Archive for giugno 2012

“Il Foglio volante” di luglio 2012

31 06pmFri, 29 Jun 2012 15:30:52 +00001802012 2008

In apertura, nel “Foglio volante” di luglio un mio articolo dal titolo “L’educazione senza aggettivi”, che riporto qui di seguito. Vi sono poi testi di Domenico Adriano, Paolo Battista, Loretta Bonucci, Giusy Capoccia, Aldo Cervo, Mariano Coreno, Carla D’Alessandro, Ilenia D’Amico, Antonio De Angelis, Antonio Di Filippo, Georges Dumoutiers, Adriana Mondo, Giuseppe Napolitano, Fryda Rota, Patrick Sammut. Chi chi desideri ricevere copia saggio (o desideri abbonarsi), si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
A seguire, anche una poesia di Giuseppe Napolitano.

L’educazione senza aggettivi

Ignoranza, maleducazione, egoismo, arroganza, ci sono sempre stati, tanto che esiste anche il modo di dire proverbiale, nell’Italia meridionale, «ciuccio e presuntuoso». Ma una volta della propria ignoranza ci si vergognava, oggi invece la si ostenta; la maleducazione era prerogativa di pochi, oggi si insegna nella scuola-televisione; l’egoismo di alcuni era bilanciato dall’altruismo di altri; c’era l’arroganza e c’era anche la modestia, oggi sempre piú c’è chi si arroga diritti che non gli spettano. Se guardiamo la società che ci circonda, se guardiamo certi programmi televisivi, certe pubblicazioni, il cinema, vediamo che trionfano le qualità peggiori: maleducazione, ignoranza, egoismo, cinismo, presunzione. E poi la furbizia. Se uno ruba, intrallazza, evade le tasse, corrompe o si lascia corrompere, si dice, magari con un malcelato senso di ammirazione, «quello è uno che ci sa fare» anziché dire che è un delinquente e che dovrebbe stare in galera.
Anche il linguaggio subisce un progressivo e inarrestabile degrado, diventa sempre piú piatto e insulso, sempre piú inutilmente volgare. Il tutto avallato, e spesso provocato, non solo dai sempre piú stupidi e inutili programmi televisivi, ma anche da chi dovrebbe dare buon esempio, come poco onorabili onorevoli, giornalisti, sedicenti intellettuali e persino, talvolta, insegnanti.
In televisione sentiamo, magari ipocritamente coperti (ma solo parzialmente, in modo che si possa capire) dal “bip”, sequele di volgarità. E ci sono programmi che fanno finta di mettere all’indice le peggiori esibizioni di parolacce e le rilanciano e le replicano decine e decine di volte.
Inevitabile l’effetto imitazione da parte di bambini e ragazzi. Cosí per molti di loro stare in un’aula scolastica diventa come partecipare a una della banali, chiassose e inutili (anzi dannose) trasmissioni televisive. E si va perdendo il senso del rispetto delle persone e delle regole.
La nostra razza bambina sembra aver sfondato in tutti i campi, nella scuola, nella letteratura, nella stampa, nei mezzi di informazione, il senso del pudore e spesso troviamo in ambienti non giovanili e magari anche in ambiti istituzionali, l’uso di un linguaggio giovanilese e internettiano che strizza l’occhio alla volgarità.
L’insegnamento quotidiano – ed è quello che fa piú facilmente presa sui bambini – è oggi il nichilismo, la dissacrazione, lo sbrigliamento degli istinti piú primordiali.
Certo ci sono anche esempi positivi, probabilmente sono anche la maggioranza, ma non trovano visibilità, nel vasto calderone della maleducazione dilagante.
Certo, lo sbracamento dei costumi, a partire dal linguaggio, non si risana per legge. Ma non sarebbe male se si cominciasse a prenderne coscienza e cercare di ritrovare quelle semplici regole non scritte che sono il rispetto degli altri, il buon gusto estetico oltre che etico, la valorizzazione della cultura, e poi l’educazione. Oggi si sente parlare molto di educazione stradale, educazione fisica, educazione civica, educazione psicomotira, educazione sostenibile, educazione alimentare, educazione artistica, educazione interculturale, ecc.
Raramente si sente parlare di educazione e basta, senza aggettivi.

Amerigo Iannacone

Nello specchio dei tuoi occhi

Ci si specchia
a lungo – troppo
– nello specchio sbagliato
(era di un altro ma faceva
comodo – avendo già rotto
il nostro in mille pezzi…

E poi si trova lo specchio
adatto a ricostruire
una faccia che soddisfa
:bastava guardare nel fondo
senza fondo
dei tuoi occhi bambini

Mi portavi (custodia
impagabile) dentro
per evitare ancora che io perdessi
spicchio a spicchio
le sembianze che a te pure
ho dato affidato
– mai perdute ora che
tu mi guardi

Giuseppe Napolitano

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“Il Foglio volante” di giugno 2012

31 06pmFri, 29 Jun 2012 15:01:43 +00001802012 2008

In apertura, nel “Foglio volante” di giugno, un servizio sulla manifestazione “Il viaggio della parole – Il Mediterraneo in poesia”, tenuto a Formia e Gaeta, organizzato da Giuseppe Napolitano. Seguono testi poetici di Liana Sakelliou, Richard Berengarten e Besnik Mustafaj, tre di poeti che hanno partecipato all’incontro, e poi testi di Domenico Adriano, Adele Gropplero di Troppenburg, Pietro La Genga, Carmelo Cimino, Amerigo Iannacone, Teresinka Pereira, Loretta Bonucci, Filippo De Angelis.
Ecco, dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”un mio breve testo e poi un sonetto in romanesco di Filippo De Angelis.

