremo imparare un’altra parola come in italiano ma ce la formiamo noi, premettendo “bo-”, quindi: “bopatro”; “figlio” si dice “filo”, “genero” “bofilo”; “fratello” “frato”, “cognato” “bofrato”, ecc. E sapendo che “nonno” si dice “avo”, zio si dice “onklo” e “cugino” si dice “kuzo” possiamo formarci anche “boavo”, “boonklo” e “bokuzo” che in italiano non hanno corrispondente e dobbiamo indicare con espressioni tipo “nonno acquisito” ecc.
Altro esempio: il prefisso “mal-” indica il contrario. Per cui se impariamo che la parola “granda” significa “grande”, sapremo anche che “piccolo” si dice “malgranda”; “veloce” si dice “rapida”, “lento” “malrapida”, “amico” si dice “amiko”, “nemico” “malamiko”; “trafi” significa “cogliere nel segno”; “maltrafi” “mancare il bersaglio”, e cosí via.
Spesso gli esperantisti si sentono accusare di essere “utopisti”. «Sì, – una delle solite frasi – è una bella cosa, ma è un’utopia». Ma cos’è l’utopia? Molto spesso si parla di “utopia” quando si vuole avere l’alibi per non impegnarsi, per non uscire dalla pigrizia intellettuale.
Quante cose erano una volta utopia e sono oggi realtà? L’aereo, la televisione, il telefono, i viaggi spaziali, e via elencando.
Chi solo venti o trent’anni fa avrebbe mai pensato che si può inviare o ricevere una lettera in tempo reale, dal proprio computer, senza pagare il francobollo e risparmiandosi anche la leccata?
Ogni conquista della civiltà è dovuta allo sforzo di qualcuno o di pochi che ci hanno creduto e si sono battuti per questo.
Leone Tolstoj, che fu uno dei primi ad approvare l’esperanto ebbe a scrivere che «l’esperanto è cosí facile e i risultati che se ne avrebbero se tutti lo imparassero tanto elevati, che non c’è motivo per non provare a impararlo».

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Nuovo blog di Carlos Vitale dedicato a poeti italiani

31 04pmTue, 06 Apr 2010 17:37:48 +0000952010 2008

Carlos Vitale, critico e traduttore argentino residente in Spagna, italianista, ha aperto un nuovo blog (http://viasole.blogspot.com/) che presenta così:
«Solo due righe per farvi conoscere il mio nuovo e modesto blog di traduzioni di poesia italiana. Via Sole accoglierà le mie traduzioni fatte da 25 anni a questa parte e non incluse in libri né in Porta d’Italia (http://www.eldigoras.com/pdi). Sarà dunque un’antologia della poesia dei secoli XX e XXI, disorganica e del tutto soggettiva».

“Il Foglio volante” di aprile 2010

31 04pmSun, 04 Apr 2010 17:34:04 +0000932010 2008

Nel “Foglio volante” di aprile, oltre alle solite rubriche, compaiono scritti di Rosa Amato, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Fabiano Braccini, Giorgina Busca Gernetti, Vincenzo Calce, Maria Benedetta Cerro, Mariano Coreno, Carla D’Alessandro, Antonio De Angelis, Margarita Finkel, Amerigo Iannacone, Pierangelo Marini, Ruggero Ruggiero, Piero Simoni.
Chi desideri ricevere copia saggio, ce la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto il mio racconto microracconto “Matrioska” e un breve pezzo dalla rurica “Appunti e spunti”
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Matrioska

