Archive for gennaio 2011

Premio “Libero de Libero”

31 01pmSat, 29 Jan 2011 17:34:11 +0000282011 2008

Il 12 dicembre 2010 mi è stato assegnato a Fondi (Latina) il Premio “Libero de Libero” per la silloge inedita “Poi”, che sarà pubblicata dall’organizzazione del Premio nelle Edizioni Confronto. Nella foto il momento della consegna del premio da parte del sindaco Salvatore de Meo.

“Il Foglio volante” di febbraio 2011

31 01pmSat, 29 Jan 2011 16:58:07 +0000282011 2008

Nel numero di febbraio del “Foglio volante”, piú consistente del solito (12 pagine), compaiono testi di Bastiano, Paolo Battista, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre, Fabiano Braccini, Ferruccio Brugnaro, Giuseppe Campolo, Claudio Carbone, Aldo Cervo, Max Condreas, Mariano Coreno, Alessandro Corropoli, Carla D’Alessandro, Filippo De Angelis, Lino Di Stefano, Maria Francesca Iachetta, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Salome Molina Lopez, Franco Orlandini, Silvana Poccioni, Paolo Ruffilli, Marco Scalabrino, Adolf P. Shvedchikov, Andrea Tosto De Caro, Gerardo Vacana.
Chi desideri ricevere copia saggio, ce la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riporto, di seguito, il testo di apertura, su Sinisgalli, a firma di Franco Orlandini, e una poesia di Gerardo Vacana.

A trent’anni dalla morte del poeta
Leonardo Sinisgalli e suo padre

Leonardo Sinisgalli (l908-1981) nacque in Basilicata, a Montemurro (prov. di Potenza). Come tanti altri giovani del Sud, egli aveva abbandonato, nel 1926, il paese; aveva frequentato l’università a Roma, laureandosi in ingegneria. Visse poi tra Milano e Roma, dove si occupò di architettura, di grafica e pubblicità. Mantenne però sempre vivo il legame con la terra natale. “Cercar scampo e riposo / nella mia storia piú remota”, si legge, infatti, nella raccolta “Vidi le Muse” (Milano,1943). Di questa silloge fa parte la poesia dal titolo “A mio padre”.
A tal riguardo, lo stesso Sinisgalli ha fatto conoscere: «Mettere in piedi una famiglia come la nostra, di cinque femmine e due maschi, è costata parecchia fatica al padre e alla madre. Mio padre è stato in America in due riprese. fino all’ultimo ha lavorato e sudato.”[1]
Il giovane poeta, in un momento di nostalgia, nel ripensare, appunto, a suo padre, ha immaginato di rivederlo nel suo ambiente, nell’ora del consueto ritorno dalla vigna, quando il fresco venticello serale reca l’odore dei campi, che aderisce all’abito da lavoro. L’uomo ha il cappello di paglia macchiato dal verderame che ha dato alle viti. Sbuca dal sentiero, da solo, tenendo in mano un mazzo di rape, che poi scuote in una vasca, per liberarlo un po’ dalla terra. E terriccio umido copre le sue scarpe. Procedendo oltre si ferma presso una fonte, a scambiare qualche parola con l’ortolano, che, lí vicino, sta sradicando i finocchi.
Ma, a poco a poco, la cara figura s’allontana, si fa sfocata; diventa soltanto un punto all’orizzonte…
Allora il giovane esprime la possibilità, la speranza (pur se è già certezza in cuor suo…) che anche suo padre, mentre sta presso la fontana, ripensando a lui, al figlio lontano, abbia negli occhi un lampo di commozione: «Forse la sua pupilla / si accende questa sera / accanto / alla peschiera / dove si asciuga la fronte.»
*
Sinisgalli ci ha posto dinnanzi un quadretto privo d’ogni elemento esornativo; ci ha fatto, tuttavia, intuire teneri sentimenti, con gran naturalezza.
Egli, che aveva accolto l’influsso di Ungaretti e di altri ermetici, ha detto: «Se un merito hanno avuto i poeti della mia generazione, è quello di aver considerato la retorica un’operazione indegna.»[2]
Non è, d’altra parte, indulgere alla retorica – anche dopo aver conosciuto il padre del poeta – il richiamare la figura tradizionale dell’agricoltore, con la sua esistenza laboriosa e onesta; semplice, eppur contraddistinta da antica saggezza.

Franco Orlandini

[1] Nell’“Antologia popolare di poeti del Novecento”, Vallecchi, 1973.

[2] Ibidem.

 

 

Esistere è resistere

Esistere è resistere.
Sempre.
Non solo all’occupante.

Resistere anche in pace:
ai mali al male.
Vita natural durante.

30.8.1990

Gerardo Vacana
Gallinaro (Frosinone)

Rocco Scotellaro, poesia e partecipazione

31 01amTue, 11 Jan 2011 08:35:44 +0000102011 2008

Prima di tutto voglio dire perché, aderendo alla richiesta di Virginia Ricci di tenere una conferenza, ho pensato di parlare di Rocco Scotellaro. E dico anche che la mia non sarà una conferenza da critico letterario, ma piú semplicemente la chiacchierata di un lettore.

Ho pensato a Scotellaro intanto perché è un poeta del Sud e i poeti del Sud vengono spesso emarginati, se non bistrattati, dalla critica accademica ufficiale e dalla grande editoria, che gravita – con qualche rara eccezione – intorno a Milano e a Torino. Sono uscite storie della letteratura e antologie della poesia del Novecento in cui lo spazio dedicato ai poeti dell’Italia meridionale, diciamo da Roma in giú, è limitatissimo. Antologie in cui mancano poeti come Libero De Libero e che persino a Quasimodo dedicano poche righe, magari prendendolo in considerazione solo come traduttore dei lirici greci.

