“Il Foglio volante” di luglio 2013

31 09pmWed, 18 Sep 2013 17:32:59 +00002602013 2008

Foglio Luglio 2013Nel “Foglio volante” di luglio 2013 compaiono, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Lorenzo Bracco, Serena Angela Cucco, Carla D’Alessandro, Giuditta Di Cristinzi, Antonio Di Filippo, Lino Di Stefano, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Pierangelo Marini, Adriana Mondo, Giuseppe Napolitano, Giorgio Pagano, Fryda Rota, Benito Sablone, Patrick Sammut, Vincenzina Scarabeo Di Lullo, Adolf P. Shvedchikov, Gerardo Vacana, Dario Voltolini.
Riportiamo, qui di seguito, un testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”, una poesia di Benito Sablone e una nota di Giorgio Pagano.

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Nevica, nella tundra?

Leggo sul vocabolario alla voce “Pianura”: «Ampia estensione di terreno pianeggiante». Allora quando – d’inverno spesso – si sente in televisione, durante le previsioni del tempo: «Possibilità di nevicate anche in pianura», vien da pensare: “Perché, la neve di solito cade solo in zone scoscese? Ha forse delle remore a posarsi nelle zone pianeggianti? Quindi dobbiamo concludere che nella tundra non nevica mai?»
Ma forse volevano dire: «Possibilità di nevicate anche a bassa quota». Quasi come se “pianura” significasse “bassa quota”.

Nulla finirà

Sull’abisso della finestra
la pioggia dissolve
l’iride d’ogni parola
– e ogni cosa rimane incompiuta
tra l’una e l’altra stagione
Il libro che mi aiuta
scandisce le sue parole
non le mie
– le mie non bastano per dire
che ho timore
che nulla finirà

                Benito Sablone
                Chieti

Nandomeliconizzazione

Riportiamo una nota di Giorgio Pagano, Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto. Altro sui siti: www.patriaeuropea.it, www.democrazialinguistica.it. Era Onlus, Associazione per la democrazia linguistica – Italia: Via di Torre Argentina, 76 -00186 Roma; Belgio: 54 Rue du Pepin -B-100 Bruxelles; Usa: United Plaza, Suite 408 -10017 New York; Brasile: Fazenda Bona Espero, Alto Paraiso de Gojas-GO. Tel. 06.68.97.97.97.

Nella notte degli Oscar, nessuno ha ricordato Sordi nel decennale della scomparsa, eppure era stato il primo “americano a Roma”, cittadino onorario di Kansas City del 1955. Il fatto è singolare, data l’attenzione con la quale gli americani guardano ai nostri grandi Maestri del cinema.
Invece, in Italia, tutta la classe dirigente si è fermata al 1954, si è nandomeliconizzata al punto che dal prossimo anno, a 60 dall’uscita di uno dei 100 film italiani da salvare, il Politecnico di Milano vieterà l’uso dell’italiano nell’insegnamento, costringendo gli italiani al solo inglese. Ma il Rettore senza la C del Polimi è l’ultimo di una fila di Nando Meliconi alle vongole. Oltre ad Azzone c’è il Ministro Profumo, che da Rettore del Politecnico di Torino aboliva le tasse universitarie agli italiani che rinnegavano la loro lingua madre per l’inglese; c’è la Gelmini che ha imposto la certificazione del First Certificate d’inglese per potere insegnare qualunque materia nelle scuole italiane; c’è Berlusconi e le sue 3 I, che voleva fare dell’inglese “la seconda lingua madre” degli italiani; c’è Giannino che millantava titoli all’Università di Chicago per farsi importante; c’è Grillo che vuole insegnare l’inglese ai bambini di tre anni e magari anche nella culla. Awanagana…
È dal 1993 che i Radicali si battono contro la follia del monopolio linguistico inglese che consegna ogni anno più di 350 miliardi di euro per la tassa inglese alla Gran Bretagna.
Da oltre 25 anni l’Associazione Radicale Esperanto indica la via salvifica per le lingue del mondo e federalista per la costruzione europea, nell’apprendimento dell’Esperanto lingua comune della razza umana.
Con la dittatura linguistica inglese che scalza dalla sua patria l’italiano siamo giunti all’assurdo piú totale: l’Italia dà battaglia in Europa contro il brevetto comunitario e i bandi di concorso, in quanto ci sottometterebbero al trilinguismo anglo-franco-tedesco, mentre contemporaneamente le nostre forze politiche scardinano dall’interno la Costituzione e l’essenza stessa dell’essere italiani imponendo al Paese un processo colonialistico straniero destinato a rendere integralmente anglofona l’istruzione superiore italiana.

“Il Foglio volante” di maggio 2013

31 05pmMon, 06 May 2013 18:01:02 +00001252013 2008

Foglio maggio 2013

“Il Foglio volante” di maggio 2013, si apre con l’articolo di Franco Orlandini “Luigi Bartolini e la campagna. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Giuseppe Campolo, Antonio De Angelis, Adriana Mondo, Fryda Rota, Benito Sablone, Patrick Sammut, Gerardo Vacana, Angelica Zappitelli.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento.
Riporto, qui di seguito, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti” e una poesia di Benio Sablone.


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Il colore dei papaveri


Tutti sanno che in inglese l’aggettivo si mette prima del sostantivo, anzi c’è tutta una gerarchia piuttosto cervellotica che mette in riga i vari tipi di aggettivi: opinione, età, forma, colore, origine, materiale, finalità. In italiano, si dice, di solito va prima il sostantivo e poi l’aggettivo, ma in realtà la questione della posizione dell’aggettivo in italiano è piuttosto complessa e si potrebbe ricavare una serie di regole anche piuttosto fluttuanti, sebbene in linea di massima le cose non cambiano molto se l’aggettivo va prima o dopo il sostantivo. In questa sede mi limito a una regoletta che spesso viene ignorata. Lasciamo da parte alcune espressioni dove la posizione dell’aggettivo ne cambia il significato (un pover’uomo, – un uomo povero; un vecchio amico – un amico vecchio; un alto funzionario – un funzionario alto). In genere un aggettivo qualificativo se precede il sostantivo indica una qualità normale, abituale, del sostantivo; se lo segue indica una qualità particolare o aggiunta. Si dice «camminava in un verde prato» perché “verde” è una qualità normale del prato, se si trattasse invece di una qualità non abituale, l’aggettivo andrebbe dopo: «camminava in un prato inquinato». «La strada era coperta di neve bianca» non si dice, perché l’aggettivo indica una qualità normale e quindi sarebbe meglio metterlo prima, mentre sarebbe giusto dire «la strada era coperta di una neve annerita dagli scarichi della auto». Dire: «mille papaveri rossi» con il verso di una canzone poi ripreso da una trasmissione televisiva è una banalità, perché i papaveri sono rossi e lo sanno tutti. In questo sarebbe stato meglio mettere prima l’aggettivo, mentre l’aggettivo andrebbe dopo se indicasse una qualità particolare, non abituale, come, per esempio, «papaveri sfioriti».

