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“Il Foglio volante” di aprile 2013

31 03pmMon, 25 Mar 2013 17:35:09 +0000832013 2008

Foglio Aprile 2013

Il “Foglio volante” di aprile 2013 si apre con una mia ricerca sui “Proverbi dei Malavoglia” (che riporto di seguito) e vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Serena Angela Cucco, Carla D’Alessandro, Filippo De Angelis, Antonio Di Filippo, Georges Dumoutiers, Antonia Izzi Rufo, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Bruno Vezzuto.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento.
Riporto, di seguito, anche un mio testo dalla rubrica “Appunti e spunti- Annotazioni linguistiche” e una poesia in romanesco di Filippo De Angelis.

I proverbi dei Malavoglia

 

Diciamo che è un gioco: ho voluto qui raccogliere tutti i proverbi (non so se me ne è sfuggito qualcuno) che Verga mette in bocca ai personaggi dei Malavoglia. Alcuni sono noti in tutt’Italia, spesso con qualche variante, molti sono locali, legati a una società che non c’è piú e sono molto lontani dal nostro modo di pensare e di vivere, nati in una civiltà povera, legata alla pesca e in piccola parte all’agricoltura.

Magari non è vero che i proverbi sono la saggezza dei popoli (come recita appunto un proverbio) e spesso riproducono luoghi comuni. Talvolta i proverbi sono in contrasto tra di loro. Si pensi, per esempio a “Chi fa da sé fa per tre” e “L’unione fa la forza”, oppure: “L’abito non fa il monaco” e “Vesti uno sterpone, diventa un barone”: chi ha ragione? I proverbi sono lo specchio della società dove nascono.

Riporto dunque, senza commento, i proverbi del Malavoglia,che trovo comunque tutti interessanti da leggere. Buona lettura:

Amerigo Iannacone

 

A buon cavallo non gli manca sella.

A cavallo magro, mosche.

A chi vuol bene, Dio manda pene.

Acqua di cielo, e sardelle alle reti.

Acqua passata non macina piú.

Ad ogni uccello il suo nido è bello.

A donna alla finestra non far festa.

Ad un albero caduto accetta! accetta!

Aiutati che t’aiuto.

Al giorno che promise si conosce il buon pagatore.

Alla casa del povero ognuno ha ragione.

Alla credenza ci si pensa.

Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa cristiano.

Al servo pazienza, al padrone prudenza.

Amare e disamare non sta a chi lo vuol fare.

Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio.

Amore di soldato poco dura, a tocco di tamburo addio signora.

A nave rotta ogni vento è contrario.

Ascolta i vecchi e non la sbagli.

Augura bene al tuo vicino, ché qualche cosa te ne viene.

Beato chi muore nel proprio letto.

Beato quell’uccello, che fa il nido al suo paesello.

Bella, non voglio te, voglio i tuoi soldi.

Bocca amara sputa fiele.

Buone parole e mele fradicie.

Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo.

Carcere, malattie e necessità, si conosce l’amistà.

Cane affamato non teme bastone.

Carne di porco ed uomini di guerra durano poco.

Casa mia, madre mia.

Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto.

Chi cade nell’acqua è forza che si bagni.

Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova.

Chi comanda ha da dar conto.

Chi dà acconto non è cattivo pagatore.

Chi è minchione se ne sta a casa.

Chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e l’ingegno.

Chi fa l’oste deve far buon viso a tutti.

Chi ha bocca mangia, e non mangia se ne muore.

Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole.

Chi ha il cuor contento sempre canta.

Chi ha roba in mare non ha nulla.

Chi non sa l’arte chiuda bottega, e chi non sa nuotare che si anneghi.

Chi piglia bellezze piglia corna.

Coi capelli lunghi e il cervello corto.

Chi pratica con zoppi all’anno zoppica.

Chi va col lupo allupa.

Coll’interesse non c’è amicizia.

Corri quanto vuoi che qui t’aspetto.

Contentati di quel che t’ha fatto tuo padre; se non altro non sarai un birbante.

Degli uomini segnati guárdatene.

Donna di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio.

Dove ci sono i cocci ci son feste.

Fa’ il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai.

Forza di giovane e consiglio di vecchio.

Fra suocera e nuora ci si sta in malora.

Guai a chi casca per chiamare aiuto.

Il buon pilota si conosce alle burrasche.

Il galantuomo come impoverisce diventa birbante.

Il malo ferro se lo mangia la mola.

Il mare è amaro ed il marinaio muore in mare.

Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai.

Il mondo è tondo, chi nuota e chi va a fondo.

Il motto degli antichi mai mentì.

Il pesce puzza dalla testa.

