“Il Foglio volante” di novembre

Il “Foglio volante”di novembre2012 si apre con un articolo dal titolo “Esperanto: provare per credere”, che qui di seguito riporto. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Domenico Adriano, Bastiano, Loretta Bonucci, Vincenzo Calce, Claudio Carbone, Annie Delpérier, Antonio Di Filippo, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Rolando Revagliatti, Gerardo Vacana.
Riporto anche una poesia di Domenico Adriano, e un aforisma dalla rubrica di Bastiano “Versetti e versacci”.
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Esperanto: provare per credere

«Gentile Bsev, – scriveva qualche settimana fa un lettore a Beppe Severgnini, nella rubrica “Italians” che il giornalista conduce su Sette, supplemento del Corriere della Sera – riflettendo con un collega che lavora presso la Commissione Europea a Bruxelles, notavamo come un fattore di minore competitività dell’Europa sia la mancanza di una lingua comune. Vorrei avere il suo parere riguardo l’opportunità di un’unica lingua europea nella quale produrre tutti gli atti ufficiali di ciascun Paese, lasciando a questo la possibilità di tradurli nella propria lingua.»
Severgnini, giornalista che per altro io stimo, risponde con gli argomenti tipici di chi, per pigrizia intellettuale o per servilismo ideologico verso gli americani, ha già rinunciato alla propria identità.
«L’Europa ha avuto almeno due lingue comuni, prima dell’inglese: latino e francese. – Scrive il giornalista – Anche spagnolo, tedesco, italiano e russo, bisogna dire, hanno fatto la loro parte. È la storia che decide queste cose, non un decreto. Le lingue artificiali – Interlingua, Novia, Interglossa eccetera – sono simpatici passatempi, nulla piú. Lo stesso vale per l’esperanto, anche se questo fa arrabbiare gli esperantisti. L’inglese è GIÀ, di fatto, la lingua comune d’Europa: non c’è bisogno di alcuna ratifica. Fosse per me, produrrei in inglese anche tutti gli atti ufficiali (sorry, Monsieur Hollande). Un vantaggio per gli inglesi? Non sono sicuro. La grande maggioranza dei sudditi di Elisabetta, infatti, parla soltanto una lingua: la propria. Noi ne parliamo due: la nostra e la loro.»
Per fortuna non è vero che «l’inglese è già la lingua comune». Diciamo che è prevalente come una volta era prevalente il francese e come forse in futuro sarà prevalente il cinese o l’arabo. Perché purtroppo le lingue finora si sono sempre imposte con la forza degli eserciti o con la forza dell’economia, mai per le sue caratteristiche e le su prerogative. Poi, come si fa a dire che gli anglofoni non ne sarebbero avvantaggiati? Ne sarebbero notevolmente avvantaggiati a discapito degli altri. Ma non è solo questo. L’inglese, come sarebbe per qualsiasi altra lingua nazionale adoperata in funzione internazionale, si porta con sé la sua cultura, la sua storia, e, inevitabilmente tende a fagocitare le altre lingue, a farle sparire, e con esse le culture da cui provengono. Come appunto è successo con il latino che dove è arrivato ha fatto sparire le lingue autoctone, come è successo con lo spagnolo nell’America Latina, ecc.
Se è comprensibile che la Gran Bretagna (e gli Stati Uniti) cercano di imporre la propria lingua, proprio per gli enormi vantaggi che ne avrebbero, meno comprensibile è l’atteggiamento di quegli italiani che si battono non per la propria lingua e la propria identità, ma per diventare servi.
Parlare dell’esperanto come di un “simpatico passatempo”, significa non sapere di che si sta parlando. Significa vivere di preconcetti (“sí, ma è un’utopia” e altri simili luoghi comuni), rifiutando a priori qualcosa che non si conosce. Significa rifiutare per partito preso di accettare la soluzione dei problemi linguistici. L’esperanto, una lingua che si impara in brevissimo tempo, senza sforzo, che ha una sperimentazione di 125 anni e ha prodotto una letteratura originale da far invidia a molte lingue che esistono da secoli. Sarebbe ora di adottare. per la comunicazione internazionale, una lingua che non privilegi e non mortifichi nessuno. E rispetti tutti i diecimila e oltre idiomi che si parlano nel mondo, molti dei quali sono a rischio di estinzione.
L’esperanto, aspirando a diventare seconda lingua di tutti e non a sostituire le lingue nazionali, mette tutti sullo stesso piano, rispetta tutte le culture e tutte le identità. Ed è una lingua eufonica, bella, duttile, tale che consente di esprimere tutte le sfumature di significati piú di ogni altro lingua e si impara in un tempo che corrisponde all’incirca a un quinto/un sesto del tempo di apprendimento richiesto dalle lingue nazionali piú facili. Si può imperare senza difficoltà anche in uno dei tanti corsi presenti in Internet. Basta provare per credere. Ci provi anche Severgnini.

Amerigo Iannacone


A svegliare il bambino quel mattino

A svegliare il bambino quel mattino
fu un silenzio inaudito.
Si precipitò ad aprire lo scuro.
Senza nascondimenti
gli apparve bianco il mondo.
E se la neve non andasse piú via?
Come farebbero gli uccelli, quante
briciole bisognerebbe produrre?
Arriva il pettirosso
dall’ulivo al davanzale, la madre
pensa anche per lui, chiama i passeri
e i cardellini. Farli entrare? Ma loro
vorrebbero? Le montagne splendono
ora come quando si aprirono i ghiacci,
il mare s’inginocchiò ai loro piedi.
« Dobbiamo andare », la voce del padre
che prende sulle spalle
il figlio tra due montagne di neve
scavate per arrivare all’asilo.

31 gennaio 2012

Domenico Adriano
Roma

VERSETTI E VERSACCI
di Bastiano

Filosofia berlusconiana

Coito
ergo sum.

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