“Il Foglio volante” di luglio 2011

 

Sul “Foglio volante” di luglio 2011 testi di Matteo Bianchi, Loretta Bonucci, Andrea Cacciavillani, Carmelo Cimino, Mariano Coreno, Filippo De Angelis, Lino Di Stefano, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Mariateresa La Porta, Giuseppe Napolitano, Franco Orlandini, Patrick Sammut, Arturo Ursiti, Annamaura Vassalli.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Ecco, qui di seguito, il testo di apertura, a firma di Franco Orlandini e un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti”.

Giuseppe Ungaretti e suo figlio

Cadeva nel 2010 il quarantesimo anniversario della morte (avvenuta a Milano) di Giuseppe Ungaretti. Egli era nato ad Alessandria d’Egitto, nel 1888, da genitori lucchesi colà emigrati al tempo dei lavori per il Canale si Suez.
La poesia di Ungaretti è connessa con la sua vita, ad iniziare dalla prima silloge[1], in cui domina la dolorosa esperienza del fante nella Grande Guerra. Ungaretti fu sul Carso e noi sul fronte della Champagne; alla fine del conflitto, si fermò in Francia, dove si sposò. Dal 1921 si stabilí a Roma. Quale corrispondente di giornali e conferenziere, viaggiò molto. Sperando in una vita piú tranquilla, accettò la cattedra di letteratura italiana nell’Università di San Paolo e nel 1936 si trasferí in Brasile con la famiglia. Ma nel 1939 ebbe la sventura di perdere, a causa di un’appendicite mal curata, il figlio novenne Antonietto. Alla sua inestinguibile memoria, Ungaretti dedicò diciassette liriche raccolte sotto il titolo di “Giorno per giorno” (1940-46)[2].
La prima riporta il gèmito del piccolo infermo: «Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…» Egli è rappresentato in un particolare atteggiamento: quando, dal guanciale, rivolgeva gli occhi – rimasti vivi nel visino smagrito, “già scomparso” – verso la finestra aperta. Guardava i numerosi passeri che entravano nella stanza, attirati dalle briciole che suo padre spargeva, cosí per dare qualche momento di distrazione al sofferente.
Dopo la morte del bambino, sgorga il lamento del genitore, il quale potrà, ormai, baciare soltanto in sogno le piccole mani, che tante volte s’erano affidate a lui. Nelle stanze vuote egli va ripetendo, piena di dolore, la vana domanda: «Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce / Che in corsa risuonando per le stanze / Sollevava dai crucci un uomo stanco?…»
In un’altra poesia[3] Ungaretti presenta Antonietto come un bimbo svelto, curioso di voler scoprire gli aspetti “favolosi” della flora e della fauna. Ma al padre trepidante egli appariva come un “semplice soffio e cristallo” di fronte alla natura tropicale immane, selvaggia, opprimente: non avrebbe potuto non “spezzarsi”…
Ungaretti ha anche rievocato la notte in cui il piccolo, mentre gli teneva stretta la mano, per l’ultima volta gridò: «Soffoco…»[4]
Dopo il lutto straziante, la latente religiosità s’è risvegliata nel poeta, confortandolo. Egli ha sentito la voce del figlio chiamarlo «dalle vette immortali»; e quell’anima pura entrare per sempre nella sua anima: «Sei animo della mia anima, e la liberi»… Per infonderle forza, per renderla pronta ad innalzarsi «dove il vivere è calma, è senza morte».

Franco Orlandini

In bocca al lupo? Speriamo di no

Sentiamo continuamente la strana espressione “in bocca al lupo” in ogni contesto e l’ancora piú strana risposta “crepi il lupo”. Povero lupo, non se lo meriterebbe. Fa bene qualcuno che usa rispondere invece “viva il lupo”.
L’origine dell’espressione è ignota. Ci sono varie ipotesi, nessuna certa. Secondo alcuni, è dovuto al fatto che il lupo, o meglio, la lupa, trasporta i cuccioli nella bocca e quello è per i piccoli il posto piú sicuro. Ma perché poi il lupo dovrebbe crepare? Secondo altri, deriverebbe dal un modo di dire dei cacciatori che augurano di trovarsi “in bocca”, cioè di fronte, al lupo, in modo da poterlo avere sotto tiro e di non essere colti di sorpresa. Si parla di quando il lupo era considerato, a torto, pericoloso. Altri ancora ricollegano l’espressione, con qualche forzatura e Romolo e Remo. Un’ulteriore interpretazione vuole che “la bocca di lupo” era la lavagna dove i capitani che arrivavano alla Giudecca registravano il loro arrivo e la quantità e merci portate a casa. Quindi dire “in bocca al lupo” valeva ad augurare di tornare salvi in porto e portare molte merci. Ma si dovrebbe rispondere “che il Dio del mare ti ascolti” e non “crepi” perché il lupo non era un essere vivente bensí una lavagna. E ci sono ancora altre ipotesi.
Ora, al di là di ogni interpretazione, pur senza voler essere animalisti e senza volere prendere le difese del povero lupo, non sarebbe piú facile e piú normale dire semplicemente “auguri” e rispondere “grazie”? E lasciare cosí in pace il lupo, che è in fondo un animale timido e riservato?

Amerigo Iannacone

 


[1] Pubblicata a Udine nel 1916, con il titolo “Il porto sepolto”. L’intera produzione di Ungaretti va sotto il titolo di “Vita d’un uomo – Tutte le poesie” Milano, 1969.

[2] Incluse nel libro “Il Dolore” Milano, 1947.

[3] “Tu ti spezzasti” ne “Il Dolore”.

[4] In “Gridasti: Soffoco…” Milano, 1950.

 

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Una Risposta to ““Il Foglio volante” di luglio 2011”

  1. Clara Terribile Says:

    Complimenti amerigo, ti auguro il successo che meriti. Un caro saluto. Clara

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