Il riso con i guai vanno a vicenda.

Il sangue non è acqua.

In tempo di carestia pane d’orzo.

I pesci del mare son destinati a chi se l’ha da mangiare.

I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l’acqua l’un l’altro.

La casa ti abbraccia e ti bacia.

La fame fa uscire il lupo dal bosco.

La figliuola com’è avvezzata, e la stoppa com’è filata.

La forca è fatta pel disgraziato.

La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena.

La ragazza com’è educata, e la stoppa com’è filata.

Le cose lunghe diventano serpi.

Lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Lontano sia ché son figlia di Maria.

Lo sfortunato ha i giorni lunghi.

L’uomo è il fuoco, e la donna è la stoppa: viene il diavolo e soffia.

L’uomo per la parola, e il bue per le corna.

Mare bianco, scirocco in campo.

Mare crespo, vento fresco.

Maritati e muli vogliono star soli.

Matrimonii e vescovadi dal cielo sono destinati.

Meglio contentarsi che lamentarsi.

Meglio poco che nulla.

Necessità abbassa nobiltà.

Né testa, né coda, ch’è meglio ventura.

Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto.

‘Ntroi ‘ntroi, ciascuno coi pari suoi.

‘Ntrua, ‘ntrua! ciascuno a casa sua!

Ogni buco ha il suo chiodo, chi l’ha vecchio e chi l’ha nuovo.

Ognuno all’arte sua, e il lupo alle pecore.

Ostessa bella conto caro.

Pari con pari e statti coi tuoi.

Per far da papa bisogna saper far da sagrestano.

Per un pescatore si perde la barca.

Più ricco è in terra chi meno desidera.

Quando il sole si corica insaccato si aspetta il vento di ponente.

Quando la luna è rossa fa vento, quando è chiara vuol dir sereno; quando è pallida, pioverà.

Quel ch’è di patto non è d’inganno.

Roba rubata non dura.

Sciatara e matara! Tuono dell’aria, e vino solforoso.

Scirocco chiaro e tramontana scura, mettiti in mare senza paura.

Senza pilota barca non cammina

Triste quella casa dove ci è la visita pel marito.

Una mela fradicia guasta tutte le altre.

Uomo povero ha i giorni lunghi.

Ventre affamato non sente ragione.

La “congiuntivite grammaticale”

“Congiuntivo” non è una parolaccia, anche se la maggioranza degli italiani ormai lo evita accuratamente (e magari non evita le parolacce). Ma qui, ora, piú che perorare la causa dell’uso di questo modo verbale, vorrei richiamare l’attenzione di un suo frequente uso errato. Spesso infatti si trova l’uso del congiuntivo presente al posto dell’imperfetto e altre volte quello dell’uso dell’imperfetto invece del presente.
Dire, per esempio, «vorrei che sia» non è corretto. Le forme corrette sono: «voglio che sia» e «vorrei che fosse»: se il primo verbo è al presente indicativo, il secondo va al presente congiuntivo e non all’imperfetto; se il primo verbo è condizionale, il secondo va all’imperfetto.
Un altro uso erroneo che si sente spesso è quello dell’imperfetto dove andrebbe il presente. Immaginate un signore sul palco che si rivolge agli ascoltatori: «Tutti coloro che sono d’accordo, alzassero la mano». E no: non “alzassero”, ma “alzino”.
Ma sono molti quelli che soffrono – diciamo cosí – di “congiuntivite grammaticale”. Anzi non soffrono, perché si tratta di un male asintomatico.

Mejo er burino

 

So stato a Londra, e lí parola mia,

te parleno ’n linguaggio tutto strano:

è stato come annà a ’a vucceria,

nimmanco na parola ’n italiano.

 

Tra mezzo alla caciara ’n birreria

m’aspetto na parola de romano

e ’nvece no, manco na fesseria

detta pe caso a reggeme ’a mano.

 

Me chiedo mò perché a sto paese

indo’ parlamo un superfiorentino

amo da sta sentí de parlà ’ngrese.

 

Mettemo pure noi ’n ber puntino

sopra ’a i, e senza esse scortese

ar massimo parlamose ’n burino.

 

Venafro, gennaio 2013

 

            Filippo De Angelis

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“Il Foglio volante” di marzo 2013

31 03pmMon, 25 Mar 2013 17:22:00 +0000832013 2008

Foglio marzo 2013

Il “Foglio volante” di marzo si apre con un mio articolo dal titolo “…E c’è la crisi estetica”che fa riferimento in qualche modo al fondo di dicembre da titolo “Crisi economica e crisi etica”. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Rosa Amato, Bastiano, Loretta Bonucci, Marialuisa Corti, Carla D’Alessandro, Amerigo Iannacone, Tommaso Lisi, Adriana Mondo, Benito Sablone, Gerardo Vacana, Umberto Vicaretti.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento dà diritto a ricevere tre libri omaggio, per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro).
Riporto, qui di seguito, il pezzo di apertura, una poesia di Tommaso Lisi e un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.


