“Il Foglio volante” di novembre 2013

Foglio 11-2013

Sul “Foglio volante” di novembre 2013 compaiono, oltre alle solite rubriche (“Lettere al Foglio”, “Premi”, ecc.), testi di Giorgio Bàrberi Squarotti, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Laura Carosella, Aldo Cervo, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone, Arjan Kallço, Tiberio La Rocca, Corrado Lepore, Marco Mezzetti, Carlo Minnaja.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento.
Riporto, qui di seguito, il testo di apertura, di Aldo Cervo, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Fabiano Braccini.

 

 

 

La Camminante di Giustino Ferri
Romanzo essenzialmente psicologico, benché non privo di temi sociali di derivazione verista

Le coordinate geografico-antropologiche del romanzo rinviano certamente al nostro Centro-Sud, mentre si rifanno all’età postunitaria quelle temporali; età – bisogna aggiungere – già  distanziata degli eventi del 1860/61 di un buon quarantennio di storia. La nomenclatura di paesi, località, e gli stessi riferimenti fisici del territorio assunto a teatro degli accadimenti sono dalla fantasia del narratore inventati a meglio render l’idea della dimensione universale di un messaggio narrativo che non si lascia irretire all’interno della realtà di una determinata Comunità, minuscola o meno minuscola che sia. Dire, dunque, che “Le Ramogne”, o “Avignano”, o “Castelbove” possono essere delle varianti di Picinisco (paese natale dello scrittore ciociaro) è operazione facile fin troppo, ovvia persino, se non d’una conclamata inutilità nel discorso su un romanzo che oltre a esibire delle credenziali estetiche di tutto rispetto, accoglie procedimenti narrativi e temi di dimensione epocale che a tutt’oggi identificano, letterariamente parlando, quella stagione che, partita dalle convulsioni creative degli Scapigliati, perviene, attraverso le inquiete stranezze del Fogazzaro ed i velleitarismi ideologici del d’Annunzio, alle complessità psicanalitiche di Svevo e Pirandello.
Romanzo essenzialmente psicologico, benché non privo di temi sociali di derivazione verista, è La Camminante, dove il progetto di riscatto della casa paterna in Avignano, coltivato da Bettina, sorella di Andrea Bartoli, ma destinato a fallire per la contrarietà risoluta del fratello, è il sostrato socioantropologico sul quale s’intessono le complicate maglie della psicologia dei personaggi.
Andrea è un intellettuale pervenuto non senza sacrifici della famiglia alla Laurea. In Roma, dove ha vissuto un periodo non breve della sua vita, è venuto a contatto con gli ambienti dell’alta cultura scoprendo in sé la vocazione del narratore. Autore – nella finzione letteraria – del romanzo Il libro di Moloch che gli ha procurato insieme a malevoli critiche discreta fama e benessere, si è ritirato in età matura con la sorella Bettina, che a lui ha sacrificato la propria vita, nella solitudine delle “Ramogne” nella cui pace spera di poter meglio riuscire negli impegni di scrittore. È infatti alle prese con una novella che gli sta procurando non poche noie per via di contiguità con trame di altra narrativa d’altri autori, già pubblicata.
La volta che decide di tornare per qualche tempo a Roma nell’apprensione della sorella, che  in virtù della maggiore età continua a trattarlo – a quarantacinque anni – come un bambino bisognevole di guida, accade qualcosa che irrompe nella quotidianità dello scrittore, in quella di Bettina e di tutta la Comunità di zona innescando una spirale di mutamenti relazionali, di comportamenti, di revisioni etiche con ricadute persino sull’ispirazione narrativa di Andrea.
Arriva, adagiata sul carico di fieno di un carro agricolo di un certo Pantore, contadino la cui filosofia di vita si formalizza in sentenze e riflessioni del genere moralistico-religioso, una donna deperita, malvestita, febbricitante, soccorsa dal Pantore mentre giaceva svenuta sulla istrada. La donna, accolta dai Bartoli, messa a letto e fatta visitare dal medico, va, per intervalli, soggetta ad attacchi di delirio dai quali si evince il perdurarle nel subconscio degli esiti di un’esperienza di vita turbolenta, lacerante, sofferta. Durante la convalescenza si stabilisce un rapporto quotidiano vissuto in un alternarsi di pietà e di gelosia da Bettina, timorosa di una possibile concorrenza nel “possesso” affettivo del fratello, il quale – peraltro – ha rinunciato al programmato provvisorio trasferimento nella Capitale.
A guarigione avvenuta la donna, che nulla lascia trapelare del suo passato, ancora s’intrattiene presso la famiglia dei benefattori collaborando alle faccende domestiche e  interessandosi all’arte narrativa di Andrea discutendone con competenza, interesse e partecipazione emotiva. Il protrarsi di quel soggiorno alimenta alle “Ramogne” e dintorni pettegolezzi e dicerie varie, che arrivano a farne un’antica amante dello scrittore e, addirittura, una latitante terrorista antimonarchica.
