“Il Foglio volante” di aprile 2013

Foglio Aprile 2013

Il “Foglio volante” di aprile 2013 si apre con una mia ricerca sui “Proverbi dei Malavoglia” (che riporto di seguito) e vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Serena Angela Cucco, Carla D’Alessandro, Filippo De Angelis, Antonio Di Filippo, Georges Dumoutiers, Antonia Izzi Rufo, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Bruno Vezzuto.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento.
Riporto, di seguito, anche un mio testo dalla rubrica “Appunti e spunti- Annotazioni linguistiche” e una poesia in romanesco di Filippo De Angelis.

I proverbi dei Malavoglia

 

Diciamo che è un gioco: ho voluto qui raccogliere tutti i proverbi (non so se me ne è sfuggito qualcuno) che Verga mette in bocca ai personaggi dei Malavoglia. Alcuni sono noti in tutt’Italia, spesso con qualche variante, molti sono locali, legati a una società che non c’è piú e sono molto lontani dal nostro modo di pensare e di vivere, nati in una civiltà povera, legata alla pesca e in piccola parte all’agricoltura.

Magari non è vero che i proverbi sono la saggezza dei popoli (come recita appunto un proverbio) e spesso riproducono luoghi comuni. Talvolta i proverbi sono in contrasto tra di loro. Si pensi, per esempio a “Chi fa da sé fa per tre” e “L’unione fa la forza”, oppure: “L’abito non fa il monaco” e “Vesti uno sterpone, diventa un barone”: chi ha ragione? I proverbi sono lo specchio della società dove nascono.

Riporto dunque, senza commento, i proverbi del Malavoglia,che trovo comunque tutti interessanti da leggere. Buona lettura:

Amerigo Iannacone

 

A buon cavallo non gli manca sella.

A cavallo magro, mosche.

A chi vuol bene, Dio manda pene.

Acqua di cielo, e sardelle alle reti.

Acqua passata non macina piú.

Ad ogni uccello il suo nido è bello.

A donna alla finestra non far festa.

Ad un albero caduto accetta! accetta!

Aiutati che t’aiuto.

Al giorno che promise si conosce il buon pagatore.

Alla casa del povero ognuno ha ragione.

Alla credenza ci si pensa.

Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa cristiano.

Al servo pazienza, al padrone prudenza.

Amare e disamare non sta a chi lo vuol fare.

Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio.

Amore di soldato poco dura, a tocco di tamburo addio signora.

A nave rotta ogni vento è contrario.

Ascolta i vecchi e non la sbagli.

Augura bene al tuo vicino, ché qualche cosa te ne viene.

Beato chi muore nel proprio letto.

Beato quell’uccello, che fa il nido al suo paesello.

Bella, non voglio te, voglio i tuoi soldi.

Bocca amara sputa fiele.

Buone parole e mele fradicie.

Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo.

Carcere, malattie e necessità, si conosce l’amistà.

Cane affamato non teme bastone.

Carne di porco ed uomini di guerra durano poco.

Casa mia, madre mia.

Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto.

Chi cade nell’acqua è forza che si bagni.

Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova.

Chi comanda ha da dar conto.

Chi dà acconto non è cattivo pagatore.

Chi è minchione se ne sta a casa.

Chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e l’ingegno.

Chi fa l’oste deve far buon viso a tutti.

Chi ha bocca mangia, e non mangia se ne muore.

Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole.

Chi ha il cuor contento sempre canta.

Chi ha roba in mare non ha nulla.

Chi non sa l’arte chiuda bottega, e chi non sa nuotare che si anneghi.

Chi piglia bellezze piglia corna.

Coi capelli lunghi e il cervello corto.

Chi pratica con zoppi all’anno zoppica.

Chi va col lupo allupa.

Coll’interesse non c’è amicizia.

Corri quanto vuoi che qui t’aspetto.

Contentati di quel che t’ha fatto tuo padre; se non altro non sarai un birbante.

Degli uomini segnati guárdatene.

Donna di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio.

Dove ci sono i cocci ci son feste.

Fa’ il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai.

Forza di giovane e consiglio di vecchio.

Fra suocera e nuora ci si sta in malora.

Guai a chi casca per chiamare aiuto.

Il buon pilota si conosce alle burrasche.

Il galantuomo come impoverisce diventa birbante.

Il malo ferro se lo mangia la mola.

Il mare è amaro ed il marinaio muore in mare.

Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai.

Il mondo è tondo, chi nuota e chi va a fondo.

Il motto degli antichi mai mentì.

Il pesce puzza dalla testa.

Il riso con i guai vanno a vicenda.

Il sangue non è acqua.

In tempo di carestia pane d’orzo.

I pesci del mare son destinati a chi se l’ha da mangiare.

I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l’acqua l’un l’altro.

La casa ti abbraccia e ti bacia.

La fame fa uscire il lupo dal bosco.

La figliuola com’è avvezzata, e la stoppa com’è filata.

La forca è fatta pel disgraziato.

La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena.

La ragazza com’è educata, e la stoppa com’è filata.

Le cose lunghe diventano serpi.

Lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Lontano sia ché son figlia di Maria.

Lo sfortunato ha i giorni lunghi.

L’uomo è il fuoco, e la donna è la stoppa: viene il diavolo e soffia.

L’uomo per la parola, e il bue per le corna.

Mare bianco, scirocco in campo.

Mare crespo, vento fresco.

Maritati e muli vogliono star soli.

Matrimonii e vescovadi dal cielo sono destinati.

Meglio contentarsi che lamentarsi.

Meglio poco che nulla.

Necessità abbassa nobiltà.

Né testa, né coda, ch’è meglio ventura.

Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto.

‘Ntroi ‘ntroi, ciascuno coi pari suoi.

‘Ntrua, ‘ntrua! ciascuno a casa sua!

Ogni buco ha il suo chiodo, chi l’ha vecchio e chi l’ha nuovo.

Ognuno all’arte sua, e il lupo alle pecore.

Ostessa bella conto caro.

Pari con pari e statti coi tuoi.

Per far da papa bisogna saper far da sagrestano.

Per un pescatore si perde la barca.

Più ricco è in terra chi meno desidera.

Quando il sole si corica insaccato si aspetta il vento di ponente.

Quando la luna è rossa fa vento, quando è chiara vuol dir sereno; quando è pallida, pioverà.

Quel ch’è di patto non è d’inganno.

Roba rubata non dura.

Sciatara e matara! Tuono dell’aria, e vino solforoso.

Scirocco chiaro e tramontana scura, mettiti in mare senza paura.

Senza pilota barca non cammina

Triste quella casa dove ci è la visita pel marito.

Una mela fradicia guasta tutte le altre.

Uomo povero ha i giorni lunghi.

Ventre affamato non sente ragione.

La “congiuntivite grammaticale”

“Congiuntivo” non è una parolaccia, anche se la maggioranza degli italiani ormai lo evita accuratamente (e magari non evita le parolacce). Ma qui, ora, piú che perorare la causa dell’uso di questo modo verbale, vorrei richiamare l’attenzione di un suo frequente uso errato. Spesso infatti si trova l’uso del congiuntivo presente al posto dell’imperfetto e altre volte quello dell’uso dell’imperfetto invece del presente.
Dire, per esempio, «vorrei che sia» non è corretto. Le forme corrette sono: «voglio che sia» e «vorrei che fosse»: se il primo verbo è al presente indicativo, il secondo va al presente congiuntivo e non all’imperfetto; se il primo verbo è condizionale, il secondo va all’imperfetto.
Un altro uso erroneo che si sente spesso è quello dell’imperfetto dove andrebbe il presente. Immaginate un signore sul palco che si rivolge agli ascoltatori: «Tutti coloro che sono d’accordo, alzassero la mano». E no: non “alzassero”, ma “alzino”.
Ma sono molti quelli che soffrono – diciamo cosí – di “congiuntivite grammaticale”. Anzi non soffrono, perché si tratta di un male asintomatico.

Mejo er burino

 

So stato a Londra, e lí parola mia,

te parleno ’n linguaggio tutto strano:

è stato come annà a ’a vucceria,

nimmanco na parola ’n italiano.

 

Tra mezzo alla caciara ’n birreria

m’aspetto na parola de romano

e ’nvece no, manco na fesseria

detta pe caso a reggeme ’a mano.

 

Me chiedo mò perché a sto paese

indo’ parlamo un superfiorentino

amo da sta sentí de parlà ’ngrese.

 

Mettemo pure noi ’n ber puntino

sopra ’a i, e senza esse scortese

ar massimo parlamose ’n burino.

 

Venafro, gennaio 2013

 

            Filippo De Angelis

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