L’ultima parola dell’ultimo verso


Credo alle ultime parole di un libro
all’ultimo verso di un poema
all’ultima parola dell’ultimo verso
scritto da un qualunque poeta

Ora che tutto naufraga
sugli scogli dell’indifferenza
e ogni fiato mi raffredda,
sul guscio delle parole
tutto si spoglia – ma cerco
ancora nell’involucro
la forma che l’involucro modella
senza metterla a nudo

Benito Sablone
Chieti

“Il Foglio volante” di aprile 2013

31 03pmMon, 25 Mar 2013 17:35:09 +0000832013 2008

Foglio Aprile 2013

Il “Foglio volante” di aprile 2013 si apre con una mia ricerca sui “Proverbi dei Malavoglia” (che riporto di seguito) e vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Serena Angela Cucco, Carla D’Alessandro, Filippo De Angelis, Antonio Di Filippo, Georges Dumoutiers, Antonia Izzi Rufo, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Bruno Vezzuto.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto a ricevere tre libri omaggio per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro) – serve anche a sostenere un mensile letterario e di cultura varia che non ha altre forme di finanziamento.
Riporto, di seguito, anche un mio testo dalla rubrica “Appunti e spunti- Annotazioni linguistiche” e una poesia in romanesco di Filippo De Angelis.

I proverbi dei Malavoglia

 

Diciamo che è un gioco: ho voluto qui raccogliere tutti i proverbi (non so se me ne è sfuggito qualcuno) che Verga mette in bocca ai personaggi dei Malavoglia. Alcuni sono noti in tutt’Italia, spesso con qualche variante, molti sono locali, legati a una società che non c’è piú e sono molto lontani dal nostro modo di pensare e di vivere, nati in una civiltà povera, legata alla pesca e in piccola parte all’agricoltura.

Magari non è vero che i proverbi sono la saggezza dei popoli (come recita appunto un proverbio) e spesso riproducono luoghi comuni. Talvolta i proverbi sono in contrasto tra di loro. Si pensi, per esempio a “Chi fa da sé fa per tre” e “L’unione fa la forza”, oppure: “L’abito non fa il monaco” e “Vesti uno sterpone, diventa un barone”: chi ha ragione? I proverbi sono lo specchio della società dove nascono.

Riporto dunque, senza commento, i proverbi del Malavoglia,che trovo comunque tutti interessanti da leggere. Buona lettura:

Amerigo Iannacone

 

A buon cavallo non gli manca sella.

A cavallo magro, mosche.

A chi vuol bene, Dio manda pene.

Acqua di cielo, e sardelle alle reti.

Acqua passata non macina piú.

Ad ogni uccello il suo nido è bello.

A donna alla finestra non far festa.

Ad un albero caduto accetta! accetta!

Aiutati che t’aiuto.

Al giorno che promise si conosce il buon pagatore.

Alla casa del povero ognuno ha ragione.

Alla credenza ci si pensa.

Allora la donna è fedele ad uno, quando il turco si fa cristiano.

Al servo pazienza, al padrone prudenza.

Amare e disamare non sta a chi lo vuol fare.

Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio.

Amore di soldato poco dura, a tocco di tamburo addio signora.

A nave rotta ogni vento è contrario.

Ascolta i vecchi e non la sbagli.

Augura bene al tuo vicino, ché qualche cosa te ne viene.

Beato chi muore nel proprio letto.

Beato quell’uccello, che fa il nido al suo paesello.

Bella, non voglio te, voglio i tuoi soldi.

Bocca amara sputa fiele.

Buone parole e mele fradicie.

Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo.

Carcere, malattie e necessità, si conosce l’amistà.

Cane affamato non teme bastone.

Carne di porco ed uomini di guerra durano poco.

Casa mia, madre mia.

Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto.

Chi cade nell’acqua è forza che si bagni.

Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova.

Chi comanda ha da dar conto.

Chi dà acconto non è cattivo pagatore.

Chi è minchione se ne sta a casa.

Chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e l’ingegno.

Chi fa l’oste deve far buon viso a tutti.

Chi ha bocca mangia, e non mangia se ne muore.

Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole.

Chi ha il cuor contento sempre canta.

Chi ha roba in mare non ha nulla.

Chi non sa l’arte chiuda bottega, e chi non sa nuotare che si anneghi.

Chi piglia bellezze piglia corna.

Coi capelli lunghi e il cervello corto.

Chi pratica con zoppi all’anno zoppica.

Chi va col lupo allupa.

Coll’interesse non c’è amicizia.

Corri quanto vuoi che qui t’aspetto.

Contentati di quel che t’ha fatto tuo padre; se non altro non sarai un birbante.

Degli uomini segnati guárdatene.

Donna di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio.

Dove ci sono i cocci ci son feste.

Fa’ il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai.

Forza di giovane e consiglio di vecchio.

Fra suocera e nuora ci si sta in malora.

Guai a chi casca per chiamare aiuto.

Il buon pilota si conosce alle burrasche.

Il galantuomo come impoverisce diventa birbante.

Il malo ferro se lo mangia la mola.

Il mare è amaro ed il marinaio muore in mare.

Il mondo è pieno di guai, chi ne ha pochi e chi ne ha assai.

Il mondo è tondo, chi nuota e chi va a fondo.

Il motto degli antichi mai mentì.

Il pesce puzza dalla testa.

