Archive for settembre 2010

Nuova edizione di “A zonzo”

31 09pmMon, 27 Sep 2010 20:43:34 +00002692010 2008

È uscita la nuova edizione del mio libro “A zonzo nel tempo che fu” (Ed. Eva, Venafro 20103, pp. 94 € 14,00). La prima edizione era del 2002 e c’era stata una ristampa nel 2003. L’attuale edizione è ampliata con alcuni testi nuovi e, in aggiunta alla prefazione di Adriano Petta, il noto autore di “Ipazia”, c’è, nuova, la postfazione di Tommaso Scappaticci, dell’Università di Cassino, che riporto qui di seguito.

Memoria individuale e collettiva nella narrativa di Amerigo Iannacone

Molteplici, e non sempre facilmente individuabili, appaiono le motivazioni sottese alla stesura di opere autobiografiche: la tendenza a raccontarsi può rinviare al temperamento introspettivo o estroverso dell’autore, alla rilevanza o alla emblematica mediocrità delle sue esperienze, alla convinzione di assolvere una funzione educativa o al desiderio laico di una sopravvivenza dopo la morte. Per limitarci a qualche esempio offerto dalla letteratura del ’900, si è passati dalla proposta decadente di una aristocrazia spirituale, contrapposta alla normalità borghese, allo scandaglio interiore finalizzato a ritrovare nell’individuo i segni della crisi di valori e parametri conoscitivi ormai insoddisfacenti, dall’impegno testimoniale della documentazione neorealistica “in presa diretta” al memorialismo critico di chi cerca di cogliere nel passato il senso della propria esistenza o di resistere alla irrazionalità di un mondo privo di certezze. Negli ultimi decenni, poi, in conseguenza del mutamento antropologico determinato dall’affermarsi di una società consumistica e telematica, si è accentuata la tendenza a un memorialismo proteso a coniugare la dimensione individuale con la testimonianza di costumi e modelli di vita ormai ridotti quasi al livello di reperti archeologici o di curiosità folcloristiche.
È, quest’ultima, la prospettiva in cui si collocano le memorie di Amerigo Iannacone impostate secondo un criterio narrativo che mira a una costante contaminazione di vicende personali e di condizioni storico-ambientali. Al centro del racconto vi è l’io dell’autore, che, però, per quanto parli in prima persona e svolga una funzione essenziale di raccordo fra le varie scene, non assume un ruolo dominante e non costituisce il vero punto di riferimento delle vicende. Quello di Iannacone è, per cosí dire, un io collettivo, che non si distingue dal contesto paesano in cui è proiettato e che rimanda a esperienze individuali sono in quanto emblematiche della vita e dei costumi di un’intera comunità, colta in un periodo storicamente ben determinato. E gli altri personaggi, a cominciare dai familiari, servono non a far risaltare la figura del narratore, ma ad aggiungere necessari tasselli alla dimensione corale del racconto, a evidenziare aspetti di quella vita comunitaria in cui lo stesso narratore trova i lineamenti della sua vicenda personale e le ragioni della sua scrittura.
In questo modo lo schema memoriale tende ad assumere i caratteri del saggio antropologico, e la ricerca dell’identità personale si identifica con l’impegno alla ricostruzione di un microcosmo umano che solo nella pagina scritta sembra poter trovare una alternativa alla scomparsa o alla fragile sopravvivenza garantita dal ricordo. Alla base del libro vi è l’intento programmatico di riaffermare l’esigenza della memoria storica e della difesa di specificità ambientali destinate a essere travolte dal tempo e dalla tendenza omologante della società moderna. Non si tratta solo di preservare vecchie consuetudini e di lasciarne testimonianza a generazioni estranee a quelle esperienze e abituate a ben diversi sistemi di vita: esplicitamente dichiarato nell’ultimo capitolo, le pagine sono percorse dal sottinteso invito a difendere l’identità culturale, a conservare un patrimonio di tradizioni ed esperienze destinato a connotare e quasi a legittimare il diritto all’esistenza di una comunità che voglia affiancare la consapevolezza della sua attuale fisionomia a quella della proprie radici. Ma si ha anche l’impressione che, in Iannacone, sull’intento programmatico prevalga il gusto del racconto, il piacere di abbandonarsi al ricorso di vicende personali e collettive, con la conseguente risoluzione dell’impegno polemico in fatti e personaggi capaci di rendere gradevole e coinvolgente la lettura.