L’anglolatinorum

«Error, conditio, votum, cognatio, crimen, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen, honestas, Si sis affinis…» cosí parla don Abbondio di fronte a un Renzo spaesato, il quale giustamente se ne esce con un: «Si piglia gioco di me? Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?»
E latinorum è anche quello dei nostri politici che parlano di “spending review” invece che di revisione della spesa. Non farsi capire dalle masse (che generalmente si lasciano scivolare addosso le cose che non capiscono senza chiedersi che significa) è anche questo un potere: incute rispetto e timore. Inoltre infarcire ogni testo con l’anglolatinorum, è un modo per lisciare i forti (come gli Stati Uniti).
È un modo, anche questo, di farsi forti con i deboli e strisciare davanti ai forti.

Amerigo Iannacone


Questione de pesci…

Der Pò so’ poco pratico, l’ammetto,
e nun so’ manco esperto pescatore,
ma pe’ mestiere porto sto difetto
d’annà a vedè dietro le piegature.

Sento parlà de trote e de derfini
me sembra avè capito che sto pesce
segue l’orme paterne e li confini
e pija er posto sua quanno esce.

Quindi, pe’ precisione, so’ rampolli
che stanno accanto ar sacco der mangime,
pijànno esempio da li padri polli,
so’ bbene abbituati cor becchime.

Ma si se magna’n tutti l’affarucci,
più che de trote, s’à da parlà de lucci.

Filippo De Angelis
Venafro (Isernia)

“Foglio volante” Maggio 2012 – Suppl.

31 06pmFri, 01 Jun 2012 17:02:18 +00001522012 2008

In occasione del Salone Internazionale del libro di Torino, è uscito un numero speciale del “Foglio volante” come supplemento al numero di maggio 2012. Il numero promuove in particolare i romanzi “Annuvolata” di Giuseppe Campolo e “Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic?”. Quest’ultimo è firmato da diciassette autori diversi ed è “assemblato” dallo stesso Giuseppe Campolo, con lo pseudonimo di Samideano.

Da dove viene Samideano?

Era un sostantivo, quando l’ho conosciuto, quasi privato. Gli esperantisti si davano del samideano. Scrivevano: Kara samideano Amerigo Janakono. Come noi avremmo detto: Caro amico Iannacone. E amico è una parola bella. Ma samideano significa: amico con gli stessi intenti; e questo mi commosse. Io stesso, tutta la vita ero stato un samideano, e cioè avevo l’istinto della collaborazione armonica, ma mi appellavo semplicemente amico, per ignoranza. E così il sostantivo mi sembrò che mi definisse in questa mia tonalità d’essere. Diventai Samideano. Mio pseudonimo, ormai per sempre. E ora personaggio.

Un romanzo atipico

Chi ha conosciuto Bosco Nedelcovic
è romanzo atipico, sorprendente in ogni capitolo, in ogni pagina, con personaggi speciali, fortemente caratterizzati e sempre interessanti. Voli cronologici e geografici, fervida immaginazione e puntate nel surreale, orchestrano una sorta di malia espressiva, in un clima di spiritualità panica che sviluppa accenti di autentica poesia.
Qui il crociano canone dell’unità di stile viene sfidato e confermato insieme. Vi sono inglobati racconti di ben quindici autori diversi, in tutta la loro peculiare varietà; eppure, magistralmente uniti da un refe dalla cucitura fantasiosa e sicura, diventano un unico corpo narrativo solido ed esemplare, ricco e originale. Come se la realtà fosse esplosa nelle sue contraddittorietà e poi ricomposta demiurgicamente in un cosmo nuovo. Un esperimento letterario rischioso e perfettamente riuscito, con brivido, come un triplo salto mortale. Giuseppe Campolo, che ne è il tessitore magico, non è nuovo a queste sorprese avvincenti e, non soltanto letterariamente, trasgressive.
Ammirevole come, nel contesto rigorosamente narrativo e nei gustosi dialoghi, siano amalgamate, con misurati e lievi accenti lirici, riflessioni che toccano, con precisione critica, aree che definiremmo sociali, filosofiche, metafisiche; e ciò senza ombra di retorica, di espressioni scontate, ma con raffinato virtuosismo stilistico. Persino là dove, per frantumazione mentale, sconfina in aree che siamo soliti concepire astrattamente e nebulosamente, ci raggiungono visioni di altri spazi coscienziali e supermondi in vere e proprie sequenze cinematografiche con effetti speciali.