… E c’è la crisi estetica

Un mio articolo pubblicato un paio di mesi fa sul Foglio volante, si intitolava “Crisi economica e crisi etica”. Diceva, riassumendo in poche parole, che si parla molto di crisi economica e di crisi politica, poco invece si parla di crisi etica. Ma la crisi economica e la crisi politica sono dovute, in qualche modo, proprio alla crisi etica, ovvero al degrado morale, che porta a far diventare valori, disvalori come la furbizia, l’arrivismo, l’arroganza, la disonestà. Da comportamenti furbi e disonesti – specialmente in questo caso di chi detiene potere (economico e politico soprattutto) – hanno origine i problemi che ci hanno sprofondati nella piú grave crisi dell’età contemporanea.
Ma vorrei aggiungere che c’è un’altra crisi – che magari non sembra, ma è legata strettamente alla crisi etica – ed è la crisi estetica.
Ci circondano volgarità, sciatteria, cattivo gusto, trivialità. Nei comportamenti, nel linguaggio, nei modi, nell’abbigliamento, in ogni cosa. E c’è indifferenza, se non addirittura disprezzo, verso il bello, verso l’eleganza, verso l’arte, in tutte le sue forme. Impera il cattivo gusto, dilaga il nichilismo, si ostentano la rozzezza e la maleducazione, il linguaggio è sempre piú scurrile e le mode sempre piú sciatte.
La televisione docet. Le trasmissioni-spazzatura, volgari e sbracate, quelle che sono le piú seguite dai ragazzi, sono anche la piú sguaiate, quelle che suscitano gli istinti piú bassi e influenzano negativamente bambini e ragazzi in età evolutiva. E ci sono rubriche – una delle piú note si chiama “I nuovi mostri” –, che, fingendo di mettere all’indice le cose peggiori, le replicano all’infinito.
La famosa citazione dostoievskiana “la bellezza salverà il mondo”, non è una banalità. Il bello, e quindi l’arte, la cultura, la poesia, affinano lo spirito, ingentiliscono gli animi, li aprono agli altri e li predispongono verso il bene. L’arte, e in particolare, direi, la poesia, che di tutte le arti è la piú dimessa ma è anche quella che piú da vicino tocca la sensibilità, ha in questo senso una funzione nobile e fondamentale e le va riconosciuto un ruolo che è insostituibile, perché ha un’indubbia utilità sociale. E comunque, se pure non dovesse risultare utile, certo non è dannosa, perché non fa male a nessuno.
Quando si perde il gusto del bello si perde anche quella sensibilità che dirozza i caratteri e che avvicina benevolmente agli altri. Chi ama l’arte, chi ama il bello, è un passo avanti agli altri. Sta a noi fare in modo che la bellezza salvi il mondo. Facciamo almeno in modo che la bruttezza non lo perda.

Amerigo Iannacone

A Maria Concetta Coreno
                               
mia madre

Mi ero messo a leggere la Bibbia
nella tua stanza. Mi riproponevo
di finirla
prima che tu finissi.

Quel grosso libro e la mia
lettura graduale
erano chiari indizi
che ti pretendevo immortale.

Ma tu sei morta, e io
di quella storia
sono ancora agli inizi.

Tommaso Lisi
Coreno Ausonio (Frosinone)

Io beggio, tu beggi, egli beggia

Avete mai incontrato il verbo “beggiare”? Io sí: l’ho sentito al telegiornale, dove è comparso anche con la sottotitolatura alla pagina 777. E sapete che vuol dire? Suppongo che conosciate ormai la parola “badge” (leggasi “begg’”, con la “g” palatale), che indica la tessera magnetica che ha sostituito il cartellino da timbrare all’entrata e all’uscita dal lavoro. Chiamarla “tessera magnetica” o semplicemente “tessera”, “tesserino”, “cartellino” o simili evidentemente sembrava troppo provinciale e cosí si è optato per una parola inglese che significa “mostrina”, “gallone”, “piastrina”, “distintivo”, “insegna”, “scudetto” e – come succede normalmente in inglese – diverse altre cose. È ovvio poi che quando un lavoratore arriva sul posto di lavoro non deve piú timbrare il cartellino e nemmeno strisciare la tessera, ma deve “beggiare”. Ecco. E allora: buona beggiata a tutti.