Sono vicende lontane solo mezzo secolo, che vanno dalla fine degli anni quaranta al primo delinearsi del cosiddetto boom economico. Ma, nonostante la relativa vicinanza temporale, sembrano proiettate in una dimensione di lontananza remota e quasi favolosa, tanti sono i cambiamenti determinati dall’accelerazione della storia e del progresso anche in ambienti provinciali e periferici. Si colga il sapore quasi fiabesco che, intriso di partecipazione affettiva, segna l’esordio del racconto e ne preannuncia l’atmosfera di riscoperta di luoghi e tempi lontani: «Esiste a questo mondo – e non siamo in molti a saperlo – un paese, un villaggio di provincia, di nome Ceppagna. Un mucchio di case, un groviglio di vicoli, alcune centinaia di anime, una collina brulla, una modesta estensione di campi aridi, trasmessi di generazione in generazione e sempre piú spezzettati e sempre piú aridi». Quella rievocata dall’autore è «un’epoca che non esiste piú», scomparsa insieme con il tramonto della civiltà contadina, e Ceppagna, pur conservando la propria fisionomia, diventa l’immagine esemplare delle condizioni di una intera regione e «forse di tutta l’Italia centro-meridionale», come era negli anni successivi alla guerra mondiale. E il racconto procede secondo un criterio per cosí dire ondulatorio, fondato sulla continua alternanza di prospettive ampie e ristrette, con l’attenzione che si concentra sulla famiglia dell’autore e, nello stesso tempo, rimanda al piccolo mondo del paese e alla realtà, piú ampia ma non difforme, dell’intero Molise.
Per quanto pervasa dalla tensione emotiva conseguente ai ricordi dell’infanzia e al legame con la propria terra, la rievocazione non si abbandona ai toni patetici del rimpianto del tempo che fu o del lamento per le difficoltà della vita di allora. Se non è del tutto assente, è certo costantemente controllata la disposizione sentimentale dell’uomo che trasfigura i tempi e i luoghi della sua fanciullezza, come per cercarvi un improbabile confronto alle delusioni del presente. Ceppagna non è presentata nella dimensione idillica (e deformante) del luogo custode di virtú e solidarietà ormai tramontate, scenario di esperienze vissute su uno sfondo di armonie naturali e di semplici consuetudini.
Sintagmi della negatività scandiscono le pagine, a volte evidenziati dalla collocazione all’inizio del capitoli («Non c’era la televisione né i videoregistratori», «Non c’erano libri, in casa», «Ceppagna non ha avuto alcun peso nella storia dell’Universo, non ha influito sul cammino della civiltà, non ha dato i natali a uomini illustri…»). Ma, invece di sollecitare al compianto, il loro inserimento serve a ricreare una specifica realtà ambientale e, anzi, spesso si risolve nella proposta di una positività ritrovata anche fra tante privazioni. In precario equilibrio fra espansione affettiva e distacco testimoniale, il racconto mira a evitare gli opposti estremismi della mitizzazione del passato e della elegia dell’infanzia povera e infelice. Da un lato si colgono anche i risvolti negativi di una vita paesana contrassegnata da invidie, opportunismi, imbrogli, superstizioni, senza escludere nemmeno casi di crudeltà infantile, come quello dei ragazzi che ammazzano un gatto e se lo mangiano «a spezzatino». Dall’altro è sottolineata la «normalità» della mancanza di comodità e diversivi che, allora, prima della diffusione del consumismo, non potevano neppure essere concepite. A Ceppagna era normale non avere acqua in casa, e i ragazzi, in assenza di termini di confronto diversi dalla loro realtà abituale, si divertivano con i giochi per strada, non avvertivano lo squallore delle aule scolastiche, non sognavano modelli di vita introiettati da inesistenti mezzi di informazione («Ci sembrava normale che fosse cosí. Ci paragonavamo agli altri che incontravamo per strada, che erano sempre gli stessi, e non ai personaggi della televisione, che a Ceppagna arrivò molto tardi»).
A volte si coglie l’intento attualizzante di valutare sul metro del presente, cui si affianca il proposito di rivolgere alle nuove generazioni un invito alla riflessione e al confronto. Ma a prevalere è la prospettiva storicizzante, l’impegno a ricostruire la vita di allora con gli occhi e la mentalità dei ragazzo, anche se la dimensione memoriale tende naturalmente a trasformarsi in tensione conoscitiva, nel tentativo di finalizzare la riscoperta delle esperienze passate a una migliore conoscenza del presente. Di qui scaturiscono i brani riflessivi sull’ambiguità del progresso, sull’omogeneizzazione di gusti e linguaggi, sul dialetto locale (un dialetto «asciutto, rude, con poche vocali e molte consonanti», che significativamente ignora la parola “amore” e sostituisce “lavoro” con “fatica”). Non si tratta di antistorici vagheggiamenti di ritorno al passato, ma di inviti a una consapevolezza critica che, cogliendo anche i limiti della modernità, tenga al riparo da conformismi e facili mitizzazioni.