Il riso con i guai vanno a vicenda.

Il sangue non è acqua.

In tempo di carestia pane d’orzo.

I pesci del mare son destinati a chi se l’ha da mangiare.

I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l’acqua l’un l’altro.

La casa ti abbraccia e ti bacia.

La fame fa uscire il lupo dal bosco.

La figliuola com’è avvezzata, e la stoppa com’è filata.

La forca è fatta pel disgraziato.

La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena.

La ragazza com’è educata, e la stoppa com’è filata.

Le cose lunghe diventano serpi.

Lontano dagli occhi lontano dal cuore.

Lontano sia ché son figlia di Maria.

Lo sfortunato ha i giorni lunghi.

L’uomo è il fuoco, e la donna è la stoppa: viene il diavolo e soffia.

L’uomo per la parola, e il bue per le corna.

Mare bianco, scirocco in campo.

Mare crespo, vento fresco.

Maritati e muli vogliono star soli.

Matrimonii e vescovadi dal cielo sono destinati.

Meglio contentarsi che lamentarsi.

Meglio poco che nulla.

Necessità abbassa nobiltà.

Né testa, né coda, ch’è meglio ventura.

Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto.

‘Ntroi ‘ntroi, ciascuno coi pari suoi.

‘Ntrua, ‘ntrua! ciascuno a casa sua!

Ogni buco ha il suo chiodo, chi l’ha vecchio e chi l’ha nuovo.

Ognuno all’arte sua, e il lupo alle pecore.

Ostessa bella conto caro.

Pari con pari e statti coi tuoi.

Per far da papa bisogna saper far da sagrestano.

Per un pescatore si perde la barca.

Più ricco è in terra chi meno desidera.

Quando il sole si corica insaccato si aspetta il vento di ponente.

Quando la luna è rossa fa vento, quando è chiara vuol dir sereno; quando è pallida, pioverà.

Quel ch’è di patto non è d’inganno.

Roba rubata non dura.

Sciatara e matara! Tuono dell’aria, e vino solforoso.

Scirocco chiaro e tramontana scura, mettiti in mare senza paura.

Senza pilota barca non cammina

Triste quella casa dove ci è la visita pel marito.

Una mela fradicia guasta tutte le altre.

Uomo povero ha i giorni lunghi.

Ventre affamato non sente ragione.

La “congiuntivite grammaticale”

“Congiuntivo” non è una parolaccia, anche se la maggioranza degli italiani ormai lo evita accuratamente (e magari non evita le parolacce). Ma qui, ora, piú che perorare la causa dell’uso di questo modo verbale, vorrei richiamare l’attenzione di un suo frequente uso errato. Spesso infatti si trova l’uso del congiuntivo presente al posto dell’imperfetto e altre volte quello dell’uso dell’imperfetto invece del presente.
Dire, per esempio, «vorrei che sia» non è corretto. Le forme corrette sono: «voglio che sia» e «vorrei che fosse»: se il primo verbo è al presente indicativo, il secondo va al presente congiuntivo e non all’imperfetto; se il primo verbo è condizionale, il secondo va all’imperfetto.
Un altro uso erroneo che si sente spesso è quello dell’imperfetto dove andrebbe il presente. Immaginate un signore sul palco che si rivolge agli ascoltatori: «Tutti coloro che sono d’accordo, alzassero la mano». E no: non “alzassero”, ma “alzino”.
Ma sono molti quelli che soffrono – diciamo cosí – di “congiuntivite grammaticale”. Anzi non soffrono, perché si tratta di un male asintomatico.

Mejo er burino

 

So stato a Londra, e lí parola mia,

te parleno ’n linguaggio tutto strano:

è stato come annà a ’a vucceria,

nimmanco na parola ’n italiano.

 

Tra mezzo alla caciara ’n birreria

m’aspetto na parola de romano

e ’nvece no, manco na fesseria

detta pe caso a reggeme ’a mano.

 

Me chiedo mò perché a sto paese

indo’ parlamo un superfiorentino

amo da sta sentí de parlà ’ngrese.

 

Mettemo pure noi ’n ber puntino

sopra ’a i, e senza esse scortese

ar massimo parlamose ’n burino.

 

Venafro, gennaio 2013

 

            Filippo De Angelis

“Il Foglio volante” di marzo 2013

31 03pmMon, 25 Mar 2013 17:22:00 +0000832013 2008

Foglio marzo 2013

Il “Foglio volante” di marzo si apre con un mio articolo dal titolo “…E c’è la crisi estetica”che fa riferimento in qualche modo al fondo di dicembre da titolo “Crisi economica e crisi etica”. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Rosa Amato, Bastiano, Loretta Bonucci, Marialuisa Corti, Carla D’Alessandro, Amerigo Iannacone, Tommaso Lisi, Adriana Mondo, Benito Sablone, Gerardo Vacana, Umberto Vicaretti.
Ricordo che per ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento dà diritto a ricevere tre libri omaggio, per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (18 euro).
Riporto, qui di seguito, il pezzo di apertura, una poesia di Tommaso Lisi e un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche”.