E Scotellaro è poeta spesso dimenticato o sottovalutato, se non addirittura rimosso. Raramente si trova nelle antologie scolastiche e sono parecchi i critici, anche notevoli, che non lo hanno preso.

Direi poi che considero Scotellaro poeta attuale e questo ci dice che è un grande poeta. La vera poesia è sempre attuale. È attuale la poesia di Saffo e Alceo, che scrivevano ventisette secoli fa. Perché parlano alla nostra capacità di provare sentimenti, che non è mai cambiata.

Direi poi che Scotellaro è un poeta vicino a noi molisani, perché la realtà della terra lucana degli anni Quaranta/Cinquanta era in tutto e per tutto simile a quella molisana, con la stessa vita agro-pastorale, con problemi analoghi e persino con territorio e paesaggio simili.

Altro motivo che mi ha fatto pensare a Scotellaro è che è assolutamente sorprendente come uno che è morto a soli trent’anni abbia potuto dare tanto in campi diversi, nelle letteratura come nella politica, come nel sindacato, nel sociale, nella solidarietà. E, in questo senso, ritengo possa essere preso ad esempio dai giovani dei nostri giorni.

Penso poi che si capisca perché il mio intervento porta come titolo “Scotellaro, poesia e partecipazione”. La parabola esistenziale di Scotellaro fu breve ma particolarmente intensa, ricchissima di attività e di interessi: non stette a guardare ma partecipò alla vita politica e sociale, del suo paese e non solo.

Rocco Scotellaro, è, con Leonardo Sinisgalli e Albino Pierro, tra le voci poetiche piú alte della Basilicata (e – direi – anche di tutto il Sud). Sono tutti e tre poeti che io amo molto e che sento molto vicini. Sia pure con qualche difficoltà di comprensione per la poesia di Albino Pierro, la cui produzione è quasi tutta dialettale e in un dialetto, quello di Tursi, cittadina piccola e periferica.

Voglio leggere una sua poesia, scritta stavolta il lingua.

“Morire al canto dei grilli”: «Rivedo il torrente asciutto del mio paese / con quelle pietre cosí bianche e cosí grandi / con quelle colline cosí scarne / piú del dolore odiato dagli uomini, / e quelle canne una qua una là / sotto i ponti diruti / sorpresi dalla luna che sbucava da un crepaccio, / cuore della terra divenuta cadavere. // Oh, morire al canto dei grilli in una sera d’estate / Impercettibile filo di luna / fra le colline azzurre del mio paese.»

Consentitemi di leggere anche un paio di testi di Leonardo Sinisgalli, che era poeta molto amato anche da Scotellaro. “Lucania” è probabilmente il testo piú noto, e anche piú lungo. A leggerlo, vi pare che stia parlando del nostro Molise.

«Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi, / a chi scende per la stretta degli Alburni / o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra, / al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte / con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato, / a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme / negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante / la Lucania apre le sue lande, / le sue valli dove i fiumi scorrono lenti / come fiumi di polvere. // Lo spirito del silenzio sta nei luoghi / della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto, / sofistico e d’oro, problematico e sottile, / divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio / nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce / con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati. // Il sole sbieco sui lauri, il sole buono / con le grandi corna, l’odoroso palato, / il sole avido di bambini, eccolo per le piazze! / Ha il passo pigro del bue, e sull’erba / sulle selci lascia le grandi chiazze / zeppe di larve. // Terra di mamme grasse, di padri scuri / e lustri come scheletri, piena di galli / e di cani, di boschi e di calcare, terra / magra dove il grano cresce a stento / (carosella, granturco, granofino) / e il vino non è squillante (menta / dell’Agri, basilico del Basento) / e l’uliva ha il gusto dell’oblio, / il sapore del pianto. // In un’aria vulcanica, fortemente accensibile, / gli alberi respirano con un palpito inconsueto; / le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo. / Cumuli di macerie restano intatte per secoli: / nessuno rivolta una pietra per non inorridire. / Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico. / Solo un ragazzo può sporgersi agli orli / dell’abisso per cogliere il nettare / tra i cespi brulicanti di zanzare / e di tarantole. // Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse. / tornerò senza colpe a battere il tamburo, / a legare il mulo alla porta, / a raccogliere lumache negli orti. / Vedrò fumare le stoppie, le sterpaie, / le fosse, udrò il merlo cantare / sotto i letti, udrò la gatta / cantare sui sepolcri?»

Un’altra poesia. Titolo “A mio padre”: «L’uomo rimasto solo / a tarda sera nella vigna / scuote le rape nella vasca, / sbuca dal viottolo con la maglia / macchiata di verderame. // L’uomo che porta cosí fresco / terriccio sulle scarpe, odore / di fresca sera nei vestiti / si ferma a una fonte, parla / con l’ortolano che sradica i finocchi. // È un uomo, un piccolo uomo / che io guardo di lontano: / è un punto vivo all’orizzonte. // Forse la sua pupilla / si accende questa sera / accanto alla peschiera / dove si bagna la fronte.»

Mi sembra di rivedere mio padre. Ma, vedete, uno dei motivi per cui la poesia si differenzia dalla prosa è che la prosa dice tutto, è scrittura in qualche modo oggettiva. Lo scrittore trasmette, il lettore riceve. La poesia invece si completa con il lettore. È un linguaggio ellittico, condensato, e il lettore deve filtrare la poesia attraverso la propria sensibilità e la propria esperienza. In qualche modo, nella lettura e nel lettore, la poesia deve rinascere. E il lettore se ne appropria.