Con un tono insieme lucido e cordiale, Iannacone ripercorre momenti della sua infanzia e della vita di Ceppagna, villaggio di pastori e di emigranti, in cui l’economia domestica offriva rare opportunità di contatto con la città e le condizioni ambientali rendevano problematica la carriera scolastica dei ragazzi («Dei numerosi miei compagni delle elementari, nessuno è arrivato alla laurea, uno solo, credo, al diploma, pochissimi alla terza media. E comunque buona parte di essi ci arrivò in parecchi anni»). Un mondo in cui non esistevano o non erano avvertire le distinzioni sociali, tanto da attribuire il titolo onorifico di “don” a noleggiatori che solo di poco si sollevavano sullo stato di disagio collettivo, e in cui il primo delinearsi di un normativismo linguistico era contrassegnato dall’imposizione ai piccoli studenti di sostituire il tradizionale “tata” con un’espressione, “papà”, priva di risonanze storiche affettive. Sono stampe di tempi ormai remoti, spesso punteggiate di figure pittoresche che contribuiscono a ricreare mentalità e consuetudini e, quindi, evitano di cadere nella convenzione aneddotica di un macchiettismo provinciale (dai «baffi a manubrio» del nonno materno all’antimodernismo di chi si rifiuta di accettare l’ora legale o al beone che, in mancanza di vino, si adatta all’aceto).
Non una rievocazione sistematica e ordinata secondo un rigoroso criterio cronologico, ma, come è sottolineato anche nel titolo, un procedere erratico fra figure ed episodi che coniugano impegno documentario e valore emblematico. E la scrittura è limpida, lineare, con una essenzialità che rifugge tanto dalle ricercatezze letterarie e dalle complicazioni sperimentali come dagli esiti enfatici o patetici: una prosa funzionale alla pacata tensione dei ricordi e insaporita dallo studiato contemperamento di partecipazione affettiva e di risvolti ironici. È un modo per prendere le distanze dalla materia e neutralizzare eventuali derive sentimentalistiche, ma si tratta comunque di una ironia bonaria, sorridente, cordiale, che ignora le soluzioni sarcastiche e aggressive per risolversi in un’altra forma di compartecipazione alla vita di paese (il contenuto dei vasi da notte «sventagliati» dalle finestre e destinati a procurare «una doccia tiepida a qualche passante mattiniero»). Qualche termine dialettale è riportato per ricordare oggetti ormai disusati o per indicare sentimenti privi di corrispondenti espressioni in lingua, nella prospettiva di una realtà ambientale che trovava riscontro in uno specifico patrimonio espressivo. Ma in queste aperture idiomatiche si coglie anche la fisionomia dell’intellettuale da tempo impegnato nella difesa dell’esperanto e convinto della funzionalità di tale soluzione anche alla sopravvivenza di lingue e dialetti altrimenti destinati a morire.
A zonzo nel tempo che fu è un testo composito, che al tessuto memoriale affianca liriche, brani narrativi, articoli giornalistici, pagine di opere già pubblicate o ancora inedite, con una varietà di formalizzazioni attente piú a garantire la coerenza tematica che a sfumare i passaggi. Sembra che Iannacone abbia avvertito l’esigenza di sfruttare i diversi settori del suo impegno intellettuale, per offrire un quadro convincente del microcosmo paesano. Se le poesie servono a condensare in immagini reazioni emotive e modelli esistenziali, i brani riflessivi commentano e problematizzano spunti offerti dalla rievocazione di figure ed episodi del passato, cogliendone anche il valore emblematico o collegandoli al mondo attuale. E i racconti acquistano anch’essi una valenza documentaria, in quanto si propongono non come aneddoti coloriti o occasioni di svagato intrattenimento, ma come ulteriori tasselli di una condizione di vita, ricostruita attraverso esperienze di emigrazione (Le noci e la mela, L’urlo) o casi di superstizione ambiguamente oscillanti fra l’imbroglio e la possibilità di effettivi conforti (Il mago).