… E c’è la crisi estetica

Un mio articolo pubblicato un paio di mesi fa sul Foglio volante, si intitolava “Crisi economica e crisi etica”. Diceva, riassumendo in poche parole, che si parla molto di crisi economica e di crisi politica, poco invece si parla di crisi etica. Ma la crisi economica e la crisi politica sono dovute, in qualche modo, proprio alla crisi etica, ovvero al degrado morale, che porta a far diventare valori, disvalori come la furbizia, l’arrivismo, l’arroganza, la disonestà. Da comportamenti furbi e disonesti – specialmente in questo caso di chi detiene potere (economico e politico soprattutto) – hanno origine i problemi che ci hanno sprofondati nella piú grave crisi dell’età contemporanea.
Ma vorrei aggiungere che c’è un’altra crisi – che magari non sembra, ma è legata strettamente alla crisi etica – ed è la crisi estetica.
Ci circondano volgarità, sciatteria, cattivo gusto, trivialità. Nei comportamenti, nel linguaggio, nei modi, nell’abbigliamento, in ogni cosa. E c’è indifferenza, se non addirittura disprezzo, verso il bello, verso l’eleganza, verso l’arte, in tutte le sue forme. Impera il cattivo gusto, dilaga il nichilismo, si ostentano la rozzezza e la maleducazione, il linguaggio è sempre piú scurrile e le mode sempre piú sciatte.
La televisione docet. Le trasmissioni-spazzatura, volgari e sbracate, quelle che sono le piú seguite dai ragazzi, sono anche la piú sguaiate, quelle che suscitano gli istinti piú bassi e influenzano negativamente bambini e ragazzi in età evolutiva. E ci sono rubriche – una delle piú note si chiama “I nuovi mostri” –, che, fingendo di mettere all’indice le cose peggiori, le replicano all’infinito.
La famosa citazione dostoievskiana “la bellezza salverà il mondo”, non è una banalità. Il bello, e quindi l’arte, la cultura, la poesia, affinano lo spirito, ingentiliscono gli animi, li aprono agli altri e li predispongono verso il bene. L’arte, e in particolare, direi, la poesia, che di tutte le arti è la piú dimessa ma è anche quella che piú da vicino tocca la sensibilità, ha in questo senso una funzione nobile e fondamentale e le va riconosciuto un ruolo che è insostituibile, perché ha un’indubbia utilità sociale. E comunque, se pure non dovesse risultare utile, certo non è dannosa, perché non fa male a nessuno.
Quando si perde il gusto del bello si perde anche quella sensibilità che dirozza i caratteri e che avvicina benevolmente agli altri. Chi ama l’arte, chi ama il bello, è un passo avanti agli altri. Sta a noi fare in modo che la bellezza salvi il mondo. Facciamo almeno in modo che la bruttezza non lo perda.

Amerigo Iannacone

A Maria Concetta Coreno
                               
mia madre

Mi ero messo a leggere la Bibbia
nella tua stanza. Mi riproponevo
di finirla
prima che tu finissi.

Quel grosso libro e la mia
lettura graduale
erano chiari indizi
che ti pretendevo immortale.

Ma tu sei morta, e io
di quella storia
sono ancora agli inizi.

Tommaso Lisi
Coreno Ausonio (Frosinone)

Io beggio, tu beggi, egli beggia

Avete mai incontrato il verbo “beggiare”? Io sí: l’ho sentito al telegiornale, dove è comparso anche con la sottotitolatura alla pagina 777. E sapete che vuol dire? Suppongo che conosciate ormai la parola “badge” (leggasi “begg’”, con la “g” palatale), che indica la tessera magnetica che ha sostituito il cartellino da timbrare all’entrata e all’uscita dal lavoro. Chiamarla “tessera magnetica” o semplicemente “tessera”, “tesserino”, “cartellino” o simili evidentemente sembrava troppo provinciale e cosí si è optato per una parola inglese che significa “mostrina”, “gallone”, “piastrina”, “distintivo”, “insegna”, “scudetto” e – come succede normalmente in inglese – diverse altre cose. È ovvio poi che quando un lavoratore arriva sul posto di lavoro non deve piú timbrare il cartellino e nemmeno strisciare la tessera, ma deve “beggiare”. Ecco. E allora: buona beggiata a tutti.

“Il Foglio volante” di febbraio 2013

31 01pmSat, 19 Jan 2013 17:24:52 +0000182013 2008

Foglio febbraio 2013

“Il Foglio volante” di febbraio è un numero speciale con quattro pagine in più. Si apre con un mio microracconto e vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Flavio Amicucci, Bastiano, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Andrea Cacciavillani, Aldo Cervo, Carmine Cirillo, Annamaria Crisafulli Sartori, Antonio De Angelis, Filippo De Angelis, Francesco De Napoli, Tony Di Filippo, Maria Giusti, Vito Faiuolo, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Patrick Sammut, Adolf Shvedchikov, Rita Sinagoga, Gerardo Vacana, Bruno Vezzuto, Carlo G. Zizola.
Ricordo che per ricevere copia saggio ci si può rivolgere a: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50. Per ricevere regolarmente il giornale in formato cartaceo è necessario abbonarsi. L’abbonamento dà diritto a ricevere tre libri omaggio, per un importo superiore al costo dell’abbonamento (18 euro).
Riporto qui di seguito, il microracconto pubblicato in apertura, un breve pezzo dalla rubrica “Appunti e spunti – Annotazioni linguistiche” e una poesia di Filippo De Angelis.

Lo spettro

Lo spettro si aggirava nell’aria. Non aveva forma, non aveva consistenza, non aveva sembianze. Era grigio cinereo. Ed era lí, fluttuava pigramente nell’aria.
Jeanclaude era seduto su una panchina ai giardinetti, intorno pullulava la vita: c’erano bambini che giocavano, piú in là due signore che discorrevano, qualcuno che passeggiava con il cane al guinzaglio. Tra l’erba delle aiuole, le margherite sorridevano alla giovane primavera. Ma Jeanclaude non si interessava a quanto lo circondava. Era immerso nei suoi pensieri.
Il grigio spettro che fluttuava insidioso nell’aria, scese, si posò su di lui, si impossessò di lui. Jeanclaude cadde in una malinconia profonda, senza speranze, senza orizzonti.
L’uomo ripercorreva il lungo, accidentato, involuto viaggio della sua vita. Lo ripercorreva all’incontrario, fino ai primi ricordi, poi lo ripercorreva di nuovo dagli albori ad oggi, attraverso i numerosi, ricorrenti fallimenti, attraverso la massa di sogni infranti e speranze frustrate. Era tutto grigio. Era tutto fosco.
Il suo stato ipocondrico lo spingeva sempre piú verso il nulla, il nulla assoluto. E lo spettro poteva vantare ancora una vittoria.
Poi ripartí, il perfido spettro. Ripartí a caccia di una nuova vittima.

