“Il Foglio volante” di dicembre 2013

Foglio 12 2013

“Il Foglio volante” di dicembre 2013 è un numero speciale, con quattro pagine in piú, dedicato per la maggior parte al Premio di Poesia “Città di Sant’Elia Fiumerapido”. Vi compaiono, oltre alle solite rubriche (“Lettere al Foglio”, “Premi”, ecc.), la firme di Pasquale Balestriere, Aurelia Bogo, Loretta Bonucci, Franco Buffoni, Francesco De Napoli, Paolo De Paolis, Ida Di Ianni, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone  Giuseppe Iuliano, Umberto La Marra, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Vincenzo Rossi, Paolo Saggese, Arturo Ursiti.
Ricordo che per riceverlo regolarmente in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento. Per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Riporto, qui di seguito, un ricordo Vincenzo Rossi e una sua poesia e una recensione all’ultimo libro di Walter Veltroni “L’isola e le rose”.

Ricordo di Vincenzo Rossi

Il 6 novembre scorso è morto a Cerro al Volturno, dove era nato il 7 giugno 1924 lo scrittore Vincenzo Rossi, una delle figure piú eminenti nel campo delle lettere molisane e non solo molisane e nostro amico di lunga data. Fu uno dei primi abbonati del Foglio volante di cui è stato anche collaboratore.
Lo ricordiamo con un pezzo di Ida Di Ianni e con una sua poesia, “Prima sinfonia per il Sud”, tratta dalla raccolta
Verdi terre.

L’alfa e l’omega. “Dove i monti ascoltano” e “Annotazioni di una vita”, il primo e l’ultimo dei volumi donatimi dallo scrittore Vincenzo Rossi, scrittore di Cerro al Volturno (IS), morto il 6 novembre 2013. Vincenzo Rossi, insignito del Premio alla Carriera dalla giuria del Premio “Città di Sant’Elia Fiumerapido” nel 2008, è stato poeta, romanziere, saggista, traduttore, recensore di opere letterarie, studioso (autodidatta) di piú arti, conosciuto in Molise – di cui ha rappresentato la voce tra le piú alte espresse nella seconda metà del Novecento – ed in quelle terre d’oltre Oceano in cui i Molisani hanno nel tempo deciso di migrare.
Acuto, profondo, metodico nell’esercizio della letteratura, come dello studio sempre sotteso alla stesura delle sue opere, figlio della terra e mai stanco cantore delle sue espressioni e valenze, nella sua molto vasta produzione significativi sono in particolare proprio i romanzi e le raccolte liriche in cui la memoria dello scrittore torna ai tempi, ai modi e alle forme della civiltà contadina e pastorale che ne hanno forgiato la tempra e ne hanno nutrito la poetica, in una pluralità di temi che sono andati via via comparandosi con l’evoluzione sociale, che il nostro non ha mai mancato di registrare nello “scontro” suo personale, ideale e dialettico con una modernità lesiva del vivere degli uomini e degli animali nel contesto di una natura, da lui molto celebrata.
Oltre allo scrittore sicuramente di fama, cui tanti riconoscimenti sono stati tributati in vita ed altri ancora gli saranno conferiti in morte, piace a me, tuttavia, ricordare la sua figura di docente di Lettere nella Scuola Media di Cerro al Volturno. Avevo allora solo dodici anni ed egli, in classe, leggeva a noi le sue poesie da Dove i monti ascoltano, cadenzando la lettura a passi lenti lungo l’aula ed io… io mi commuovevo ai suoi versi, sognavo i nostri monti, scrivevo ingenue poesie alla maniera sua. E cominciavo a “sentire”, a sentirmi nella necessità di dire, di dire in poesia, di ascoltare la mia e la voce degli altri. Dei poeti, poeta qual egli è stato per me, Maestro. E poi nella vita. Divenuta anch’io docente, molto stimata da lui, era luce nei suoi occhi quando l’orgoglio muoveva parole alte nei miei confronti, nella voce gioiosa sempre e nell’affetto mai, mai venuto meno. Ed ora, nel silenzio sceso sull’uomo (per lui parleranno a monumento del tempo le sue tante opere), noi continueremo a parlarci, ad essere l’una seme dell’altro, nella poesia, nella passione, nel desiderio di semina per nuovo ed eterno raccolto.
Ida Di Ianni