Tommaso Scappaticci

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Usciti gli atti del convegno “Umanità e Cultura in Amerigo Iannacone”

31 09pmMon, 27 Sep 2010 20:26:20 +00002692010 2008

Il 22 maggio 2010 si è svolto a Venafro il convegno sul tema“Umanità e Cultura in Amerigo Iannacone – Testimonianze per trent’anni di attività letteraria”, voluto da amici scrittori e poeti. sono ora usciti gli “Atti” nella collana “I colibrí” delle Edizioni Eva (pp. 80, € 10,00). Vi sono raccolte le relazioni di Carmine Brancaccio, Aldo Cervo, Ida Di Ianni, Rita Iulianis, Giuseppe Napolitano e Gerardo Vacana, oltre a una testimonianza di Carmen Proca e il testo del mio intervento. Riporto, qui di seguito, la nota introduttiva di Giuseppe Napolitano.

Alla boa dei sessanta

Allora uno chiama gli amici, per sentirsi meno triste, per avere parole di conforto alle quali aggrapparsi e sulle quali spingersi oltre la boa… Si fa cosí, gareggiando nella grande gara a tappe che è la vita, rilanciandosi ad ogni traguardo volante, ad ogni ripartenza di tappa in tappa, girando intorno alle boe che segnano i passaggi obbligati… e il traguardo (quello finale, quello vero) è ancora lontano – è l’unico traguardo che non ci si augura di raggiungere, non tanto presto, almeno! –: ci saranno altre boe da superare, e l’incoraggiamento di chi ci vuole bene è la forza che ci vuole.
Ma un convegno sulla produzione letteraria di trent’anni non è soltanto (lo è, ma non soltanto) un lasciapassare per il dopo che incalza, è anche il momento (necessario, di tanto in tanto) in cui ci si guarda indietro – perché non puoi andare avanti se non impari a conservare e rispettare il passato. Allora uno chiama gli amici e si fa dire a che punto è. Non che non si possa e non si sappia farlo da solo (quante volte ci si fissa nello specchio! si scopre il capello bianco, la ruga, si parla all’ombra che ci parla)… ma è importante che ci siano confronti, dai quali trarre spinte a nuove riflessioni, indicazioni per le nuove tappe sulla via di quel traguardo lontano… E gli amici, che sono tali se dicono la verità, aiutano a mettere ordine in quel che si fa.
Amerigo Iannacone, chi lo conosce lo sa, chi legge nelle varie forme in cui scrive quello che scrive e va pubblicando da tre decenni lo sa, è uno che i conti col tempo che passa li ha fatti spesso e non se ne è mai spaventato. È uno di quegli scrittori che sanno bene (e vogliono far capire che sanno) quanto sia facile e insieme difficile vivere e descrivere la vita. Se la vita – per un poeta – è la tensione a una vita ideale da mettere su carta affinché altri possano viverne, la poesia per Amerigo Iannacone è tale se nasce dalla vita e della vita si nutre e parla, e si fa riga di carne che la carta incide…
Gli amici sanno bene di cosa l’amico abbia bisogno, ma non è detto che poi davvero riescano a darglielo, sempre, come egli desidera. In questo caso, in questo convegno di testimonianze sulla produzione letteraria trentennale di Amerigo Iannacone, i sei amici chiamati a raccolta a Venafro in prossimità del sessantesimo compleanno dello scrittore, hanno saputo dare spessore critico ai loro interventi, evitando amicali compiacimenti e connivenze. Anche nel taglio a volte colloquiale – forse inevitabile, data la particolare atmosfera dell’occasione – è comunque possibile cogliere l’impegno a dare una chiave di lettura non provvisoria del tema trattato.
La pubblicazione di questi interventi vuole testimoniare l’importanza intrinseca dell’evento, la necessità del provvisorio ma qualificato redde rationem. Alla boa dei sessanta, dunque (e con trent’anni di attività nel vasto campo della letteratura, come autore multiforme e come critico, giornalista, editore), Amerigo Iannacone può ritenersi e dirsi soddisfatto: ha tanti amici pronti ad aiutarlo con i loro consigli, a battersi per lui, a sostenere le sue ragioni poiché sono le loro, sono quelle di tutti coloro che credono nei valori alti del messaggio letterario, e per quei valori credono che si debba lottare, per tessere insieme una rete di altri rapporti e costruire con la forza della parola una diga contro il dilagare del banale quotidiano.