1.4.2012

Amerigo Iannacone


Cene e interrogativi

Un bel film americano del 1967con Spencer Tracy e Katharine Hepburn, che passa ancora spesso sugli schermi televisivi, si intitolava Guess Who’s Coming to Dinner, titolo che nella versione italiana divenne Indovina chi viene a cena?, col punto interrogativo finale. Ma quel punto interrogativo costituisce un errore grossolano: non ci vorrebbe perché non si tratta di una domanda. “Indovina” infatti è un imperativo rivolto a un “tu” generico e perciò al massimo alla fine poteva andare un punto esclamativo. Scritto cosí come è scritto, è come se si rivolgesse una domanda in terza persona: “(Egli) indovina chi viene a cena?”, che non avrebbe senso, o come se ci si rivolgesse col “lei” all’interlocutore, cosa ovviamente assurda. Si tratta di quelle cose che, magari perché ritenute piccole e poco importanti, vengono fatte con leggerezza e che, però, proprio perché si tratta – come in questo caso – di un film fatto bene, divulgano errori linguistici a una vasta platea, e seminando dubbi tra i ragazzi.

 

Passeggiata catartica

Sul tardi, all’ombra delle querce,
verso il monte inerpicano passi lenti ,
vagano gli occhi in cerca
del passaggio di cinghiali nel fosso
e del finocchio selvatico
che punge l’aria.

Invitano scure nei roveti
le more
che già vidi corolle
in questa lunga stagione.

Un sorriso, un silenzio tra noi,
una pagliuzza tra i denti;
incomprensibili come zaffate
di menta e di timo
s’alzano gli spettri dei ricordi
e torna in me l’essere stato
figlio dei fiori e del vento.

Come il verde scolorito delle felci
si perdono le immagini
di “Tema” e di “Proposta”
di un vecchio gruppo rock  anni sessanta
dentro i fruscii a lato della strada
e dell’anima,
sotto foglie morenti.

Filippo De Angelis
Venafro (Isernia)

“Il Foglio volante” di gennaio 2013

31 01pmSat, 19 Jan 2013 16:45:24 +0000182013 2008

Foglio gennaio 2013

Con il 2013 “Il Foglio volante” entra nella XXVIII annata. Era infatti il gennaio 1986 quando usciva il primo numero del mensile. Il numero si apre con un articolo sul Premio di Poesia “Città di Sant’Elia Fiumerapido” e vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Domenico Adriano, Bastiano, Angelo Capocci, Maria Benedetta Cerro, Loretta Bonucci, Leonardo Facchini, José Antonio Martinez Muñoz.
Ricordo che ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: edizionieva@libero.it o al numero telefonico. 0865.90.99.50.
Ma, con l’occasione, voglio invitare piú esplicitamente gli amici ad abbonarsi al “Foglio volante”, perché è un mensile che vive solo col sostegno degli abbonati, oltre che per mia personale volontà. L’abbonamento costa 18 euro e dà diritto a ricevere tre libri omaggio, per un importo superiore al costo dell’abbonamento.
Riporto, qui di seguito, un articoletto dal titolo “Basta sconti, sono madrelingua inglese!” e una poesia di Antonio Martinez Muñoz, tradotta in italiano da Maddalena Vacana.

Basta sconti, sono madrelingua inglese!

«Gli Inglesi continuano a chiedere sconti sulla cifra da versare a favore del bilancio europeo, nonostante guadagnino 350 miliardi di euro l’anno grazie all’insegnamento della lingua inglese oltremanica, in un quadro di pura colonizzazione linguistica». Esordisce così Giorgio Pagano, Segretario dell’Associazione Radicale Esperanto, all’avvio del summit che riunisce i capi di governo europei per approvare il prossimo bilancio.
«Dal 1984 gli inglesi ottengono uno sconto sulla quota da versare alle casse Europee del 66% sul totale e ancora oggi continuano a chiedere sconti. Niente Sconti! Piuttosto dovremmo rivolgere un monito a tutti i Primi Ministri d’Europa e allo stesso Mario Monti i quali, favorendo l’assoggettamento linguistico all’inglese, favoriscono le casse del governo Britannico. Con la lingua federale europea solo l’Italia risparmierebbe ogni anno 60 miliardi di euro, e si eviterebbero iniziative assassine della lingua Italiana come quella del Politecnico di Milano», aggiunge Pagano.
Il Segretario fornisce quindi una soluzione concreta al problema linguistico dell’Europa: «È la lingua federale che bisogna avere il coraggio di porre come soluzione politica alla tassa linguistica inglese promuovendo invece iniziative di valorizzazione internazionale della lingua e della cultura italiana, anziché l’assoggettamento di menti a favore dei madrelingua inglese».

atque amemus

atque amemus, amada, ahora
justo cuando el mundo se precipita
a la barbarie, aunque no vistas de azul
(ellos sí llevan trajes oscuros)
ni llueva sobre París, que quizá no sea nuestro,
aunque las arenas de Libia ya contengan
sólo el polvo dormido el eco olvidado
de tantas medulas que han gloriosamente ardido

todo eso ya da igual, mas hay plata viva
en el lago de tu mirada
peces que se aman en su honda freza
eres violetas que el viento acaricia
y te pido sólo tu más largo beso

no miles ni millones ni colmatar la Cirenaica

los años de vigor y entusiasmo se han ido
rezumando de una vasija mal sellada
y quizá la arena espera a las viejas banderas
los libros amados las manchas de viva pintura
que nos arrancaban lágrimas de amor
y al mundo y a nuestras respuestas escasas

atque amemus, amada, dame un beso
quiero tus brazos y tus labios
ahora que ya creo oír atenuado
el torpe sollozo del mundo
amemus, seamos otra vez dignos y bellos
cuando irrumpan los bárbaros a caballo
vivamos otro poco, amada,
atque amemus, mientras el mundo se va al carajo

José Antonio Martínez Muñoz
Murcia (Spagna)

atque amemus

atque amemus, amata, ora
proprio ora che il mondo precipita
verso la barbarie, sebbene non sia vestita di azzurro
(loro sí portano abiti scuri)
né piove su Parigi, che magari non sia nostro,
sebbene le sabbie della Libia già contengano
solo la polvere addormentata l’eco dimenticato
di tanti midolli che hanno gloriosamente ardito

tutto questo non importa, ma c’è piú argento vivo
nel lago del tuo sguardo
pesci che si amano nella loro onda frangiata
sei viola che il vento accarezza
e ti chiedo solo il tuo bacio piú lungo

né mille né milioni né colmare la Cirenaica

gli anni di vigore e entusiasmo se ne sono andati
filtrando da un vaso mal sigillato
e forse la sabbia aspetta le vecchie bandiere
i libri amati le macchie di pittura viva
che ci strappavano lacrime d’amore
e al mondo a alle nostre risposte avare

atque amemus, amata, dammi un bacio
voglio le tue braccia e le tue labbra
ora che credo udire attenuato
il maldestro singhiozzo del mondo
amemus, siamo di nuovo degni e belli
quando irrompano i barbari a cavallo
viviamo un altro po’, amata,
atque amemus, mentre il mondo se ne va al diavolo