Uno squittio cadenzato, fastidioso, mi penetra nel cervello, interrompe il mio sogno e mi riporta alla realtà. Mi sveglio. Sono le sette. Schiaccio il tasto della sveglia per far cessare il suono molesto e mi alzo svogliatamente.
Alle otto devo essere in ufficio. I tempi sono ormai standardizzati. Mi lavo, mi vesto ed esco. Una breve sosta al bar, uno sguardo ai titoli del giornale mentre sorbisco un caffè. Mi avvio per i sette otto minuti che devo fare a piedi per raggiungere il posto di lavoro, la solita strada, il solito marciapiedi e incontro facce che si ripetono ogni mattina. Devo attraversare, mi fermo al semaforo e aspetto che per le macchine esca il rosso. Avanti: e mi avvio. Ma una macchina non si ferma al rosso, arriva a tutta velocità, non ho neanche il tempo di accorgermene e mi prende in pieno. Ma nel momento dell’impatto, succede qualcosa. Un urlo disperato e apro gli occhi: stavo dormendo, era tutto un sogno. Sono sudato, il respiro affannoso, la mente confusa. Mi ci vuole un po’ per riprendermi. Sono a casa, sul divano del salotto sono le tre di pomeriggio. C’è il televisore acceso. Mi ero addormentato davanti al televisore. Ma la paura  non mi è passata svegliandomi: ho un senso di angoscia. Mi alzo, bevo un bicchiere di acqua fredda e penso che la cosa migliore è uscire, sí, fare una passeggiata per calmarmi.
Esco e mi dirigo al parco. Non c’è nessuno. Col caldo che fa, a quest’ora, non c’è nessuno che abbia voglia di andarsene al parco. Chi se lo può permettere, chi non è al lavoro è rintanato in casa, con l’aria condizionata, davanti a una bibita fresca.
Mi siedo su una panchina all’ombra e chiudo gli occhi. Non riesco a scacciare il senso di malessere che il sogno mi ha messo addosso.
Sento qualcosa che mi sfiora la gola e una voce mi dice: «Non ti muovere». Apro gli occhi: davanti a me un uomo col volto coperto da un fazzoletto mi punta una lama alla gola. Da dietro vien fuori un altro anche lui col fazzoletto. «Dai» gli dice quello col taglierino. Il secondo uomo comincia a rovistare nelle tasche della giacca. La paura mi ha paralizzato. «Dove tieni, il portafogli?» Ma non mi dà il tempo di rispondere. Fa per tirami su, vuole rovistare le tasche dei pantaloni. Mi sfila il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni, ma in quel momento il fazzoletto che gli copriva il viso cade giú.
Lancia un’imprecazione. «Mi ha visto, – dice – ci ha riconosciuti: fallo fuori. L’altro sembra indeciso, ma il primo grida forte: «Vai, vai, vai, non dobbiamo lasciare un testimone». Il cuore mi batte che sembra voler sfondare il torace. Ed ecco, un dolore terribile, una lama che penetra nella gola, un fiotto di sangue e…
E a questo punto mi sveglio. Ma che mi sta succedendo? Stavo ancora sognando? Sogno e realtà cominciano a confondersi. Sí, era proprio un sogno. All’inizio non riesco nemmeno a orizzontarmi. Sono in uno scompartimento del treno. Svegliandomi di soprassalto, la fronte imperlata di sudore, negli occhi il terrore, i due passeggeri che sono di fronte a me, un anziano signore e una ragazza, mi guardano in modo interrogativo. «Tutto bene?» Mi chiede il signore.
La voce stenta a uscire: «Tutto bene!» confermo.
Sto andando a Milano per conto della ditta. È un affare importante, ma a questo punto ho perso la mia serenità. Non so piú nulla dell’affare, piú nulla della ditta. Mi alzo esco nel corridoio, faccio qualche passo, mi devo appoggiare alle pareti del corridoio: le gambe mi tremano. Mi fermo a guardare dal finestrino la campagna che corre via veloce. Sto cercando di riordinare le idee, ma non mi è facile. Guardo dal finestrino: il treno è in curva, di fronte vedo un altro treno: è un attimo, poi succede il finimondo. I due treni si scontrano frontalmente. Il nostro locomotore deraglia e l’altro locomotore s’infila letteralmente nella nostra carrozza. Un boato, uno stridio assordante, un rumore di ferraglia, è la fine del mondo. Faccio in tempo a vedere qualcosa che mi viene addosso mi schiaccia il torace e una morte spaventosa…
Uno squittio cadenzato, fastidioso, mi penetra nel cervello, interrompe il mio sogno e mi riporta alla realtà. Mi sveglio. Sì, era un sogno. Sono le sette. Schiaccio il tasto della sveglia per far cessare il suono molesto e mi alzo svogliatamente.
Alle otto devo essere in ufficio. I tempi sono ormai standardizzati. Mi lavo, mi vesto ed esco. Una breve sosta al bar, uno sguardo ai titoli del giornale mentre sorbisco un caffè. Mi avvio per i sette otto minuti che devo fare a piedi per raggiungere il posto di lavoro, la solita strada, il solito marciapiedi e incontro facce che si ripetono ogni mattina. Devo attraversare, mi fermo al semaforo e aspetto che alle macchine esca il rosso. Avanti: e mi avvio. Ma…

Giornalisti che sdrucciolano

Mi è capitato di seguire un programma televisivo di politica e ho sentito il conduttore parlare di “carisma” di un certo politico, pronunciando la parola con l’accento tonico sulla prima A (“càrisma”) e facendola cosí diventare sdrucciola. Tutti i suoi ospiti, tutti giornalisti, hanno continuato a dire per tutta la trasmissione “càrisma”. Siccome io ho sempre detto “carísma”, con l’accento sulla I, mi è sorto il dubbio: “Vuoi vedere che sempre sbagliato?” Sono andato a consultare tutti i vocabolari in mio possesso e – una volta tanto – davano tutti ragione a me, anche se la parola greca da cui il termine deriva, “chàrisma”, è sdrucciola.
Ora, direi, lasciamo stare tutti i vacui chiacchieratori di tanti inutili programmi televisivi che banalizzano le nostre giornate, ma almeno i giornalisti non potrebbero stare un po’ piú attenti alla lingua, visto che oggi la principale scuola per i ragazzi è – ahimè – la televisione?