Io vedevo mio padre tornare dalla vigna con la giacca macchiata di verderame e riconosco nel ricordo di mio padre il padre di Sinisgalli. Ma io credo che anche Giuseppe Napoletano, che non ha mai visto il padre – che era un preside, oltre che un notevole poeta – con la giacca macchiata di verderame, ritrova la figura del padre di Sinisgalli, nel suo immaginario, magari mutuando dai racconti del padre, oppure dai contadini che ha avuto modo di incontrare andando a Casale di Carinola.

E veniamo al nostro autore.

Rocco Scotellaro nacque a Tricarico, un paese di montagna in provincia di Matera, il 19 aprile 1923 da una famiglia di artigiani: il padre era calzolaio, la madre sarta-casalinga e “scrivana” del vicinato. Frequentò le scuole elementari a Tricarico e per continuare gli studi si trasferí a Sicignano degli Alburni (in provincia di Salerno), Convitto Serafico dei Cappuccini, e poi a Cava dei Tirreni. Nonostante l’interruzione, il soggiorno dai frati segnò la formazione morale e arricchí la sua conoscenza dei classici. Il curricolo scolastico fu caratterizzato poi da un continuo peregrinare a Matera, Tricarico, Potenza, Trento, dove, nel 1940-41, frequentò la seconda liceo e nel contempo conseguí la maturità classica. Lí intanto, a Trento, prese i primi contatti col socialismo e pare che nel novembre 1940 sia stato espulso dal liceo-ginnasio per aver partecipato a una manifestazione antifascista.

Nel 1942 si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma ed ebbe un posto di istitutore in un collegio di Tivoli; la guerra e la morte del padre (14 maggio 1942) lo costrinsero a rientrare al paese e a cambiare università, prima Napoli e poi Bari. Il diretto contatto con la drammatica condizione dei contadini lucani faceva maturare la sua adesione al PSI, che avvenne il 4 dicembre 1943. Attivo membro del Comitato di Liberazione a Tricarico, svolse per tre anni un intenso lavoro sindacale e politico culminato nella sua elezione a sindaco nelle Amministrative del 1946, quando guidò una lista unitaria di sinistra che aveva come simbolo un aratro. Significativo anche questo. Fu in occasione della campagna elettorale per la Repubblica che, nel maggio 1946, conobbe due persone che possono essere considerati suoi amici-maestri e a cui rimase profondamente legato fino alla morte: Manlio Rossi-Doria e Carlo Levi. Levi, come si ricorderà era stato confinato dal fascismo a Matera e da questa sua permanenza nella città dei Sassi nacque il suo Cristo si è fermato a Eboli, dove è evidente il grande amore per il Sud di uno che era nato e vissuto a Torino.

Nel gennaio 1947, Rocco, nominato dal partito ispettore regionale per il lavoro giovanile in Basilicata, impostò un’energica azione organizzativa e di rinnovamento per rimuovere le incrostazioni e l’immobilismo della vecchia classe dirigente locale. Fu presidente di un ospedale civile (inaugurato a Tricarico nell’agosto 1947) che rappresenta – come è stato scritto – “un mirabile esempio della capacità autonoma e realizzatrice di un comune”. La “pozzanghera nera e il 18 aprile”, per usare le parole di Rocco (il 18 aprile si intende del 1948, che vide la sconfitta del Fronte popolare) e il logoramento interno della maggioranza coinvolsero anche l’amministrazione di Tricarico ma le elezioni furono ripetute in novembre e Scotellaro fu riconfermato sindaco.

Fondamentale per la sua formazione fu la collaborazione data al sociologo americano George Peck, che scelse Tricarico come modello per un’indagine su una comunità tipica dell’area contadina meridionale, e al sociologo tedesco Frederic Friedmann, che riconosce Matera come luogo esemplare, modello del mondo rurale. Rocco lo accompagnò per i paesi della Basilicata alla ricerca di un campione ideale per la sua indagine sul mondo contadino. Determinante anche il legame con il “Movimento di Comunità” di Adriano Olivetti, dal quale per un certo periodo Scotellaro ricevette un contributo a metà strada fra il sussidio e la borsa di studio.

Nel novembre 1949, a Macerata, in occasione di un convegno su “La cultura nelle province”, il nostro poeta portò un importante contributo al dibattito in aperta polemica con Ugo Betti e poté stringere utili contatti con altri scrittori, tra i quali Michele Prisco.

Il momento epico dell’occupazione delle terre vide Scotellaro protagonista appassionato e tuttavia pensoso; fu membro, fra l’altro, del Comitato regionale dell’Assise per la rinascita del Mezzogiorno.

L’8 febbraio 1950, a seguito di una denuncia anonima, Rocco fu arrestato per un preteso delitto di concussione riguardo a fatti che risalivano all’agosto 1947 e al febbraio 1948; il 24 marzo 1950 la Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Potenza non solo lo prosciolse e ne ordinò la scarcerazione “per non aver commesso il fatto” e “perché il fatto non costituisce reato”, ma parlò chiaramente di “vendetta politica”.

Nel maggio 1950 si dimise dalla carica di sindaco nella quale era stato presto reintegrato dopo il carcere, e partí da Tricarico per Roma dove lavorò per qualche mese da Einaudi. Manlio Rossi-Doria lo chiamò successivamente a Portici presso l’Osservatorio di Economia Agraria, dove Scotellaro partecipò alla stesura degli studi preliminari del Piano regionale della Basilicata, commissionato dalla SVIMEZ, curando la parte relativa ai problemi igienico-sanitari, l’analfabetismo e la scuola. Nel 1952, per fedeltà verso i suoi contadini, nonostante l’atteggiamento critico nei confronti del PSI materano, accettò la candidatura per la provincia alle elezioni di maggio, senza tuttavia riuscirvi. Agli inizi di dicembre dello stesso anno, per verificare sul posto gli effetti della Riforma Agraria, fece un viaggio in Calabria con Carlo Levi, la cui esperienza è condensata in una quindicina di cartelle di preziosi appunti.