Nel rapporto tra la donna (che poi chiederà di esser chiamata Paola) e Bettina, Andrea, per non urtare la suscettibilità della sorella, cerca di tenere un comportamento distaccato, lucido, improntato alla razionalità, e vi riesce fino a quando una notte di tempesta meteorologica, nel buio della casa interrotto appena dalla lampada a olio e dai fulmini, nel trambusto di infissi sbatacchiati dal vento, Paola, malcoperta da vestaglia da notte non gli finisce addosso attivando una reattività dei sensi e del sentimento il cui epilogo si compirà all’alba di un giorno al levarsi del sole nello scenario appenninico del “Serrone”. Ma il mistero del passato di Paola, per quel che la donna lascia appena intuire, esclude ogni ipotesi di convivenza regolare e duratura, sicché una mattina Paola, dopo il faccia a faccia a muso duro con Bettina, del giorno avanti, lascia la casa dei Bartoli e sparisce per sempre riconsegnando al mistero la sua strana esperienza di vita di Camminante.
Nel romanzo di Giustino Ferri, oltre ai protagonisti, si muovono, caratterialmente ben delineati, numerosi altri personaggi, come don Angelo Castellone, ex garibaldino, e, forse, ex prete o ex frate, che apre la storia raccontando come avvenne che coccarde rosse borboniche ricavate da lembi sapientemente ritagliati dal rosso delle camicie garibaldine (opportunamente dismesse e bruciate) salvarono la vita a lui ed, eccezion fatta per un ex seminarista, a un gruppo di suoi compagni allo stesso modo che garibaldine camicie, ricavate col rosso delle coccarde borboniche avevano, tempo prima, salvato la vita ad ex regi passati con Garibaldi. Seguono poi, secondo un ordine di più sostanziosa visibilità ed incidenza narrativa, il personaggio di Ascensa, domestica dei Bartoli, anche lei “osservata speciale” della generosissima quanto sospettosa Bettina; poi il parroco don Felice Canale, il farmacista don Ovidio Sciacquarosa, don Raffaele Dorni, sindaco di Castelbove, il dottor Panelli, ed altri ancora che il romanzo annovera nel corso del suo articolato svolgimento.
La tecnica narrativa di Giustino Ferri è, a dir poco, temeraria. Sotto gli  umili panni di scrittore senza autostima (Andrea Bartoli non è che la sua controfigura) il Ferri struttura il narrato secondo un ben coordinato impianto di anticipi e riprese, realizzando un ineccepibile equilibrio negli apporti, alla trama maestra, degli eventi accessori, che sono tanti. Ma il capolavoro di La Camminante sta nelle problematiche che vengono a sconvolgere l’ordine apparente delle coscienze e delle conoscenze, rimesse al misterioso personaggio femminile. La presenza della donna, di cui non si sa nulla, nella casa dei Bartoli determina delle falle nella coscienza morale di Bettina, che è – per cosí dire – costretta talvolta, suo malgrado, a scoprirsi cattiva. E va ad interferire persino nell’assetto sostanziale e formale che Andrea pensava di dare alla novella in corso di compimento, in virtù della sensibilità e – diciamo anche – del  carisma che possiede. La lettura, inoltre, de Il libro di Moloch, che Paola s’è fatta prestare dallo scrittore, e il rifiuto del giudizio che dal romanzo trapela sulla protagonista femminile, nella quale evidentemente la donna riconosce se stessa, offre al Ferri l’occasione per mettere a confronto letteratura e vita, e di procedere a delle argute riflessioni sull’autonomia dell’ispirazione creativa spesso riottosa a preventivati progetti.
Il romanzo presenta anche pagine dove l’acume psicanalitico consente allo scrittore di intercettare e descrivere i mutamenti sottili dell’animo umano, l’evolver di sentimenti e passioni, l’alternarsi di risoluzioni e di ripensamenti, che ne fanno – per così dire – un esploratore del subconscio che non ha nulla da invidiare ai contemporanei Svevo e Pirandello.
A cosa attribuire la mancata fortuna – in termini di notorietà – del narratore di Picinisco, cui nel lontano 1981 il Centro Studi Letterari “Val di Comino” di Alvito, presieduto dallo scrittore Gerardo Vacana, della vicina Gallinaro, aveva dedicato un convegno che vantò le presenze, tra le altre, di Stefano Jacomuzzi e Giorgio Barberi Squarotti?
Alla circostanza di aver dovuto misurarsi con l’italo-tedesco di origine ebrea, nativo di Trieste, rivenditore alle dipendenze del suocero di vernici sottomarine? O con il siculo di Agrigento cui lo stato depressivo della moglie spianò la strada perché facesse della follia il tema dominante della sua opera letteraria?
Ma – mi chiedo – tra Dante e Petrarca, Boccaccio passò forse in sordina, o forse Foscolo e Manzoni  oscurarono la fama del più giovane Leopardi?
È probabile invece che il ciociaro per una naturale ritrosìa del carattere maturata a gelosa difesa della propria identità etnica che non si baratta col successo non seppe (o non volle) spendere nel migliore dei modi la propria immagine, rinunciando con l’autosnobbarsi alle poltrone di prima fila riservate ai Grandi.
Ché  se poi così non fosse, la fortuna mancata di Giustino Ferri sarebbe destinata a rimanere un mistero. Ma un mistero più fitto di quello che connotò l’esperienza umana della sua Camminante.

