La soluzione dell’esperanto

Riporto il testo della mia relazione tenuta il 16 aprile scorso a San Vittore del Lazio, sul tema «Nell’anno internazionale per il riavvicinamento delle culture indetto dall’Unesco, collaborazione o conflitto fra le culture? – La soluzione dell’esperanto».

L’Unesco ha dichiarato il 2010 “Anno internazionale per il riavvicinamento delle culture”. Questo stesso fatto, già di per sé, lascia intendere che le culture sono in qualche modo lontane e che c’è (e si va accentuando) quello che chiamano “scontro di civiltà”. Uno “scontro” che, a mio avviso, potrebbe, e dovrebbe, divenire “incontro” di civiltà.
Per natura, noi siamo portati a diffidare di ciò o di chi ci è sconosciuto o che, comunque, non ci è familiare. Da qui nasce una serie di problemi e anche di fenomeni aberranti come il razzismo con quel ne consegue.
Ora veniamo all’interrogativo tema di questo incontro: «Collaborazione o conflitto fra le culture?» È scontato che la nostra risposta è “collaborazione” e anche, direi, interscambio. Ed è qui viene ad innestarsi quella che è «La soluzione dell’esperanto».
L’esperanto, come tutti sapete, è una lingua e poi vedremo che lingua. L’“esperantismo” è il movimento che ha nei suoi fini la diffusione e la divulgazione dell’esperanto. Non è un movimento politico, non propone rivoluzioni sociologiche, non è di destra non è di sinistra, non è di centro. Riprendendo le parole del suo iniziatore, il russo Ludwik Lejzer Zamenhof, «esperantista è chiunque conosce e usa l’esperanto, indipendentemente dallo scopo per cui lo usa». Quindi, esasperando il concetto, potremmo dire che anche un razzista può essere un esperantista. Anche un nazista, anche un dittatore, anche un mafioso, un camorrista, un delinquente comune.
Ma nell’esperanto c’è quella che gli esperantisti chiamano “interna ideo”, idea insita, un’idea, cioè, non esplicitata ma in qualche modo imprescindibile, inscindibile dal movimento. E qual è quest’idea? È l’idea di fraternità, di affratellamento di tutti i popoli della terra.
Ricordate il motto della rivoluzione francese, di oltre due secoli fa? Diceva: “Liberté, égalité, fraternité”. Ma poi da allora fino ad oggi, molti si sono battuti e si battono – meritoriamente – per la liberté e l’égalité, libertà e uguaglianza, ma della fraternité, la fratellanza, chi se ne ricorda piú? È stata in qualche modo rimossa. Ma è proprio di fraternité che oggi ci sarebbe bisogno per superare la reciproca diffidenza.
Viviamo in una società edonista ed egoista, dove al primo posto viene c’è la parola “io”, al secondo “io”, al terzo “io”. Poi alcuni posti vuoti, intorno al decimo posto talvolta “la mia famiglia”, poi ancora posti vuoti, intorno al 20° posto “i miei amici”, intorno al 100° i miei connazionali. Poi basta, gli altri non contano, non esistono.
E purtroppo negli ultimi anni abbiamo visto sollecitare gli istinti piú bassi proprio da parte di chi, essendo in posti di potere, dovrebbe scoraggiarli. Ed ecco che non è campato in aria la decisione dell’Unesco di indire per il 2010, “L’Anno internazionale per il riavvicinamento delle culture”. Ed ecco il ruolo dell’esperanto: prima di tutto capirsi.
Ma attenzione: se tu sei uno straniero ci dobbiamo capire non con la tua lingua, perché in questo caso tu saresti avvantaggiato e io sarei sfavorito. Se, al contrario, usassimo la mia lingua, io sarei avvantaggiato e tu sfavorito. Ed ecco l’esperanto: è neutrale, è lingua di tutti in generale e di nessuno in particolare e quindi non privilegia e non umilia nessuno.
Poi c’è un’altra cosa: l’estrema facilità. Si calcola che l’apprendimento dell’esperanto richiede un tempo che corrisponde mediamente a un quinto del tempo richiesto dalle altre lingue. Vediamo perché. L’esperanto è facile per almeno tre motivi.
Primo: è rigorosamente fonetico. Cioè, in parole povere, si legge come si scrive. Sempre. A ogni lettera, corrisponde sempre lo stesso suono. Una lettera si legge sempre allo stesso modo, dovunque. Tutte le parole sono piane e mai succede che si possano avere dei dubbi su come pronunciare una parola. Inoltre non ci suono suoni difficili da articolare.
Secondo: la grammatica è facilissima. Si compone di sedici sole regole. E non c’è nessuna eccezione. Se volgiamo imparare una regola alla settimana, ci mettiamo sedici settimane.
Terzo motivo: il vocabolario è facilmente memorizzabile, perché le radici delle parole sono quelle piú diffuse internazionalmente e poi con un sistema di prefissi e di suffissi, le radici da imparare si riducono notevolmente. Faccio un paio di esempi: il prefisso “bo-” indica la parentela acquisita. Per cui, se sappiamo che “padre” si dice “patro”, per “suocero” non dovremo imparare un’altra parola come in italiano ma ce la formiamo noi, premettendo “bo-”, quindi: “bopatro”; “figlio” si dice “filo”, “genero” “bofilo”; “fratello” “frato”, “cognato” “bofrato”, ecc. E sapendo che “nonno” si dice “avo”, zio si dice “onklo” e “cugino” si dice “kuzo” possiamo formarci anche “boavo”, “boonklo” e “bokuzo” che in italiano non hanno corrispondente e dobbiamo indicare con espressioni tipo “nonno acquisito” ecc.
Altro esempio: il prefisso “mal-” indica il contrario. Per cui se impariamo che la parola “granda” significa “grande”, sapremo anche che “piccolo” si dice “malgranda”; “veloce” si dice “rapida”, “lento” “malrapida”, “amico” si dice “amiko”, “nemico” “malamiko”; “trafi” significa “cogliere nel segno”; “maltrafi” “mancare il bersaglio”, e cosí via.
Spesso gli esperantisti si sentono accusare di essere “utopisti”. «Sì, – una delle solite frasi – è una bella cosa, ma è un’utopia». Ma cos’è l’utopia? Molto spesso si parla di “utopia” quando si vuole avere l’alibi per non impegnarsi, per non uscire dalla pigrizia intellettuale.
Quante cose erano una volta utopia e sono oggi realtà? L’aereo, la televisione, il telefono, i viaggi spaziali, e via elencando.
Chi solo venti o trent’anni fa avrebbe mai pensato che si può inviare o ricevere una lettera in tempo reale, dal proprio computer, senza pagare il francobollo e risparmiandosi anche la leccata?
Ogni conquista della civiltà è dovuta allo sforzo di qualcuno o di pochi che ci hanno creduto e si sono battuti per questo.
Leone Tolstoj, che fu uno dei primi ad approvare l’esperanto ebbe a scrivere che «l’esperanto è cosí facile e i risultati che se ne avrebbero se tutti lo imparassero tanto elevati, che non c’è motivo per non provare a impararlo».

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