José Antonio Martínez Muñoz
(Trad. di Maddalena Vacana)

Stravaganza

31 12amSun, 02 Dec 2012 11:05:25 +00003362012 2008

Cop_Stravaganza

Ecco l’ultimo nato delle Edizioni Eva: “Stravaganza” (pp. 120, € 12), una raccolta di poesie del poeta venezuelano Alberto Hernández, nella traduzione italiana di Teresa Albasini Legaz, con testo spagnolo a fronte. Il libro si accoglie 45 componimenti, tutti dedicati all’Italia e agli italiani. Località (Roma, Novara, Bari, Modena, Bologna, Milano, Vibonati, Venezia, ecc.), a personaggi di vari ambiti, storia, Letteratura, arte, filosofia, ecc.(Amerigo Vespucci, Spartaco, Giustiniano, Cesare, Ungaretti, Montale, Petrarca, Dante, Pasolini, Boccaccio, Michelangelo, Modigliani, Vasari, Giotto, Cicerone, San Francesco, Saba, Verdi, ecc. ecc.). Ogni poesia un personaggio, una localita, un evento italiani.
Il libro può essere chiesto alla Edizioni Eva (evaedizioni@libero.it).
Riporto qui di seguito, un breve testo in spagnolo e in italiano.

Allá abajo

El imaginado jardín de Catulo,
donde no es igual el mundo
y distintos son los sueños.

Una mujer desnuda
en el poema de D`Annunzio:

Bellos floridos senos de áspera punta,

Y así el otoño, convertido en trigal.

Allá abajo,
ella
recoge el grano de unas horas.

Se vuelve hacia la tarde,
allá abajo.

Laggiú

L’immaginato giardino di Catullo,
dove non è uguale il mondo
e diversi sono i sogni.

Una donna nuda
nella poesia di D’Annunzio:

Bellifloridisenidasprapunta

E cosí l’autunno, diventato un campo di frumento.

Laggiú,
lei
raccoglie il grano delle ore.

Se ne va verso la sera,
laggiú.

“Il Foglio volante” di dicembre 2012

31 12amSun, 02 Dec 2012 10:05:29 +00003362012 2008

Foglio dicembre 2012

Il “Foglio volante”di dicembre2012 si apre con un mio articolo dal titolo “Crisi economica e crisi etica”, che qui di seguito riporto. Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Umberto Cerio, Aldo Cervo, Serena Angela Cucco, Adele Gropplero di Troppenburgo, Amerigo Iannacone, Carmen Moscariello, Carlos Vitale..
Riporto anche una poesia di Carlos Vitale con traduzione italiana di Maddalena Vacana, e un testo dalla rubrica “Appunti e spunti”.
Ricordo che ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: edizionieva@libero.it o al numero telefonico. 0865.90.99.50.
Ma, con l’occasione, voglio invitare piú esplicitamente gli amici ad abbonarsi al “Foglio volante”, perché è un mensile che vive solo col sostegno degli abbonati, oltre che per mia personale volontà. L’abbonamento costa 18 euro e dà diritto a ricevere tre libri omaggio, per un importo superiore al costo dell’abbonamento. Fate (o fatevi) un regalo per Natale.

Crisi economica e crisi etica

Siamo immersi in una crisi economica pesantissima. Se ne parla ogni giorno dovunque, in televisione, sui giornali, ma non abbiamo bisogno di sentirne parlare per avvertirla. L’avvertiamo quotidianamente, quando vediamo che la busta della spesa ci costa sempre di piú ed è sempre piú leggera, ce lo dicono il progressivo rincaro della benzina e le bollette che non riusciamo a pagare, ce lo dicono i familiari e amici che rimangono senza lavoro e i giovani che il lavoro non riescono a trovarlo.
C’è poi la crisi della politica, con una classe dirigente che dà cattivi esempi e fa demotivare e abbattere la gente comune che si sente abbandonata e si sente impotente a cambiare le cose.
Ma c’è un’altra crisi, di cui si parla meno, ed piú grave di quella economica e di quella politica e che di esse è in qualche modo la causa: è la crisi etica o, se preferite, crisi di valori.
Chi ci ha scaraventati nella terribile crisi che stiamo vivendo? Perché la crisi c’è? Da dove ha origine? Non sono un esperto per poter rispondere dal punto di vista tecnico e non so altro che quello che leggo sui giornali. Ma è certo che la cose vanno male perché è sempre piú diffusa la disonestà, la furbizia, la volontà di scavalcare gli altri, il cercare le vie traverse per raggiungere i propri scopi. Perfino per ottenere ciò a cui si ha diritto, si cercano le vie traverse.
Se uno persegue l’arricchimento personale a ogni costo, qualcun altro si impoverisce, se uno si fa raccomandare qualcun altro viene defraudato di un diritto, se uno evade le tasse un altro deve pagare piú di quanto avrebbe dovuto, se uno si mette in tasca una somma a cui non ha diritto qualcun altro che ne aveva diritto viene defraudato. Ma la corruzione, la concussione, il peculato, sono sempre piú diffusi.
All’origine c’è sempre la crisi etica, c’è l’affievolimento o l’annullamento di una coscienza etica. Sentiamo spesso dire: «Non ha rilevanza penale». E allora? Ci deve essere solo la magistratura a rimettere le cose a posto? Non ci deve essere il senso del dovere, la coscienza – sembra una parola in disuso –, il senso etico, a tutti i livelli?
È legale ma è disonesto che un parlamentare prenda alcune decine di migliaia di euro e un operaio ne prende mille. È legale ma è eticamente scorretto che il dirigente prenda uno stipendio pari anche a duemila volte (come è stato acclarato) il salario di un suo operaio, è legale ma non onesto che un dirigente prenda una liquidazione di milioni di euro (anche se ha portato l’azienda allo sfascio), è legale ma è moralmente inammissibile che si spendano centinaia di migliaia di euro per una campagna elettorale. Poi magari non ci si fanno scrupoli quando si ha il potere e c’è l’opportunità di rubare.
Ma è disonesto anche chi prende l’autobus e non paga il biglietto, chi timbra il cartellino e poi se ne va al bar a prendere il cappuccino e il cornetto, chi aggira la fila allo sportello, chi ruba un biscotto al supermercato. Sembra si sia perso – in moti – il senso della dirittura morale e questo può portare a tutto.
C’è stato negli ultimi venti-trent’anni una mutazione antropologica nella nostra società. Molto hanno contribuito a questo una certa classe politica e una certa classe dirigente, che avrebbero dovuto dare tutt’altro esempio e molto hanno contribuito certi programmi spazzatura della televisione.
Come se ne esce? Certo, non è un gioco. Se se ne esce ci vorranno anni, decenni. Ma se ne esce se cambia qualcosa nell’uomo. Se ognuno di noi prende coscienza del degrado morale che ci circonda e che è anche in noi. E bisogna che cambi qualcosa all’interno dell’uomo.
E perché questo accada, c’è bisogno della scuola, che non deve essere solo trasmissione di sapere, ma formazione delle personalità e anche, perché no? di una coscienza etica. C’è bisogno della cultura, dell’arte, della poesia. Di qualcosa che riesca a toccare o a risvegliare la sensibilità di ognuno di noi e a ben predisporlo verso gli altri.