Giuseppe Napolitano

“Il Foglio volante” di settembre

31 09amThu, 02 Sep 2010 05:13:45 +00002442010 2008

Nel “Foglio volante” di settembre, testi di Massimo Acciai, David B. Axelrod, Bastiano, Paolo Battista, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Claudio Carbone, Aldo Cervo, Mariano Coreno, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Tatiana Koroleva, Pietro La Genga, Mircea Oprită, Teresinka Pereira, Nicola Rampin, Fryda Rota, Gerardo Vacana, Irene Vallone.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto qui, di seguito, il mio pezzo di apertura e il breve testo della rubrica “Appunti e spunti”

Aiuto, ci stanno rubando l’identità

L’identità di un popolo si basa sulla peculiarità del territorio, sulle strutture architettoniche e paesaggistiche, sulle tradizioni, sugli usi e costumi, su molte altre cose e, soprattutto, sulla cultura e sulla lingua. Da un po’ di anni, con le multinazionali, con il soggiogamento fatto passare per apertura all’internazionalità, con il plagio e l’assoggettamento culturale, fatto in modo apparentemente indolore, soprattutto tramite i mezzi di informazione, l’identità si va sempre piú perdendo. Con l’accettazione supina, e spesso connivente, di chi invece dovrebbe avere uno scatto di orgoglio e difendere la propria identità.
Siamo sulla strada di un mondo omologato e mecdonaldizzato, dove non c’è praticamente differenza tra i prodotti di un centro commerciale di Roma, uno di Parigi, uno di New York, uno di Pechino. Le multinazionali combattono contro di noi una guerra sottotraccia, non con le armi, ma con l’anestetizzante della pubblicità. E siamo ormai in un mondo dove si impongono mode, prodotti, linguaggi preconfezionati che fagocitano il preesistente
Se andate a Valmontone, nei pressi di Roma, trovate una cosa che si chiama “Fashion District: Valmontone Outlet”: in italiano c’è solo il nome “Valmontone”, che evidentemente non hanno saputo tradurre, e poi c’è la specificazione: “Il più grande network italiano di Outlet”. Chi oserebbe dire “rete”, “catena” di negozi? Nessuno vuol sembrare un provinciale. Invece vuoi mettere “network”? È tutta un’altra cosa.
Ci andai insieme con mia figlia qualche anno fa, quando aveva da poco aperto e la parola “outlet” non era ancora diffusa (ma vedente come avanza rapida l’imbarbarimento linguistico!). Provammo a chiedere a piú di uno, commesse e proprietari, che cosa significasse la parola “outlet” e solo dopo numerosi tentativi senza risultato, ci diede la spiegazione un giovane commesso: «Significa che compri ’a robba e ’a paghi de meno». Ora il termine “outlet” lo trovo anche nel vocabolario, che mi dice: “forma abbrev. di factory outlet” e a “factory outlet” precisa che significa “vendita aziendale”. Ma chi mai direbbe “vendita aziendale” o qualcosa di simile: rischierebbe di farsi capire da tutti.
I centri commerciali sono ormai diventati anche siti dove trascorrere un’inutile domenica. In un tale “non-luogo”, fatto di colori e suoni frastornanti, intruppato in una folla anonima, sei sempre piú solo. E perdi non solo l’identità, ma anche la coscienza dell’identità perduta.

Amerigo Iannacone

Allarme lingua

Non sono solo le specie animali e vegetali a rischiare l’estinzione: sono in via estinzione circa tremila parole della nostra lingua. L’allarme è lanciato dal vocabolario Zingarelli 2010. Intanto vengono coniati, sempre piú spesso, superflui, bruttissimi, neologismi, per lo piú di provenienza straniera, imposti in nome di un malinteso senso di modernità.
In televisione, sui giornali, nella scuola, nelle sedi ufficiali, un italiano sempre piú degradato. Troviamo neologismi inutili, anglo-americanismi ingiustificabili, sbandierati come ammodernamento linguistico. E c’è forse da meravigliarsi se le lingue di lavoro dell’Unione Europea non contemplano l’italiano?
Andrebbe riconsiderato il prezioso patrimonio della nostra lingua e andrebbe riproposta la Storia della lingua italiana (Sansoni 1960) dell’italianista ed esperantista Bruno Migliorini, dove il neopurismo viene definito «tendenza a escludere dalla lingua quelle voci straniere e quei neologismi che siano in contrasto con la struttura della lingua, favorendo, invece, i neologismi necessari e ben foggiati».
Qualcuno come il Comitato “Allarme lingua” (http://www.allarmelingua.it) prova a dire la sua. Già nel 2004 si faceva promotore di un “Disegno di legge per la difesa dell’italiano”. Ma sembra una vox clamans in deserto.

Amerigo Iannacone