Nel gennaio 1953 rispose con vivo interesse ad una proposta del pedagogista Ernesto Codignola che nel dicembre lo aveva invitato a collaborare a “Nuova Repubblica” onde gettare le basi per «schieramenti nuovi, piú aderenti alla realtà della situazione italiana che non lo siano i vecchi strumenti partitici spesso consunti e corrotti»; e partecipò a un convegno promosso a Pisa dai gruppi toscani di “Giustizia e Libertà” (con Carlo Cassola, il filosofo Aldo Capitini e altri) che si proponevano di creare uno spazio reale di alternativa democratica.

Il 13 maggio l’editore Vito Laterza gli propose di scrivere un libro sulla cultura dei contadini meridionali e a tale lavoro Rocco dedicò intensamente gli ultimi mesi della sua vita.

Morí a Portici, nel pieno degli anni e della sua attività di scrittore, il 15 dicembre 1953. Si ritenne per un infarto, ma Aristide La Rocca, medico e studioso di Nola, che organizzò nel 1984 un Convegno di studi sul poeta, in quella occasione spiegò e dimostrò che «Rocco Scotellaro è morto, molto verosimilmente, per un’emorragia cerebrale da rottura di aneurisma».

Tutte le opere di Rocco Scotellaro sono state pubblicate in volume, postume. In vita erano apparsi suoi testi solo in riviste.

Per la poesia, ci ha lasciato due raccolte: È fatto giorno, uscita nel 1954 con Prefazione e a cura di Carlo Levi, e Margherite e rosolacci, uscita nel 1978, a cura di Franco Vitelli e con la Prefazione di Manlio Rossi-Doria. Per la narrativa, il romanzo autobiografico incompiuto L’uva puttanella, pubblicato nel 1955 e i racconti Uno si distrae al bivio del 1974, con prefazione di Carlo Levi. Per la saggistica, l’inchiesta-dossier Contadini del Sud (1954), rimasta abbozzata. Infine, alcuni drammi riuniti sotto il titolo Giovani soli (a cura di Rosaria Toneatto, 1984).

Diversi e importanti i riconoscimenti letterari assegnati – in vita e post mortem – a Rocco Scotellaro: Premio de l’Unità (1947), Premio Roma (1949), Premio Cattolica per la poesia dialettale (1951), Premio Monticchio (1952), Premio Borgese (1953), Premio S. Pellegrino per Contadini del Sud (1954), Premio Viareggio per È fatto giorno (1954).

Ricchissima la bibliografia su Rocco Scotellaro e non starò ad elencarla, ma non posso fare a meno di parlare del volume Rocco Scotellaro oltre il Sud, uscito nelle nostre Edizioni Eva nel 2003, cinquantenario della morte e ottantesimo anniversario della nascita. Il volume è curato da Francesco De Napoli, che vive a Cassino dall’età di quattro anni, ma è nato in Basilicata, a Potenza. Il titolo “Rocco Scotellaro oltre il Sud” vuole rivendicare ed evidenziare la valenza nazionale della poesia di Scotellaro, che qualcuno vorrebbe considerare in qualche modo localistica.

«A distanza di mezzo secolo dalla scomparsa di Rocco Scotellaro, – scrive De Napoli – un esame sereno, scrupoloso ed obiettivo della sua produzione consente di apprezzarne finalmente in pieno non soltanto il talento e il valore complessivo, ma soprattutto la dirompente attualità, considerando che, nel frattempo, nessuno dei problemi socio-economici della realtà meridionale è stato adeguatamente affrontato e risolto.

«Né è pensabile mettere in discussione – in alcun modo – l’eccezionale portata sostanziale della sua produzione. Persino certe commiserate atmosfere “precristiane” o “pagane”, a mio avviso, esercitano un assoluto richiamo, provocatorio ed esplosivo, se rapportate all’insopportabile olezzo di ceri e di incenso di tanta parte della produzione letteraria di casa nostra».

E vorrei concludere, prima di leggere alcuni testi del poeta, con due stralci di giudizi critici. Il primo di Maurizio Cucchi: «[…] Una cantabilità sensuale, ariosa, mossa da una fresca spinta vitale. […] Scotellaro sa essere popolare e raffinato, con molti esiti felici, sia in È fatto giorno come nell’altra raccolta Margherite e rosolacci uscita nel ’78, dove è piú evidente un estro riconducibile a un surrealismo meridionale. La vera originalità e l’impronta piú netta di Scotellaro non è tanto nella bellezza musicale di certi suoi versi, quanto nella ruvidezza dei toni e nelle immagini di altre sue poesie, piú spigolose, dissonanti, con improvvisi scarti prosastici interni, con l’uso di una sintassi volutamente elementare, con violenza espressiva e tagliente: poesie composte con materiali poveri e con umili presenze umane dai contorni marcati.» (da Diario di Poesia, 1 settembre 2003).

Il secondo è di Eugenio Montale: «Bisogna affrettarci a riconoscere che in Rocco l’accento non batte sulla letteratura, ma sulla vita: e che hanno ragione i suoi ammiratori quando esaltano la sua figura di uomo nuovo, bruciato da una breve ma intensa vita di umana partecipazione ai problemi di una civiltà (la civiltà contadina) alla quale egli fermamente credeva. […] Egli ha potuto lasciarci un centinaio di liriche che rimangono certo tra le piú significative del nostro tempo. […] In lui l’impasto tra la vena che direi internazionale e la vena popolare hanno trovato un’insolita felicità d’accento».