Amerigo Iannacone


Piccoli editori, non demordere

È noto che la piccola editoria opera in Italia in condizioni molto difficili. si legge poco è il lamento del coro. Ma si analizza questo dato? Si riconsidera l’idea, ormai duro pregiudizio, che le grosse vendite sono favorite da un “prodotto” confezionato secondo il “gusto del pubblico”? Che presunzione, pretendere di schematizzare il gusto e l’intelligenza! Pure la scelta dei libri da pubblicare non è generalmente orientata dalla qualità letteraria. E questo è un attentato alla letteratura e alle nostre menti, Sulla scia della progressiva degradazione della società.
I lettori sono incalzati dall’arroganza dei canali pubblicitari, che lo fanno tutt’altro che liberi nella scelta. Impongono i menú le grosse catene di distribuzione cui accedono i grandi editori (che il piú delle volte ne hanno di proprie) e a cui i piccoli editori non riescono ad affacciarsi, per quanto il loro lavoro possa essere meritorio, accurato e attento ai valori della cultura. Non solo, ma distribuire un libro attraverso le reti classiche, senza potersi permettere una martellante campagna pubblicitaria, risulte-rebbe inutile. Il libro non sostenuto, quand’an-che arrivasse in tutte le librerie, non avrebbe equità di trattamento: non verrebbe messo in vetrina o sul banco, ma in fondo a uno scaffale, da dove il commesso lo andrebbe a prendere solo se avesse una richiesta specifica.
Eppure, quel libro, potrebbe essere una scoperta importante, significativa, di rile-vanza culturale e sociale. Qualcuno si pre-occupa di questa perdita di civiltà?
Una mano oggi, a chi non ha la disponibilità economica per imporre all’at-tenzione un libro o un autore, la dà la rete. Perché la rete è democratica e dà voce a tutti, anche a chi non ha voce e il codice ISBN mette in un certo senso tutti sullo stesso piano.
Noi non demordiamo.

“Il Foglio volante” di maggio

31 06pmFri, 01 Jun 2012 16:44:11 +00001522012 2008

In apertura, nel “Foglio volante” di maggio, un mio microracconto e poi vi compaiono le firme di Loretta Bonucci, Aldo Cervo, Jack Hirschman, Antonia Izzi Rufo, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Carmen Moscariello, Giuseppe Napolitano, Maria Stella Rossi, Fryda Rota, Patrick Sammut, Adolf P. Shvedchikov.
Chi desideri abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
Dal “Foglio volante”, riporto, il microracconto e una poesia di Jack Hirschman, con traduzione in italiano e in esperanto.

I cani non piangono

Rimase sorpreso Franco, quando gli arrivò la cartolina. Non se l’aspettava. Eppure avrebbe dovuto aspettarsela. Era già arrivata – la cartolina precetto – a tutti i suoi amici, a tutti i suoi coetanei e anche a tanti molto più giovani di lui. E allora perché non se l’aspettava? Forse perché Franco – un po’ come fanno tutti – tendeva a rimuovere dai suoi pensieri le cose spiacevoli. Non se l’aspettava perché gli sembrava che ora stava proprio bene. Ma l’ora era giunta: doveva partire. E la destinazione era un luogo lontano, sconosciuto, mai visto, mai sentito, non presente nelle carte geografiche. Un luogo, si direbbe, nemmeno immaginato, nemmeno immaginabile. Terra incognita. Terra di nessuno, anche se di tutti.
La mattina in cui Franco partí, nessuno se ne accorse. La vita si svolgeva come al solito. Ognuno attendeva frenetico alle proprie effimere, urgenti e inutili incombenze. Il sole splendeva allegro come ogni giorno, i fiori cantavano un inno alla gioia. Era primavera. Le rondini incrociavano nel cielo con striduli garriti di felicità. C’era nell’aria una voglia di festosità, voglia di non pensare, voglia di vivere. Tutto era un inno alla vita.
Nessuno pianse per la partenza di Franco. Solo il cane aveva gli occhi tristi e lo accompagnò fino al luogo della partenza. Ma non pianse, perché i cani non sanno piangere.

Ceppagna, 25 marzo 2012

Amerigo Iannacone

Actually

Don Clark, panhandler,
gave me a postcard of
Suzuki, the zen

master, and told me:
The guy who gave me this said
I should hang it on

the wall, but I said
I can’t because
I don’t have
a wall, so take it.

(2001)

Jack Hirschman

Davvero

Don Clark, mendicante,
mi ha dato una cartolina di
Suzuki, il maestro

zen, e mi ha detto:
Il tizio che me l’ha data ha detto
che dovrei appenderla

al muro, ma io gli ho detto
che non posso perché non ho
un muro, e allora prenditela tu.

(2001)

(Trad. Raffaella Marzano)


Fakte

Don Clark, almozulo,
donis al mi poŝtcaton de
Suzuki, la majstro

zena, kaj diris:
La ulo, kiu donis ĝin al mi diris
ke mi devus alkoĉi ĝin

al la muro, sed mi diris,
ke mi ne povas ĉar mi ne havas
muron, kaj do prenu ĝin vi.

(2001)

(Esperantigo de Amerigo Janakono)