Amerigo Iannacone

Las gallinas de Gerardo

Diez gallinas
(y un gallo)
escarban
en su porción
de mundo.
Tras el mundo
hay más mundo,
tierra y más tierra.
Escarban.
El esfuerzo
no compensa,
pero el día pasa.

Carlos Vitale
Barcellona (Spagna)

Le galline di Gerardo

Dieci galline
(e un gallo)
ruspano
nella loro porzione
di mondo.
Dietro il mondo
c è ancora mondo,
terra e ancora terra.
Ruspano.
Lo sforzo
non compensa,
ma il giorno passa.

Carlos Vitale
(Traduzione di Maddalena Vacana)

Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Regole americane

Il computer, uno strumento di cui anche i piú riottosi si son dovuti piegare a usare quotidianamente, ci va sdoganando giorno dopo giorno linguaggi, modi e mode americane, che spesso sono in contraddizione con le nostre regole e la nostra tradizione culturale.
Tralascio in quest’occasione di accennare all’ibridazione e alla corruzione della lingua, cosa di cui spesso mi sono interessato, per citare un paio di modi che rivoluzionano certe regole a suo tempo imparate a scuola e che vanno confondendo le idee ai nostri ragazzi. Un esempio è quello dei numeri decimali, per i quali il punto ha preso il posto della virgola. Nella nostra tradizione e nella nostra grammatica, la virgola è quella che separa le cifre decimali. «In un numero decimale, – leggo nel vocabolario – si dice “decimale” la cifra posta a destra della virgola». Per scrivere “sette e mezzo”, si scriverà 7,5 (sette virgola cinque). Oggi però sentiamo ogni giorno in TV o troviamo sui giornali il punto al posto della virgola. Per esempio, parlando di un terremoto, “cinque virgola sette”, diventa “cinque punto sette”. Ma il punto, ci avevano insegnato a scuola, ha solo un valore pratico per facilitare la lettura: cosí per scrivere “un milione” si usa scrivere 1.000.000, perché se scrivessimo 1000000 il numero sarebbe piú difficile da leggere.
Un altro modo all’americana è quello di scrivere le date con prima il mese e poi il giorno, ribaltando le nostre regole. Per noi la data 5.8.2012 significa “5 agosto 2012”, per gli Americani invece significa “8 maggio 2012”; 2.11.2012 per noi significa “2 novembre 2012” per loro “11 febbraio 2012”.
Ma io direi, difendiamo la nostra lingua e le nostre regole, prima che sia troppo tardi, e lasciamo agli Americani la loro lingua e le loro regole.

“Il Foglio volante” di novembre

31 11amWed, 14 Nov 2012 09:29:33 +00003182012 2008

Il “Foglio volante”di novembre2012 si apre con un articolo dal titolo “Esperanto: provare per credere”, che qui di seguito riporto. Vi compaiono poi, oltre alle solite rubriche, testi di Domenico Adriano, Bastiano, Loretta Bonucci, Vincenzo Calce, Claudio Carbone, Annie Delpérier, Antonio Di Filippo, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Pierangelo Marini, Silvana Poccioni, Rolando Revagliatti, Gerardo Vacana.
Riporto anche una poesia di Domenico Adriano, e un aforisma dalla rubrica di Bastiano “Versetti e versacci”.
Ricordo che per abbonarsi al mensile cartaceo o anche ricevere copia saggio, ci si può rivolgere a: edizionieva@libero.it o al numero telefonico. 0865.90.99.50.
L’abbonamento, cari amici, serve anche per sostenere il nostro mensile, che non ha altre forme di entrate.