Ed ora vorrei farvi ascoltare alcuni testi. Comincerei con uno stralcio da L’uva puttanella:

Andai a scuola a Santa Croce, nel vecchio monastero delle Clarisse. C’erano solo due aule, tutte le altre erano ai piani sopra e a queste si entrava dall’ingresso principale del Convento, dove c’era piú folla di bambini e i maestri si vedevano venire a uno a uno facendosi largo; noi, invece, di Santa Croce avevamo il boschetto di acacie sulla scarpata, uno spazio di argilla e le rocce ai piedi della torre, dove le donne venivano per asciugare i panni; esse rimanevano libere e contente, noi ci succhiava la porticina entro le mura.

Il maestro si chiudeva per ore in un alone sulla cattedra e noi lo tenevamo lí come un santo tra le candele che i nostri occhi accendevano al suo lato. Ero ai primi banchi come tocca ai bravi e ai figli degl’impiegati e dei signori, i soli che potevano portare i capelli. Ero rasato come gli altri, portavo la borsa di pezza come gli altri, solo che io stavo ai primi posti. Costantino si alzava dal banco e seguito, ogni giorno, dalla metà della classe, all’aprirsi delle lezioni, muoveva verso la cattedra a porgere le mani per le spalmate. — Chi non sa le lezioni se ne venga — chiedeva il maestro dopo la croce e il Padre nostro. Costantino con una spinta ai muscoli delle natiche, veniva fuori, e poi gli altri. Poi cominciavano le lezioni e l’alone si accendeva.

Talvolta il maestro chiamava un nome e noi tutti a voltarci verso gli ultimi banchi: Martoccia dalle orecchie di asino, dalla faccia a scheletro si levava piano, chiudeva le labbra che sempre pendevano e i suoi occhi erano spenti. — Hai la faccia pulita? — Andava da lui, gli tirava le orecchie, gli spiava dentro fino all’arrivo della spazzina di scuola con la bacinella, il sapone e la tovaglia. Se lo metteva sotto, quando la spazzina lo aveva lavato, con la testa tra le gambe, gli apriva le brache e lo colpiva con la bacchetta. A ridere noi tutto il tempo. La bacchetta aveva la forma di un cucchiaio piatto, era annerita alla punta e all’impugnatura come colorata, come un pupazzo vestito.

L’inverno era piú oscura la scuola, Martoccia e Costantino andavano a prendere il braciere dal fornaio che era nero e spento all’aria e che in scuola si accendeva. Aspettando l’apertura nello spiazzo coperto di neve ci lasciavamo andare, di peso, a capo indietro, per vedere, alzandoci, le nostre fotografie. La primavera crescevano l’erbe tra i muri e cominciavano le guerre. Gli altri alunni delle scuole di sopra si facevano trovare sulla roccia e ci prendevano a sassate, la mia classe ebbe molti feriti e una volta, rimasto solo, vidi una nuvola di pietre che mi scendeva avanti. Poi mi presero prigioniero; fui liberato dai miei che si erano nascosti dietro la chiesa e furono furbi perché fecero scendere i nemici dalle loro posizioni alte, e io avevo pensato che mi tradissero.

A casa ritornai sempre salvo, ma trovando verdura non mangiavo e mi veniva da piangere e sbattevo per terra perché la libertà dopo la scuola, la corsa fino a casa, la gioia erano troppo belle e la verdura cosí fetente. Allora uscivo nelle strade a trovare i compagni e mangiavo un pezzo di pane sul tardi e bastonavo le mie sorelle per la rabbia facendole correre attorno al tavolo.

Sapevo scrivere alla 5ª, e mio padre mi dettava le cartoline alle ditte: voleva la suola, le tomaie, i bottoni: parlava di tratte ed effetti, io non capivo il senso e tenevo alta la penna mentre lui si vantava della sua prima elementare.

Io nacqui e aprii gli occhi e fissai i ricordi la prima volta che mio padre andava al negozio di cuoiami con i discepoli e i lavoranti, mio nonno mi legava le scarpe e un cane rossastro mi portava addosso, che si chiamava Garibaldi. Ero la peste di San Vito nel vicinato, sempre a strillare e tirar sassi, a dirigere le bande e le corse, a far il rumore nella chiesa tirando calci ai confessionali la notte del venerdí santo, quando si smorzano la luci e Gesú muore e la terra deve tremare.

C’era attaccato alla casa di don Giovanni un giardino, il muro era alto sulla strada, e non c’era altro che un albero in quel recinto. Di fronte erano i balconi del notaio e di fianco la porticina d’ingresso di don Giovanni: solo di là si vedeva quella terra e il tronco dell’albero. Dalla strada si vedeva la chioma e delle palline rosse, rugose, talvolta cadevano: erano le giuggiole, sapevano dolci. Non stette piú in pace quell’albero: da un angolo con le pietre taglienti si miravano i rami, qualche giuggiola saltava sulla strada per noi.

I lavoranti di mio padre mi chiamavano Pulce rossa, volevano l’acqua da bere, io portavo il bicchiere grosso e ci mettevo il sale. Nelle vacanze addrizzavo i chiodi storti o uscivo con altri a trovare le suole vecchie all’immondezzaio, che mio padre usava al posto del cartone per le scarpe quando s’informano. Le mie sorelle e mio fratello Nicola si mettevano al banco quando mio padre andava in campagna. Nicola suonava il mandolino e aveva la testa per aria. Mi disse di rimanere in bottega per un po’ in sua vece, mi sentii padrone la prima volta di quei segreti, delle carte, della bilancia, dei tiretti. Non venne nessuno a comprare, non passava nessuno sulla strada, misi la mano nel tiretto dei soldi, li sentii suonare, erano freschi. Una duelire me la presi nascondendola nella scarpa.

