«I poeti hanno tracciato nei secoli una storia di civiltà» Intervista di Carina Spurio

Nei siti
http://www.teramani.net/public/post/carina-spurio-intervista-amerigo-iannacone-393.asp#more e
http://www.portalemarche.eu/leggi-news.asp?titolo=Amerigo-Iannacone-intervistato-da-Carina-Spurio
è stata pubblicata una mia intervista rilasciata a Carina Spurio.
La riporto qui di seguito.

Intervista ad Amerigo Iannacone
«I poeti hanno tracciato nei secoli una storia di civiltà»
di Carina Spurio

D.: La poesia prende corpo dalla rabbia, dal dolore, dalla gioia. La sua da dove nasce?
R.: Premetto che la poesia non si scrive quasi mai su temi programmati, ma nasce generalmente da un’emozione, da un ricordo, da un’intuizione improvvisa. Se prendo in esame i miei libri di poesia, una decina, e cerco di guardami come dall’esterno, posso dire che, sì, certo, ci sono il dolore (piú spesso) e la gioia (piú di rado). C’è anche la rabbia, che spesso si trasforma in ironia o in frecciate avvelenate, come succede negli epigrammi, buona parte dei quali raccolti nel volumetto Versetti e versacci. Ma devo dire che nella mia poesia c’è anche una nota malinconica che nasce, forse, da un profondo senso di solitudine esistenziale, nasce dal mistero del nostro viaggio effimero, dalla consapevolezza dell’ineluttabilità del tempo che passa (Ruit hora). Ci sono poi testi nati dall’osservazione delle piccole cose, della natura (la poesia lirica, gli haiku). E vi si possono trovare altri temi.
D.: Nella sua silloge poetica dal titolo “Luoghi” (Ed. Eva, Venafro 2009, pp. 48), ha creato una lirica romantico-verista imbevuta di ricordi e di memorie.
R.: Ho raccolto nel libro i componimenti dedicati ai luoghi del cuore, ma anche, soprattutto, i luoghi dove mi hanno portato le amicizie letterarie. Una sorta di rete di amici poeti, scrittori e artisti che si è venuta creando negli anni. Se Lei parla, forse esagerando un po’,  di «una lirica romantico-verista imbevuta di ricordi e di memorie», lo prendo per buono e, in un certo senso, devo dire che mi ci riconosco. Ma mio intento, come dico nella nota introduttiva, era quello di fare un omaggio a poeti e scrittori amici e ai loro luoghi, ed è per questo che, forse con un po’ di millanteria, ho parlato di “geografia poetica”.
D.: La sua Poesia è materica, accoglie luci, colori e città e in panorama realistico si armonizza al senso di stupore infantile. Venafro l’ha visto crescere «disordinato e indeciso», e lei, l’ha vista crescere «disordinata e anonima»… Qual è il rapporto con la sua città?
R.: Come spesso succede, è un rapporto di amore-odio. Amore per tutti gli angoli del paese, i posti, le case, i campi, i vicoli, le strutture, i momenti di vita, belli o brutti che siano, gli affetti familiari, gli amici, le abitudini quotidiane, i ricordi; odio per le cose che non vanno come dovrebbero andare, per il degrado fisico e anche morale e perfino antropologico cui si assiste. E non solo a Venafro, per la verità.
D.: Il Poeta è anche lettore?
R.:Il poeta è, deve essere, lettore prima che poeta. Lettore onnivoro magari, ma con particolare attenzione ai migliori poeti della nostra tradizione letteraria. Sia per la gratificazione personale che la lettura può dare, sia per potere, per cosí dire, acquisire il mestiere. Perché forse è anche vero che poëta nascitur, cioè che la sensibilità poetica è innata, ma con la lettura si affina. Inoltre i mezzi tecnici, la capacità di padroneggiare il materiale linguistico si acquisiscono con la lettura, prima che con la scrittura. Ma la lettura, se diventa abituale, è soprattutto piacere.
D.: Cosa pensa dei Poeti?
R.: Ovviamente ne penso bene. I poeti vedono le cose filtrate attraverso la loro sensibilità ed è come se i sentimenti si vedessero attraverso una lente di ingrandimento e diventano in un certo senso la coscienza di un popolo. Si può dire che i poeti hanno tracciato nei secoli, da Alceo e Saffo ai nostri giorni, quella che potremmo definire una storia di civiltà, in qualche modo parallela a quella fatta di guerre, di conquiste, di sopraffazioni.
D.: Che cosa la spaventa di piú nella vita?
R.: Non parlerei di spavento, ma piuttosto di inquietudine. Forse il mistero, che m’inquieta e al tempo stesso mi intriga.
D.: Una data molto importante?
R.: Due date importanti sono quelle di nascita dei miei figli. Un’altra potrebbe essere –ma non so se in positivo o in negativo – quella della pubblicazione del mio primo libro, trent’anni fa.
D.: Un libro…
R.: I libri, tanti, tutti. Dovrei fare un lungo elenco. Ma uno che mi ha toccato molto, nella mia adolescenza, è l’Oscar di Tutte le poesie di Quasimodo e in particolare i tre versi del testo “Ed è subito sera”. Per la prosa, hanno significato molto per me i classici russi, francesi e americani dell’Ottocento, letti sempre negli anni della mia adolescenza, quando cominciavano a uscire in edicola in edizione economica. In particolare L’uomo che ride di Victor Hugo, Delitto e castigo di Dostoevskij e i racconti di Edgar Allan Poe.
D.: Un ricordo…
R.: Il primo amore. È banale?
D.: Nuovi progetti?
R.: Tanti, ma non so quanti (e se) saranno davvero realizzati. Ho nel computer una cartella che si chiama “Lavori in corso” e vi sono una dozzina di titoli. Tra i lavori (perennemente) in corso, un repertorio-antologia di poeti molisani, uno sui personaggi illustri di Venafro. E poi continuo a scrivere in poesia e in prosa: testi che prima o poi saranno raccolti in volume e dati alle stampe.

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