L’Isola delle Rose

Nel 1968 l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa s’inventò e realizzò l’Insulo de la Rozoj, l’Isola delle Rose, un’isola artificiale poggiata su una piattaforma d’acciaio, al largo di Rimini, in acque internazionali. Il 1° maggio l’isola si autoproclamò stato indipendente, si diede un Governo, una costituzione, una moneta, un’emissione postale, e anche con una lingua ufficiale, l’esperanto, lingua di tutti in generale e di nessuno in particolare. Ne parlarono tutti i giornali non solo in Italia, ma anche all’estero. Voleva essere meta di poeti ed artisti, turisti particolari, da ospitare e gratificare. Cominciò infatti ad attrarre una miriade di turisti, tanto che non riusciva ad accogliere tutti. Ma lo stato italiano il 26 giugno mandò le forze di polizia a occupare l’isola e sottoporla a a blocco navale. Nel febbraio 1969 l’Isola delle Rose fu demolita.
Se si va su un motore di ricerca e si digita “Isola delle Rose”, si trova tutta una serie di documenti. In particolare si trova un film documentario di 59 minuti (http://www.youtube.com/watch?v=ci226cf1JOQ), tutto in esperanto.
Walter Veltroni che noi conoscevamo piú come politico che come scrittore, ispirandosi all’Insulo de la rozoj, ha scritto il romanzo, uscito nel 2012 per Rizzoli, L’isola e le rose – Il romanzo di un’incredibile storia, una sua ricostruzione puntuale delle vicende, ma da romanziere e non da saggista. I personaggi hanno nomi di fantasia, c’è una trama dovuta a libertà di ispirazione, ma riporta tutti gli eventi allora occorsi e ci si ritrovano coloro che vissero l’avventura dell’Isola delle rose. Una scrittura garbata e gradevole, una ricostruzione non solo dei fatti ma anche degli ambienti, delle atmosfere, del clima (anche politico) di quegli anni.
Riporto di seguito un breve stralcio tratto dal libro, in cui si parla di esperanto: «“Per me l’esperanto è quella ‘lingua chiara’ che il profeta Sofonia immagina che Dio riverserà sulla terra quando gli uomini ‘cammineranno spalla a spalla’. Una lingua che non cancelli le altre, che anzi nasca dalla umile ricognizione delle radici di tutti i linguaggi e perciò sia semplice e familiare. Una lingua che non sostituisca ma si aggiunga, che consenta ai diversi colori dell’arcobaleno di parlarsi, riconoscendosi come diversi. La lingua dell’unità delle differenze, non della uniformità autoritaria. Per questo tutti i regimi l’hanno avversata. Questo è l’esperanto. Almeno per me.” […] Quello strano linguaggio, l’esperanto, era un ponte, un arcobaleno, una chiave. Non un gioco per squinternati. Una lingua che nasce dal basso per rendere universale la comunicazione tra gli esseri umani.»
Amerigo Iannacone

Walter Veltroni, L’isola e le rose – Il romanzo di un’incredibile storia, Rizzoli, Milano, 2012, pp. 324, € 17,50, ISBN 978-88-17-06083-7.

Prima sinfonia per il Sud

Vasti tramonti di luglio
accesi dai volti dei miei cari
strade popolate di voci stanche
di passi scintillanti sulle selci
di pianti d’agnelli e starnuti di cavalli
cordami d’alberi infiammati di rosse lune
e occhi di civette in bassi voli
canti di fanciulle aggruppate sui colli
accanto a fasci di covoni
fermi sui sassi delle soste
aie sbiancate da paglia e forche
appese ai tronchi delle querce
che ad esse facevano corona
carri riemergenti dai campi
affondati in frane d’incessanti diluvi
in questa densa sinfonia del tempo
che di ricordi sanguina e si nutre
e d’improvviso mi attraversa
come fischi di treni nella notte.

Vincenzo Rossi

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