Arrivò Nicola, chiese se era venuto qualcuno, e disse: — Adesso levati le scarpe —. Non mi vollero piú in bottega, anche mio padre mi girava gli occhi addosso vedendomi entrare dietro il bancone.

Stavo scrivendo una cartolina a una ditta quando due signori, piú alti di mio padre, entrarono con le borse ai fianchi. Fecero vedere a mio padre delle cartoline lucide, io pure le toccai, mi piacevano, e le tennero appese al muro con le dita, erano belle, ornavano la bottega.

— Dovete comprarle — dissero — una costa sei lire.

Mio padre disse di no.

— Come? Vi rifiutate? Qui è sotto l’alto patronato di sua maestà il Re.

Mio padre disse ancora di no.

— Non potete rifiutarvi — disse uno — è obbligatorio, per l’igiene. Noi siamo della Federazione.

— Va bene — disse mio padre — faccio scrivere da mio figlio su un cartone a caratteri grossi le stesse parole, vediamo: «La persona civile non sputa in terra e non bestemmia». Anche piú grosso di questo. Mio figlio scrive stampato, è il primo della classe.

— Va bene — disse l’altro — non volete? Si penserà.

Ma non se n’andavano.

Allora mio padre mi fece paura per come li fissò; e sempre fissandoli che quelli si giravano sui tacchi, mosse la mano sinistra a cercare nel tiretto e gettò le sei lire sul banco e spinse forte il tiretto e io che ero appoggiato sentii tremare il banco; poi pacatamente mosse la destra che teneva il trincetto e tagliò la pelle secondo i modellini di carta.

— Tu va’ sempre in chiesa — mi diceva a tavola — e mettiti sempre la camicetta nera come se io fossi morto, va’ sempre ai balilla, hai capito, perché questi sono fetenti. — Magari poco prima mi aveva notato gli occhi attenti alle sue bestemmie contro i comandanti e volgendosi a mamma aveva detto: — Ti ricordi che ti portai a Roma a vedere il punto di Matteotti?

Sposò la prima sorella. Ne cambiò due o tre fidanzati, pareva sempre scontenta di ognuno. Io dormivo con lei e con Serafina piú piccola, la sera veniva il fidanzato e si sedeva a una seggiola e si girava sempre con le gambe e a tutti noi parlava fuorché a lei. Sposò mio cognato, tozzo e nerboruto, macellaio che sollevava da solo i maiali di un quintale e mezzo per alzarli alla verga e squartarli. Passava le mattine sul suo cavallo e io aspettavo avanti la casa; nella corsa a galoppo mi prendeva alla giubba con le dita, con una manovra da cavallerizzo, mi metteva sulla cervice e il galoppo era piú forte, io mi tenevo ai capelli del cavallo fino alla masseria.

Mi tenne dieci giorni alla masseria al tempo della trebbiatura: ero contento se mi comandava suo padre a ricondurre il bue, o le asine, lasciati liberi che scantonavano all’orto. Mi muovevo con la verga e tiravo i sassi e chiamavo con i loro nomi bizzarri le bestie. Per il resto mi lasciavano lí accanto a una meta di paglia, ero chiamato ai «morsi» con i fumanti maccheroni e l’insalata e il vino caldo e frizzante.

Mi sentivo guardato brutto dal padre, specie quando tagliava le fette di pane:

— Che vuole questo? — mi pareva dicesse. — E che fa? — C’era il pastorello della mia età che se ne era andato per i pascoli portandosi dietro il secchio e il pane, un mezzo chilo. Lo accompagnai un giorno: a una cert’ora sciacquava il secchio con grazia di una donna di casa, svolgeva il tovagliolo e il pane scorreva nel secchio. Parlava con me, riguardava le pecore. Spaccava il pane gonfio e me ne offriva dei pezzi, era il pranzo e la cena. La crosta ingrossava, si poteva staccarla dalla mollica, i cui fori erano grandi — che dico? — come balconi.

— Quando ce ne andiamo?

— Quando si pone il sole.

— E arriviamo in tempo?

— Si arriva subito dopo.

La sua faccia era bella, le sue mani, i suoi occhi. Lui, i carpini, le pietre lisce dei tratturi, le mammelle delle pecore e l’odore che ne andava: non è la fanciullezza che mi rimanda perfetti e armoniosi quelle cose e quegli odori. È un pastore oggi quel mio amico, ha fatto la guerra, adulto, cadente e sgangherato, ma egli è sempre senza macchia; se lo guarda la donna piú bella del mondo non si copre la bocca vuota di denti con le mani, ma l’apre e ride, piú bello di tutti lui, cresciuto nel sole e nella pioggia.

Un breve stralcio da Uno si distrae al bivio:

«I contadini rientravano in paese, sulla sera, col piede stanco e con aria morta. La lunga fila. Chinando ritmicamente anch’essi la testa come le giumente. E l’aria anneriva e nelle case un fuoco con la tazza del decotto. E i figli intorno illuminati dal fuoco. E nel pollaio le galline aprivano le ali come sbadigliando. E la donna china sulla tazza. Il fuoco era subito spento. Il contadino sospirava che il giorno era andato e s’accorava e, si sa, certo gridava anche lui che il giorno era perduto.»

E alcune poesie.

Sempre nuova è l’alba

Non gridatemi piú dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l’oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra…

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

Noi che facciamo?

Noi che facciamo?
Ancora ci chiamano
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell’occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l’addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lí c’è l’abisso, l’í c’è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.

La benedizione del padre

Oggi fanno sei anni

che tu m’hai lasciato, padre mio.

Attento, dicesti, figlio mio

in questo mondo maledetto.

