“Il Foglio volante” di aprile 2010

Nel “Foglio volante” di aprile, oltre alle solite rubriche, compaiono scritti di Rosa Amato, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Fabiano Braccini, Giorgina Busca Gernetti, Vincenzo Calce, Maria Benedetta Cerro, Mariano Coreno, Carla D’Alessandro, Antonio De Angelis, Margarita Finkel, Amerigo Iannacone, Pierangelo Marini, Ruggero Ruggiero, Piero Simoni.
Chi desideri ricevere copia saggio, ce la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto il mio racconto microracconto “Matrioska” e un breve pezzo dalla rurica “Appunti e spunti”
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Matrioska

Uno squittio cadenzato, fastidioso, mi penetra nel cervello, interrompe il mio sogno e mi riporta alla realtà. Mi sveglio. Sono le sette. Schiaccio il tasto della sveglia per far cessare il suono molesto e mi alzo svogliatamente.
Alle otto devo essere in ufficio. I tempi sono ormai standardizzati. Mi lavo, mi vesto ed esco. Una breve sosta al bar, uno sguardo ai titoli del giornale mentre sorbisco un caffè. Mi avvio per i sette otto minuti che devo fare a piedi per raggiungere il posto di lavoro, la solita strada, il solito marciapiedi e incontro facce che si ripetono ogni mattina. Devo attraversare, mi fermo al semaforo e aspetto che per le macchine esca il rosso. Avanti: e mi avvio. Ma una macchina non si ferma al rosso, arriva a tutta velocità, non ho neanche il tempo di accorgermene e mi prende in pieno. Ma nel momento dell’impatto, succede qualcosa. Un urlo disperato e apro gli occhi: stavo dormendo, era tutto un sogno. Sono sudato, il respiro affannoso, la mente confusa. Mi ci vuole un po’ per riprendermi. Sono a casa, sul divano del salotto sono le tre di pomeriggio. C’è il televisore acceso. Mi ero addormentato davanti al televisore. Ma la paura  non mi è passata svegliandomi: ho un senso di angoscia. Mi alzo, bevo un bicchiere di acqua fredda e penso che la cosa migliore è uscire, sí, fare una passeggiata per calmarmi.
Esco e mi dirigo al parco. Non c’è nessuno. Col caldo che fa, a quest’ora, non c’è nessuno che abbia voglia di andarsene al parco. Chi se lo può permettere, chi non è al lavoro è rintanato in casa, con l’aria condizionata, davanti a una bibita fresca.
Mi siedo su una panchina all’ombra e chiudo gli occhi. Non riesco a scacciare il senso di malessere che il sogno mi ha messo addosso.
Sento qualcosa che mi sfiora la gola e una voce mi dice: «Non ti muovere». Apro gli occhi: davanti a me un uomo col volto coperto da un fazzoletto mi punta una lama alla gola. Da dietro vien fuori un altro anche lui col fazzoletto. «Dai» gli dice quello col taglierino. Il secondo uomo comincia a rovistare nelle tasche della giacca. La paura mi ha paralizzato. «Dove tieni, il portafogli?» Ma non mi dà il tempo di rispondere. Fa per tirami su, vuole rovistare le tasche dei pantaloni. Mi sfila il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni, ma in quel momento il fazzoletto che gli copriva il viso cade giú.
Lancia un’imprecazione. «Mi ha visto, – dice – ci ha riconosciuti: fallo fuori. L’altro sembra indeciso, ma il primo grida forte: «Vai, vai, vai, non dobbiamo lasciare un testimone». Il cuore mi batte che sembra voler sfondare il torace. Ed ecco, un dolore terribile, una lama che penetra nella gola, un fiotto di sangue e…
E a questo punto mi sveglio. Ma che mi sta succedendo? Stavo ancora sognando? Sogno e realtà cominciano a confondersi. Sí, era proprio un sogno. All’inizio non riesco nemmeno a orizzontarmi. Sono in uno scompartimento del treno. Svegliandomi di soprassalto, la fronte imperlata di sudore, negli occhi il terrore, i due passeggeri che sono di fronte a me, un anziano signore e una ragazza, mi guardano in modo interrogativo. «Tutto bene?» Mi chiede il signore.
La voce stenta a uscire: «Tutto bene!» confermo.
Sto andando a Milano per conto della ditta. È un affare importante, ma a questo punto ho perso la mia serenità. Non so piú nulla dell’affare, piú nulla della ditta. Mi alzo esco nel corridoio, faccio qualche passo, mi devo appoggiare alle pareti del corridoio: le gambe mi tremano. Mi fermo a guardare dal finestrino la campagna che corre via veloce. Sto cercando di riordinare le idee, ma non mi è facile. Guardo dal finestrino: il treno è in curva, di fronte vedo un altro treno: è un attimo, poi succede il finimondo. I due treni si scontrano frontalmente. Il nostro locomotore deraglia e l’altro locomotore s’infila letteralmente nella nostra carrozza. Un boato, uno stridio assordante, un rumore di ferraglia, è la fine del mondo. Faccio in tempo a vedere qualcosa che mi viene addosso mi schiaccia il torace e una morte spaventosa…
Uno squittio cadenzato, fastidioso, mi penetra nel cervello, interrompe il mio sogno e mi riporta alla realtà. Mi sveglio. Sì, era un sogno. Sono le sette. Schiaccio il tasto della sveglia per far cessare il suono molesto e mi alzo svogliatamente.
Alle otto devo essere in ufficio. I tempi sono ormai standardizzati. Mi lavo, mi vesto ed esco. Una breve sosta al bar, uno sguardo ai titoli del giornale mentre sorbisco un caffè. Mi avvio per i sette otto minuti che devo fare a piedi per raggiungere il posto di lavoro, la solita strada, il solito marciapiedi e incontro facce che si ripetono ogni mattina. Devo attraversare, mi fermo al semaforo e aspetto che alle macchine esca il rosso. Avanti: e mi avvio. Ma…

Giornalisti che sdrucciolano

Mi è capitato di seguire un programma televisivo di politica e ho sentito il conduttore parlare di “carisma” di un certo politico, pronunciando la parola con l’accento tonico sulla prima A (“càrisma”) e facendola cosí diventare sdrucciola. Tutti i suoi ospiti, tutti giornalisti, hanno continuato a dire per tutta la trasmissione “càrisma”. Siccome io ho sempre detto “carísma”, con l’accento sulla I, mi è sorto il dubbio: “Vuoi vedere che sempre sbagliato?” Sono andato a consultare tutti i vocabolari in mio possesso e – una volta tanto – davano tutti ragione a me, anche se la parola greca da cui il termine deriva, “chàrisma”, è sdrucciola.
Ora, direi, lasciamo stare tutti i vacui chiacchieratori di tanti inutili programmi televisivi che banalizzano le nostre giornate, ma almeno i giornalisti non potrebbero stare un po’ piú attenti alla lingua, visto che oggi la principale scuola per i ragazzi è – ahimè – la televisione?

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