Aldo Cervo

Giustino Ferri, La Camminante, Edizioni Eva, Venafro, 2013, pp. 336, € 20,00. Questo volume inaugura la collana “tutte le opere di Giustino Ferri, diretta da Gerardo Vacana. Il libro può essere ordinato alle Edizioni Eva, Via Annunziata Lunga 20, 86079 Venafro (IS), tel. 0865.90.99.50, edizionieva@edizionieva.com.

 

 

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone


Dite (e scrivete) trentatré

Un professore di storia della pedagogia di cui mi capitò di seguire qualche lezione all’università, si era inventata la parola “autome”, che – precisava – si legge “automé”, ma si scrive senza accento perché è formata da “auto” e “me”. Non mi chiedete che significasse perché non l’ho mai capito.
Questa parola mi dà comunque l’occasione per osservare che alcuni usano scrivere “ventitré”, “trentatré”, “lungopò” e simili, senza l’accento, perché, si giustificano, le parole sono composte da “venti” e “tre”, da “trenta” e “tre”, da “lungo” e “Po”, dove “tre” e “Po” non hanno accento. Ma se in una parola composta dovessimo tener conto della grafia delle parole componenti, dovremmo omettere l’accento il piú delle volte: “perché” è composta da “per” e “che”, “poiché” è composta da “poi” e “che”, “lassú” deriva da “là” e “su”, dove “là” ha l’accento e “su” no, per cui se volessimo seguire la grafia delle parole componenti dovremmo scrivere “làsu”, e dovremmo scrivere “giàche”, per “giacché”, “afinche” per “affinché”, ecc.
Ma le parole tronche che terminano per vocale – a parte i monosillabi, per i quali vale un altro discorso – recano sempre l’accento sull’ultima vocale, indipendentemente dalle parole che le compongono: mettiamolo, l’accento, non è una grande fatica.

 

Il primo fiocco di neve

(L’inverno)

Una lieve puntura
di freddo tra le ciglia:
quasi l’impressione d’una lacrima.
Poi lo scorrere
giú per il viso
di un rivolo gelato,
come una sensazione di prurito.
Timidi e silenziosi annunci
dell’inverno oramai imminente.

Fabiano Braccini
Milano

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