Mi tanno messo le manette già una volta,

sto bussando alle locande per un letto

ed arrivo cosí lontano

che tu pare non sia mai esistito.

La luna piena

La luna piena riempie i nostri letti,

camminano i muli a dolci ferri

e i cani rosicchiano gli ossi.

Si sente l’asina nel sottoscala,

i suoi brividi, il suo raschiare.

In un altro sottoscala

dorme mia madre da sessant’anni.

Suonano mattutino

La processione è cominciata

già nella notte.

Vedo la fila dei mietitori

toccano la stella

l’unica rimasta

in cima alla strada tortuosa.

Nel mio viottolo lungo budello

i ferri dei muli sulle selci

suonano mattutino.

Sentite il bando

Sentite il bando, nella piazza altera

vi aspetta il merciaio forestiero.

Sentite voi signorine,

non badate alla donna

che chiama le galline,

È venuto il forestiero gran signore

che ha ogni roba da maritare.

E piangete, piangete bambini

fatevi comprare i giocattoli.

Sentite le donne che bella seta,

il setaiolo stanco

fatelo scaricare.

O peperone forte,

o peperone rosso

pestato di Senise.

Andate a comprare patate in piazza

a venticinque lire il chilo:

c’è il forestiero,

fa pure a cambio-roba,

piatti fini e ordinari,

bottiglioni e damigiane,

anfore, orciuoli, cúccume.

Vuole crusca caniglia,

un chilo patate un chilo caniglia.

Sentite che si tiene l’assemblea

dei reduci per bloccare le case.

Andate all’acqua alla vecchia fontana

l’acquedotto non funziona.

La capra di Francesca non si è ritirata,

per chi la trova c’è un mese di latte,

venite da me che vi regalo.

Sentite l’ordine del podestà,

lavate le strade se no c’è la multa.

Andate a pagare le terre al signore,

mettetevi in mente, se uno mi insulta

mi paga forte da banditore.

Si sbloccano terre e case,

o peperone forte di Senise,

che bella seta, che bella seta!

La pioggia

Mettete il vino, beviamo stasera,

è fuggito tutto il broncio dalla faccia.

Erano le foglie ritte alle robinie

lungo le siepi i rovi erano bianchi.

Le viti si aggrovigliano a levante

dove le chiama il primo vento.

Era tempo. La pioggia che si smaglia

mette le ciglia ai chicchi nella paglia,

c’è sempre un seme che germoglia da solo:

Mettete il vino, beviamo stasera.

Noi non ci bagneremo

Noi non ci bagneremo sulle spiagge

a mietere andremo noi

e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

Abbiamo il collo duro, la faccia

di terra abbiamo e le braccia

di legna secca colore di mattoni.

Abbiamo i tozzi da mangiare

insaccati nelle maniche

delle giubbe ad armacollo.

Dormiamo sulle aie

attaccati alle cavezze dei muli.

Non sente la nostra carne

il moscerino che solletica

e succhia il nostro sangue.

Ognuno ha le ossa torte

non sogna di salire sulle donne

che dormono fresche nelle vesti corte.

Balcone

Il balcone, la tempesta, mio padre un punto nero.

Mio padre un punto nero

si mette al balcone

a sentire la tempesta.

E gli anni – mille – una mosca.

E cadono sulle spalle

gli anni a mille a mille,

si perdono al balcone

sul padre punto nero nella tempesta.

Una mosca, eppure ell’è serena di morire

estrema di luce contro mio padre punto nero.

È calda così la malva

È rimasto l’odore

della tua carne nel mio letto.

È calda cosí la malva

che ci teniamo ad essiccare

per i dolori dell’inverno.


Il vilucchio

Ricrescerà il vilucchio sui balconi

con la corolla che si chiude a sera,

io ti rivedo nella primavera

sei quella che mi prendi e mi abbandoni.

Che mi abbandoni e te ne vai sul mare:

dove lascio gli agnelli a pascolare?

La mia bella Patria

Io sono un filo d’erba

un filo d’erba che trema.

E la mia Patria è dove l’erba trema.

Un alito può trapiantare

il mio seme lontano.

Amerigo Iannacone

Relazione tenuta a Venafro, Biblioteca “De Bellis”, sabato 27 novembre 2010, ore 17,30

“Il Foglio volante” di gennaio 2011

31 01amTue, 11 Jan 2011 08:29:51 +0000102011 2008

“Il Foglio volante” di gennaio 2011

È pronto e viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante” di gennaio 2011. Vi compaiono, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Enzo Bonventre,  Gaetano Calabrese, Aldo Cervo, Carmelo Cimino, Franca Cipriani, Mariano Coreno, Leone D’Ambrosio, Giorgio Fontanelli, Maria Giusti, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Carlo Onorato, Piero Simoni, Gerardo Vacana.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, una lettura di Piero Simoni della poesia XIV di Giorgio Fontanelli tratta da
Georgicon, Scheiwiller 1973. Giorgio Fontanelli (Livorno 1925-1995) fu drammaturgo e poeta, critico teatrale.


Giorgio Fontanelli e i vecchi

C’è il latte all’ospizio ogni sera.
Perché non li lasciano bere?
Sarebbe piú facile tutto,
finanche ignorarli od odiarli.
Quegli altri, là fuori, gli basta
un quarto di vino e d’un tratto
inventano il tempo e perfino
i gesti e le frasi che aggiustano
gli errori di tutta una vita.
Eppure si sogna lo stesso.
Che un giorno la suora ti avverta
che s’è liberata una stanza
magari anche senza finestre.
Per questo c’è sempre qualcuno
che mette da parte monete
che scalda di febbre, e farfuglia
che lui deve vivere piú a lungo
di tutti quegli altri, finché
non si sia comprato il suo posto
almeno nel campo dei morti.
E gli altri lo guardano zitti.
Sono quelli che possono morire
a un giorno, a un’ora qualunque.
Per loro sarà come sempre,
sarà come ora all’ospizio,
la stessa vergogna a ricevere
i figli cosí, in mezzo agli altri.