Esperanto: provare per credere

«Gentile Bsev, – scriveva qualche settimana fa un lettore a Beppe Severgnini, nella rubrica “Italians” che il giornalista conduce su Sette, supplemento del Corriere della Sera – riflettendo con un collega che lavora presso la Commissione Europea a Bruxelles, notavamo come un fattore di minore competitività dell’Europa sia la mancanza di una lingua comune. Vorrei avere il suo parere riguardo l’opportunità di un’unica lingua europea nella quale produrre tutti gli atti ufficiali di ciascun Paese, lasciando a questo la possibilità di tradurli nella propria lingua.»
Severgnini, giornalista che per altro io stimo, risponde con gli argomenti tipici di chi, per pigrizia intellettuale o per servilismo ideologico verso gli americani, ha già rinunciato alla propria identità.
«L’Europa ha avuto almeno due lingue comuni, prima dell’inglese: latino e francese. – Scrive il giornalista – Anche spagnolo, tedesco, italiano e russo, bisogna dire, hanno fatto la loro parte. È la storia che decide queste cose, non un decreto. Le lingue artificiali – Interlingua, Novia, Interglossa eccetera – sono simpatici passatempi, nulla piú. Lo stesso vale per l’esperanto, anche se questo fa arrabbiare gli esperantisti. L’inglese è GIÀ, di fatto, la lingua comune d’Europa: non c’è bisogno di alcuna ratifica. Fosse per me, produrrei in inglese anche tutti gli atti ufficiali (sorry, Monsieur Hollande). Un vantaggio per gli inglesi? Non sono sicuro. La grande maggioranza dei sudditi di Elisabetta, infatti, parla soltanto una lingua: la propria. Noi ne parliamo due: la nostra e la loro.»
Per fortuna non è vero che «l’inglese è già la lingua comune». Diciamo che è prevalente come una volta era prevalente il francese e come forse in futuro sarà prevalente il cinese o l’arabo. Perché purtroppo le lingue finora si sono sempre imposte con la forza degli eserciti o con la forza dell’economia, mai per le sue caratteristiche e le su prerogative. Poi, come si fa a dire che gli anglofoni non ne sarebbero avvantaggiati? Ne sarebbero notevolmente avvantaggiati a discapito degli altri. Ma non è solo questo. L’inglese, come sarebbe per qualsiasi altra lingua nazionale adoperata in funzione internazionale, si porta con sé la sua cultura, la sua storia, e, inevitabilmente tende a fagocitare le altre lingue, a farle sparire, e con esse le culture da cui provengono. Come appunto è successo con il latino che dove è arrivato ha fatto sparire le lingue autoctone, come è successo con lo spagnolo nell’America Latina, ecc.
Se è comprensibile che la Gran Bretagna (e gli Stati Uniti) cercano di imporre la propria lingua, proprio per gli enormi vantaggi che ne avrebbero, meno comprensibile è l’atteggiamento di quegli italiani che si battono non per la propria lingua e la propria identità, ma per diventare servi.
Parlare dell’esperanto come di un “simpatico passatempo”, significa non sapere di che si sta parlando. Significa vivere di preconcetti (“sí, ma è un’utopia” e altri simili luoghi comuni), rifiutando a priori qualcosa che non si conosce. Significa rifiutare per partito preso di accettare la soluzione dei problemi linguistici. L’esperanto, una lingua che si impara in brevissimo tempo, senza sforzo, che ha una sperimentazione di 125 anni e ha prodotto una letteratura originale da far invidia a molte lingue che esistono da secoli. Sarebbe ora di adottare. per la comunicazione internazionale, una lingua che non privilegi e non mortifichi nessuno. E rispetti tutti i diecimila e oltre idiomi che si parlano nel mondo, molti dei quali sono a rischio di estinzione.
L’esperanto, aspirando a diventare seconda lingua di tutti e non a sostituire le lingue nazionali, mette tutti sullo stesso piano, rispetta tutte le culture e tutte le identità. Ed è una lingua eufonica, bella, duttile, tale che consente di esprimere tutte le sfumature di significati piú di ogni altro lingua e si impara in un tempo che corrisponde all’incirca a un quinto/un sesto del tempo di apprendimento richiesto dalle lingue nazionali piú facili. Si può imperare senza difficoltà anche in uno dei tanti corsi presenti in Internet. Basta provare per credere. Ci provi anche Severgnini.

Amerigo Iannacone


A svegliare il bambino quel mattino

A svegliare il bambino quel mattino
fu un silenzio inaudito.
Si precipitò ad aprire lo scuro.
Senza nascondimenti
gli apparve bianco il mondo.
E se la neve non andasse piú via?
Come farebbero gli uccelli, quante
briciole bisognerebbe produrre?
Arriva il pettirosso
dall’ulivo al davanzale, la madre
pensa anche per lui, chiama i passeri
e i cardellini. Farli entrare? Ma loro
vorrebbero? Le montagne splendono
ora come quando si aprirono i ghiacci,
il mare s’inginocchiò ai loro piedi.
« Dobbiamo andare », la voce del padre
che prende sulle spalle
il figlio tra due montagne di neve
scavate per arrivare all’asilo.

31 gennaio 2012

Domenico Adriano
Roma

VERSETTI E VERSACCI
di Bastiano

Filosofia berlusconiana

Coito
ergo sum.

Premio Nazionale di Poesia “Il Presepe”

31 09pmSun, 30 Sep 2012 16:12:21 +00002732012 2008

L’Associazione Turistica e Culturale “Pro-Pesche” con il patrocinio del Comune di Pesche (IS), indice la 10a edizione del Premio di Poesia “Il Presepe”. Due sezioni: A – Poesia adulti; B – Poesia riservata ai ragazzi fino a 17 anni. Tema: “Il Presepe”. Si partecipa facendo pervenire entro il 30.11.2012, uno o due componimenti inediti in 7 copie, tutte firmate e con nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico, eventuale e-mail, al seguente indirizzo: Associazione Turistica e Culturale “Pro-Pesche”, Piazza Roveto – 86090 Pesche (IS). Ai fini della realizzazione dell’antologia, si prega di inviare i testi anche in formato elettronico all’indirizzo concorso.poesia@virgilio.it. Per la sezione B va indicata anche la data di nascita. La partecipazione è gratuita. Premi: Sez. A – 1° premio: € 400 e targa; 2° premio: € 200 e targa; 3° premio: € 100 e targa. Sezione B – 1° premio: € 150 e targa; 2° premio: € 100 e targa; 3° premio: € 50 e targa. Premiazione: Pesche, Sala Consiliare del Comune di Pesche in Piazza Don Sante Tommasini, 5.1.2013, ore 16,30. I premiati dovranno ritirare personalmente i premi loro assegnati. Giuria: Amerigo Iannacone (Presidente), Barbara Avicolli, Maria Benedetta Cerro, Ida Di Ianni, Giovanna Maj, Giuseppe Napolitano, Giulia Abbati (segretaria con diritto di voto). Informazioni, tel. 0865.460130 – 3896906440, fax: 0865.460363, posta elettronica: concorso.poesia@virgilio.it.