Sarebbe piú facile tutto, in questo tutto vi è la piú celere risoluzione per chi è ospite della casa di riposo, che vedrebbe il suo tempo finale, di agonia alla vita, drasticamente ridotto. Anche per coloro che devono accudirli, materialmente e amministrativamente, sarebbe piú facile: meno impegno di personale, meno stanze da pulire, letti da rifare. “Casa di riposo”, una denominazione che è ironia della sorte, visto che può costituire, quella forzata degenza, un’anticamera dell’inferno, forse già l’inferno morale e fisico su questa terra.
A chi è fuori può bastare un quartino di vino per inventarsi il tempo; è proprio il tempo che manca quando si è al ricovero, il tempo della vita, quella associativa, quella che ci coinvolge con i familiari e con le vicende di ogni giorno. Quando si è all’ospizio, il tempo si arresta, le luci si spengono, il sole non guarda e non scalda piú, si avverte l’incolonnamento nel corridoio, con una moltitudine, verso la stanza terminale, senza appello, senza “ma”. Il mondo fuori è altro, gira per conto suo, in un vortice che può non piacere, dal quale ora, come anziani, si è esclusi. Altro era la vita, qualsiasi vita, pur di rimanere. Il tempo, chi è della vita, non ne fa tesoro, lo spreca in mille ammennicoli, in mille contorte viuzze; il tempo, quel che ci è dato, sfiorato dai raggi del sole, dai baci, è l’unico grande, vero, tesoro. Chi ha il tempo è un signore, chi ha la possibilità di vivere liberamente il suo tempo è un gran signore; non la ricchezza economica, ma i sogni, conta il tempo di sognare, come hanno i giovani, loro sognano e per questo sono gioviali, sorridenti, felici. All’ospizio non c’è piú il tempo per sognare, ma solo quello di raccogliersi, di sparire. È una legge naturale certo, si vive e si dovrà poi morire, tutti, ma fa male, fa male il pensarlo, quando si è vicini, fa male quando ne si è coinvolti: la cognizione della fine, certificare in sé stessi, e in chi ci circonda, che il processo è inesorabile, inarrestabile. Sarebbe meglio se si risolvesse, dopo un’adeguata presenza, improvvisamente, senza il tempo di prenderne sufficiente coscienza, ma non è sempre cosí.
Si inventano gesti e frasi che aggiustano gli errori commessi; finché si è ancora coinvolti negli accadimenti della vita, si può ancora rimediare a qualcosa, si può anche barare agli altri e a noi stessi, si può costruire e inventare una felicità artificiale, ma la luce è un’altra cosa; quando si è definitivamente al margine, non si può piú rimediare a nulla, il tempo è scaduto. Nulla che possa divertirci, nulla che costituisca felicità, visto l’abbandono, visto lo stato di mendicanza in cui si riversa: atroce condanna dell’anima, guardare ancora alla vita, mentre il corpo sta morendo.
In questo terminale dell’esistenza, si spera in qualcosa, che un giorno si liberi una stanza tutta per noi, che ci faccia piú appartati dal volgo vociferante; i vecchi, oltre a rompere il silenzio, taluni si fanno i bisogni addosso, vomitano, dormono in pose scomposte, innaturali, al tavolo di cucina, fra gli altri tavoli: un girone del lamento, della piaga umana, qualcosa che non ha piú nulla della gioia negli occhi dei bimbi riposta, l’anticamera già dell’inferno. Qualcuno farfuglia di voler vivere di piú per mettersi qualche soldo da parte, ed avere almeno al camposanto un suo posto, tutto suo, che nessuno poi andrà a vedere a rinfoltire e sostituire i fiori di plastica, con l’erba alta del colore dell’abbandono. Triste quadro l’andare avanti e indietro per il cimitero, i garofano in mano, a rinnovellare i pensieri che non possono essere ascoltati, ma ciò acquieta l’animo di chi è vivo.
Gli altri in silenzio lo guardano. Coloro che fra i poveri sono gli ultimi, nella società sempre al margine, a subire ogni angheria, ogni speculazione, ed ora, anche al ricovero, non hanno diritto a niente, possono morire in ogni istante; per loro, la comune vergogna di ricevere i figli fra gli altri, senza diritto ad uno sguardo privato. Anche se la fine tutti ci rinserra, vi è distinzione nella miseria, vi sono vari stadi di povertà, ci sono sempre i piú umili fra gli umili, i piú miserabili fra i poveri, perché il grado di sofferenza che ci viene consegnato non è per tutti uguale; ciascuno si dovrà avviare all’ultima stanza, quella in fondo al corridoio, ma c’è chi vi arriva con gli agi. Lo sguardo di Fontanelli, in questa lirica, oltre ad interessarsi di uno stadio della nostra esistenza, quello della miseria umana, fa distinzione in questo frangente, cogliendo e velando d’amore fraterno chi, sul globo che ruota, ha avuto per sé, in serbo, ancor meno calore, piú colma la propria individuale sofferenza.
Visto dall’alto, dalla distanza abissale dell’universo, che fa la stella di nostra pertinenza una fra le tante, le centinaia e centinaia del firmamento, che ci fa piccoli piccoli nello spazio e nel tempo infinito, bisogna osservare che l’uomo, nella sua organizzazione sociale, nella sua umana comprensione per la fragilità che in sé stesso incorpora, non dà una bella prova di sé.
27 settembre 2010

Piero Simoni